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Trento

Baby gang nelle scuole, Pasqualin: «Gravi colpe dei genitori, dopo il covid situazione peggiorata»

I disagi non sono da dividere fra famiglie italiane o straniere, ma tra quelle ricche o povere

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È un fenomeno che cresce sempre di più con aggressioni immotivate, calci, pugni, minacce nei confronti dei propri coetanei e a volte degli adulti: stiamo parlando delle baby gang, gruppi criminali sempre più numerosi formati da minori.

A Trento i casi si stanno moltiplicando e ci sono stati anche arresti ed episodi di violenza gravissima. L’Osservatorio Nazionale sull’adolescenza, istituito presso il Ministero della famiglia, dichiara che il 6,5% dei minori fa parte di una banda, il 16% ha commesso atti vandalici, 3 ragazzi su 10 hanno partecipato ad una rissa.

Il gruppo attira coetanei e coetanee che vivono in forti situazioni di disagio psicologico, con sentimenti di rabbia che si sviluppano in contesti multiproblematici dentro la famiglia.

Un disagio che colpisce i giovani sempre più in tenera età, adolescenti annoiati del quotidiano, abbandonati dalle famiglie giornalmente a caccia di un pretesto per usare la violenza, fare a botte, vandalizzare, distruggere. Se prendono di mira un loro coetaneo diventano bulli, se si uniscono a qualche gruppo criminale della loro zona arrivano anche a spacciare droga o a compiere furti o rapine.

I primi due avamposti per cercare di contenere questo pericoloso fenomeno sono la famiglia e la scuola. Quanto la famiglia non possiede gli strumenti per fermare il minore allora deve intervenire la scuola, lavoro non facile, e spesso reso vano dallo stesso comportamento dei genitori.

Per parlare di questo abbiamo incontrato la dirigente dell’istituto comprensivo Trento 5 Paola Pasqualin. Trento 5 comprende le scuole Crispi, Sanzio, Bresadola e Gorfler con un totale di 1400 studenti, 200 docenti e 40 persone Ata. Dopo “Trento 6” è l’istituto più complesso insieme al 7 e al 3.

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La dirigente è piuttosto chiara in proposito nel trovare i motivi che portano l’adolescente su una brutta strada, «laddove riscontriamo situazioni problematiche e di disagio, dove i ragazini mettono in atto comportamenti violenti dentro e fuori dalla scuola, ci sono famiglie che hanno dei disagi, questo nel  90% dei casi».

Paola Pasqualin, (nella foto) dirigente scolastica da anni in prima linea e membro della cabina di regia del dipartimento istruzione si interroga anche sul fatto che nonostante gli strumenti messi in campo nel mondo della scuola il fenonemo invece che rallentare accelera. «Se a parer mio è la famiglia l’anello debole, è chiaro che dobbiamo comunque interrogarci su quello che hanno fatto la scuola, il mondo dei servizi sociali o della magistratura per i minori in questi anni visti i risultati».

La sua è una visione della scuola del futuro molto innovativa con un approccio alle problematiche dei ragazzi molto pragmatico. «Non serve la sospensione perché il ragazzo è contento di starsene a casa, meglio i lavori sociali» – dice la dirigente, che invita le istituzioni a creare una rete nella comunità, perchè: «non è solo la scuola che deve farsi carico del ragazzo».

Sotto traccia nelle sue parole emergono le responsabilità forti dei genitori che «danno sempre ragione al figlio costruendo così un modello sbagliato».

Quanto è problematica l’accoglienza degli stranieri nel suo istituto?

«Da noi la percentuale degli stranieri che frequentano varia molto a seconda delle classi e delle zone. Se parliamo per esempio delle scuole Gorfer ai Solteri la percentuale è molto alta ma permette di lavorare molto bene nella primaria specie se le famiglie sono disposte ad esserci. Possiamo avere classi con pochi stranieri ma molti bisogni speciali, è vero che il dato delle certificazioni negli ultimi anni è di molto aumentato rispetto ai bisogni speciali. E questo ci mette purtroppo in “croce”. Disturbi della condotta, emotivi e del comportamento che ci sono nelle scuole primarie, aumentano ancora di più nelle scuole secondarie».

