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Politica

Elezioni, parla Walter Pruner: «Potrebbe finire come nel 2018. Fugatti continua a sottovalutare il fenomeno Meloni»

Pruner parla anche del «centro», del Patt, dell’Europa e delle difficoltà di Fugatti di fare un secondo mandato senza Fratelli d’Italia

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Quando si parla con Walter è difficile non ricordare Enrico Pruner morto l’8 settembre di 33 anni fa, l’uomo politico che più di ogni altro per mezzo secolo ha incarnato l’idea di “autonomia”. Lui rimane tutt’ora il più grande punto di riferimento dell’autonomia nella provincia autonoma di Trento, in una stagione che la vede sbiadita e strumentalizzata in modo trasversale.

Enrico Pruner è stato il 25 luglio 1948 il fondatore del Partito Popolare Trentino Tirolese che condusse fino alla sua morte.

Walter Pruner ha compiuto 61 anni e dopo aver seguito gli studi giuridici, ha fatto l’insegnante nella scuola primaria e il funzionario pubblico in Regione e Provincia. La politica lo appassiona molto, e si vede, ma certo quella attuale non lo entusiasma.

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«Negli ultimi anni le singole forze politiche trentine sono entrate in una forte crisi, sono venute a mancare le leadership e i cosi detti Top player»spiega Walter Pruner.

Lo scenario visto da Pruner in questo momento difficile non incoraggia. «Latita ed a volte è del tutto assente una visione generale in un momento di emergenza tra i più gravi del dopo guerra. Le problematiche sono diventate globali e rischiano di travolgere l’Europa, l’Italia e anche il Trentino. Per questo scindere la politica locale da quella nazionale e internazionale sarebbe un grave errore,un po’ come negare la relazione tra l’autovettura e la qualità del suo carburante: il tema del Covid e della crisi energetica sono lì a dimostrarcelo con la necessaria gestione anche in chiave locale di tematiche internazionali che dette problematiche hanno imposto»

«Sembrano essere saltati poi i delicati equilibri interni ai Partiti, fatti di dibattiti veri e non finti, senza i quali la storia ci insegna non governi i partiti ma vengono governati dai singoli, normalmente i più prepotenti, producendo lacerazioni e scompensi. Questa fase emergenziale che non sappiamo quanto durerà richiede un dialogo reale e consapevole fra le singole forze politiche e non l’utilizzazione strumentale dell’autonomia per fini squisitamente elettorali e propagandistici: l’Autonomia è troppo importante per fungere da merce di scambio, camera di compensazione o foglia di fico nei confronti di visioni miopi o strabiche».

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Una politica che secondo Pruner sconta la crisi fortissima partita nel 1994 con Tangentopoli, in cui senza alcuna mediazione e con la sola rabbia sociale a dettare i tempi di una rivolta contro il sistema, legittima nei contenuti ma scriteriata nei modi, si è di fatto radicalizzato il populismo. Un populismo di prima maniera che passato per popolarismo, ha pervaso di fatto fino ai nostri giorni il panorama politico.

Quanto è in crisi la politica trentina? 

«Pathos, quindi passione da una parte; bellezza intesa come voglia di fare bene le cose stanno alla base di quella spinta attrattiva con la quale tentare di incuriosire prima, attrarre poi, il partito dei delusi, del non voto, e dei giovani. La crisi della politica trentina sconta certamente anche questo: la sua scarsa appetibilità, molto social, poco sociale. Si pensi al contesto da tifoseria calcistica col quale la immensa figura di Degasperi è stata trascinata in questa tornata elettorale, e che sottintende un desiderio di solide figure di riferimento. Rimangono così i ritratti di lungo corso a colmare i vuoti. Ed incidentalmente è lì, metaforicamente a confermarlo anche l’episodio occorsomi qualche giorno fa. Postato il ricordo sulla mia pagina social nel 33° dalla morte di mio padre che, sgrammaticate assenze di gran parte della dirigenza autonomista a parte, non hanno impedito nel giro di un paio di giorni al leone mocheno un ruggito di oltre 2000 tra visualizzazioni e commenti. Infondo a dimostrazione di un riconoscimento di una nostalgia, di  uno stile e di una coerenza politica e morale di cui evidentemente la gente sente ancora la mancanza. Poi il tema dele relazioni personali, che sono alla base della politica. Senza quelle è chiaro che viene a mancare un minimo di rapporto fiduciario dentro i Partiti e tra i Partiti, senza il quale anche il prodotto politico finale inevitabilmente ne risente»

E come interpreta il gelo tra Lega e Fratelli d’Italia che durà ormai da molti mesi?

