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Debiasi e Cagnotto, la storia dei tuffi italiani

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I due protagonisti di questa lunga storia che dura ormai da 75 anni, hanno in comune, prima di tutto la passione, nata da una tradizione di famiglia per i tuffi: il padre di Debiasi è stato atleta olimpico, lo zio di Cagnotto ha partecipato agli Europei. Tempi lontani, tempi diversi.

I tuffi stessi erano diversi, considerati più delle esibizioni che una disciplina sportiva. La percezione è poi cambiata quando sulla scena sono arrivati Klaus Debiasi e Giorgio Cagnotto, due talenti capaci di attrarre, per capacità e stili. Insieme, un binomio fortunato.

Caratteri diversi che hanno inciso sulle rispettive prestazioni, ma avvantaggiati dall’approccio verso ogni gara, anche la più semplice che, con la loro presenza, diventava di alto livello, perché uno doveva per forza battere l’altro. Una rivalità tecnica che ha esaltato le rispettive qualità, dando vita ad un rapporto costruttivo e spettacolare, dove l’uno, non solo cercava di prepararsi meglio dell’altro ma anche di specializzarsi in qualcosa di nuovo e di diverso per fare la differenza.

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E’ così che i due campioni, stimolandosi a vicenda, sono cresciuti, ognuno nella propria specialità: uno dalla piattaforma, l’altro dal trampolino. Klaus: “Senza Giorgio non sarei diventato il Debiasi che sono”. Giorgio: “Klaus è stato come i Beatles nella musica, niente è più stato come prima”.

Debiasi, antesignano nel triplo, fu il primo ad entrare in acqua senza schizzi. Tutti aspettavano quel momento diventato poesia nell’atto atletico.

E’ così che i tuffi sono cambiati e ancora oggi, nelle gare più importanti, si può apprezzare la tecnica dell’entrata in acqua di Debiasi affinata dai cinesi. Ma la vera storia è iniziata quando Klaus Debiasi, l’”angelo biondo” dai capelli castani, si è presentato ai Giochi di Tokyo a 17 anni, dando il via al “Big Bang” dei tuffi italiani.

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Nel 1972, a Monaco, i due atleti coronarono il sogno di salire insieme sul podio olimpico. Indossavano una tuta “anonima”, realizzata da un sarto di Roma, senza alcun logo ma solo con la scritta “Italia Tuffi”.  Tempi lontani, tempi diversi: la F.I.N. non permetteva la pubblicità, i premi erano alquanto scarsi e per portare a casa una medaglia si lavorava gratis. “Abbiamo creato emozioni perché ci divertivamo e non avevamo grosse pressioni”.

Nel 1976, è l’ultima Olimpiade per Debiasi che fece tripletta dopo Città del Messico e Monaco. Cagnotto continuò la carriera e partecipò nel 1980 a Mosca dopo aver vinto la Coppa Europa.

Una medaglia di bronzo che poteva essere argento se non fosse stato per una scelta discutibile della giuria che lo danneggiò. Ma non c’è spazio per i rimpianti, perché l’eredità che entrambi i campioni sono chiamati a lasciare è davvero enorme.

Per Giorgio c’è la figlia Tania: “ha allungato la mia carriera oltre che dare stimoli ed emozioni al mio cuore”. Klaus ricopre oggi innumerevoli ruoli istituzionali che lo gratificano e gli permettono di essere ancora un grande esempio per futuri campioni: “in Federazione si lavora per creare un movimento, più che personalità singole”.

E’ nata poi “la scuola italiana”. I tempi sono cambiati ma è sempre la passione che non muore mai.

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