Baby gang e violenze nelle scuole, vogliamo parlarne senza falsi moralismi e ipocrisia?

«Da quello che vediamo noi nelle scuole medie, la fascia critica è quella dai 12 ai 15 anni, ragazzini la cui responsabilità  ricordo è per legge in capo alla famiglia. Dove ci sono situazioni problematiche e di disagio, dove i ragazzini mettono in atto comportamenti violenti dentro e fuori dalla scuola ci sono dietro famiglie che hanno gravi disagi, questo nel  90% dei casi. Il rimanente 10% invece ha una famiglia che possiede degli strumenti, che vive il disagio del momento critico del figlio che sta crescendo, che magari fuma, beve ed è aggressivo e violento ma riesce in qualche modo a compensarlo, se lo prende in carico, è presente, soffre col figlio ma non lo molla fino in fondo. È un problema che non si risolve in due giorni, è una cosa lunga e complessa. Nel 90% dei casi come detto per varie ragioni i gennitori non hanno ne i mezzi ne gli strumenti. Non vivono una situazione da adulti in grado di prendersi in carico delle responsabilità».

In che famiglie trovate i maggiori disagi? 

«Non si tratta di italiani o stranieri, non è questa infatti la divisione che va fatta, ma bensì tra ricchi e poveri, tra accculturati e no, tra chi ha un titolo di studio e no. Notiamo infatti che i maggiori disagi nei ragazzi vanno collocati tra i genitori che non hanno studiato, che magari sono poveri e in grave difficoltà economica».

In che percentuale riscontra questi disagi nel suo istituto?

«Per fortuna non sono ancora molti per il momento. Ma è certo che anche se ve ne fosse uno solo il Trentino deve farsene carico. Sono ragazzini in cerca di visibilità perché in famiglia vengono ignorati e l’unico modo che conoscono per emergere è quello della violenza, del prevalicamento. Questi disagi riguardano prevalentemente i maschi, anche se è vero però che è in aumento anche il disagio delle ragazzine».

Ricorda qualche brutto episodio nel suo istituto?

«Le aggressioni verbali nei confronti di docenti o altri studenti succedono spesso, c’è stato anche qualche scontro fisico. Purtroppo anche le bestemmie davanti ai  docenti succedono spesso. La scuola però possiede gli strumenti e dei dispositivi per prevenire e contenere questi episodi»

Quali sono gli strumenti che la scuola mette in atto?

«Si chiamano i genitori che dopo l’episodio critico devono venire a prendere subito i figli a scuola e portarseli a casa per fare una riflessione insieme al ragazzo su quanto successo. Spesso i genitori però sono impegnati e non vengono a prendere il ragazzo. Le scuole hanno un regolamendo sanzionatorio, con i docenti stiamo costruendo delle procedure. Ma poi la realtà educativa è diversa. La linea è comunque che chi supera certi comportamenti aggressivi che siano fisici o verbali deve essere allontato dalla classe. Poi si chiama a casa e con la famiglia di decidono le sanzioni disciplinari. Io non sono per la sospensione, perché i ragazzi sono contenti di rimanere a casa. Per questo io sono per commutare la sospensione in ancora più ore di scuola».

E dopo l’intervento dei genitori cambia qualcosa nel comportamento del ragazzo? 

«In molti casi il ragazzo migliora in altri invece non succede nulla, laddove c’è un servizio sociale attivo dentro la famiglia notiamo che la situazione non migliora».

Ma quali sono le misure che si devono prendere allora?

«Partiamo col dire che un ragazzino di 11 anni se non viene fermato continua ad alzare l’asticella continuando l’escalation di violenza. Secondo me la romanzina non ha nessun effetto, bisogna trovare delle misure d’intervento educativo funzionali per un ragazzo di questa età. Se sbagliano devono essere coinvolti in lavori socialmente utili, oppure rendersi utili alla comunità. Io non sono per il carcere nel caso degli adolescenti, ma è certo che se per lunghi periodi a questi ragazzini la comunità non insegna il senso del limite alla fine non fa che legittimare i comportamenti violenti. Perchè per esempio per punizione non mandarlo per 3 pomeriggi insieme ai vigili del fuoco, oppure alla guardia forestale? Io sono convinta che questi professionisti abbiano molto da insegnare ai ragazzini e solo con l’esempio»  

Esiste il problema droga nelle scuole?

«Sì certo. Nei casi estremi i ragazzi vengono sempre a contatto con la droga. Noi quando veniamo a conoscenza della cosa segnaliamo alle autorità e alla procura dei minori i fatti. Poi vengono attivate delle misure a partire dall’intervento dei servizi sociali che entrano nella famiglia. L’iter comunque non porta a nessun beneficio, specie nei casi estremi, la cosa insomma continua come prima se non peggio. Ci sono nuclei famigliari così complessi, dove dalla prima elementare alla terza media il ragazzo non cambia assolutamente atteggiamento, anzi man mano che gli anni scorrono peggiora ancora di più i comportamenti in proporzione del suo malessere che aumenta e sfocia in comportamenti disfunzionali al contesto sociale». 

Sugli episodi di bullismo invece come vi comportate?

«Se succedono dentro la scuola per fortuna vengono subito interrotti, quindi sotto questo aspetto la scuola aiuta. Alle vittime noi diciamo sempre di denunciare la cosa agli adulti, non importa se ai docenti, ai genitori, oppure a qualche parente. Basta che siano adulti. Dentro la scuola cerchiamo di isolare questi comportamenti facendo squadra e riconoscendo la propria forza, solo così si rafforza il benessere sociale lasciando da solo il ragazzo violento»

Parliamo del comportamento delle famiglie? 

«Questo è un altro tallone di Achille purtroppo. Spessissimo dopo aver segnalato episodi violenti oppure non consoni con il comportamento scolastico dei figli troviamo i genitori che danno loro ragione. Se noi troviamo un ragazzo di 10 o 11 anni a fumare lo segnaliamo ai genitori, loro però ci dicono, “cosa vuoi che sia per una sigaretta”. Le famiglie con più problemi, per evitare di risolvere il problema del figlio, tendono a trovare degli alibi, e quindi non risconosco il problema. Anzi, danno la colpa ai docenti, agli amici, a chiunque insomma». 

E dopo il Covid che è successo?

«È successo che il livello di aggressività del ragazzo si è elevato di molto. Ma questo lo vediamo anche negli adulti. Ci siamo persi la potenza e l’abc della comunicazione nei due anni che siamo rimasti chiusi in casa. Oggi è rimasta la prepotenza di chi vuole imporre le cose con la violenza. Purtroppo sono successi casi anche qui da noi di genitori che sono venuti a prendere i propri figli e che per un non nulla hanno dato in escandescenza. Se i figli vedono i genitori aggressivi è un comportamento che ripetono, non scordiamoci di questo. Il loro modello spesso sono i social, i media magari aggressivi e violenti».

L’Assessorato e il dipartimento della provincia di Trento vi è vicino?

«Io sono convinta che si possa fare sempre meglio. La provincia ha investito molto nella cabina di regia contro il bullismo e cyber bullismo, non siamo ancora riusciti però a fare azione di sistema su un territoro piccolissimo come il Trentino. È necessario condividere delle modalità di intervento e coinvolgere varie realtà territoriali come le società sportive, la forestale, la protezione civile e così via. La scuola non può fare tutto, stiamo provando a muoverci con le reti e con la certificazione, ma non è sufficente. Alcune domande bisogna farcele: perché per esempio i ragazzi che fanno parte di famiglia disagiate non fanno ne sport e non studiano musica? 

La politica quindi può migliorare o sbaglio?

«Il Trentino ha un potenziale altissimo e può ridefinire le priorità e investire in base però ad una lettura diversa delle probematiche. Faccio un esempio: la nostra provincia sulle dispersioni scolastiche, che da noi per fortuna è bassissima, ha le forze di andare a prendere i ragazzi casa per casa e farli tornare a scuola. Ma però ci vuole un progetto ben chiaro per questi ragazzi, fossero 10 o 300. Se non lo fai i ragazzi rimangono a casa e peggio restano ignoranti attendendo in futuro il reddito di cittadinanza fino alla pensione diventando un peso grosso per lo Stato»

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