«Le forze che abbandonano le proprie radici corrono il rischio di omologarsi. L’impressione è che la Lega salviniana e post bossiana, terminata l’onda d’urto populista del 2018, che parlava alla pancia per una logica di propaganda, non sia stata in grado di gestire il passaggio alla fase di governo. L’abilità di Giorgia Meloni che viene da una grandissima scuola di partito è stata quella di tagliare la Lega come il coltello nel burro. In Trentino il partito di Salvini si è attorniato, come capita spessissimo nelle fasi di grande crescita, nulla di scandaloso e già visto, di «Yes man» che normalmente rappresentano al presidente la realtà desiderata da loro e non quella vera: questo comporta la deresponsabilizzazione della classe dirigente e l’attribuzione delle ragioni di ogni crisi, sconfitta, o fallimento che sia, al nemico di turno, tacciato a seconda delle stagioni di tradimento, di fatto evitando autocritica interna e alimentando ruggini e creando una casta di pochi intoccabili autoreferenti. E’ il famoso “Altruismo”, col quale individuare nell’altrui agire sempre e comunque il colpevole. Non capita solo nella Lega».

Fratelli d’Italia potrebbe sorpassare la lega anche qui in Trentino, cosa potrà succedere negli equilibri provinciali se succedesse per davvero?

«Certamente una delle curiosità sarà capire dopo i risultati delle elezioni il livello di disequilibrio che si creerà al’interno della coalizione di maggioranza. È plausibile che, se come previsto, avverrà questo sorpasso della Meloni sulla Lega pure in sede locale, o anche solo avvenisse un affiancamento in termini elettorali, l’equilibrio all’interno della coalizione costituirebbe una criticità non più gestibile in sede locale ma monitorata e sovraintesa da Roma. Questo scenario aprirebbe, ma mancano ancora tredici mesi al voto locale, per la prima volta alla necessità di gestire un governo di “destra centro”, fatto inedito per il Trentino che da sempre si è districato tra i pali snodati del moderatismo centrista e la forte componente cattolica, oggi di fatto priva di monopolio partitico. Variabile in continuo stato di osservazione è in questo contesto quella degli Autonomisti, che nella partita attuale hanno deciso per una strada in solitaria che nei fatti renderà la posizione del patt irrilevante oggi, ma per rinviarne al dopo voto nazionale le reali intenzioni».

Difficile quindi un secondo mandato per il presidente Fugatti? 

«Paradossalmente si sta verificando in gran parte quello che successe, a carte invertite nel centro sinistra nel maggio del 2018 con Rossi, allorquando le forze di centro sinistra si divisero proprio sul nome del politico solandro lasciando di fatto via libera alla Lega. Fugatti, il proprio nome dovrà per forza “socializzarlo” con Fratelli d’Italia, se confermate le nefaste previsioni per la Lega anche in sede locale, e preso atto del nuovo rapporto di forza interno alla coalizione, vorrà essere padrone del proprio destino; lo potrà fare scegliendo tra la via in continuità con l’attuale assetto ma a quote di sovranità interna pesantemente mutate, o la via sull’ asse Giudicarie/Valle di Non, in un connubio tra Progetto Trentino e la padanizzazione delle Stelle Alpine. In costanza di doppio veto, quello autonomista e quello leghista nei confronti di Fratelli d’Italia, un secondo mandato monostapellato è difficile che regga».

Si è fatto una idea del perché il presidente Fugatti continui a non voler confrontarsi con Fratelli d’Italia?

«Credo che alla base di tutto ci sia una forte acredine nei confronti dell’operazione che per esigenza di sintesi definirei, dei tre. Fugatti giudica la presenza in consiglio dei 3 esponenti di Fratelli d’Italia frutto di una cooptazione. Questo che è un dato di fatto, cozza con la realtà di una forza che pur spiacendo al Governatore di Ala, si sta mostrando nei fatti e sull’onda di una cavalcata nazionale importante, in grado di concorrere con la Lega ben oltre la consistnza numerica dell’ attuale rappresentanza consiliare. Probabile che oggi la sottovalutazione del fenomeno meloniano da una parte e la voglia in qualche modo di punire gli ex in procinto di contendere addirittura un seggio a favore proprio della “odiata” transfuga, sia determinante nella costruzione di questo muro ideale eretto tra Lega e Fratelli d’Italia.

La permeabilità del contesto trentino rispetto a Roma può avere indotto il Governatore a questa sottovalutazione. L’operazione messa allora in campo dal consigliere Claudio Cia, considerata spregiudicata solo un anno fa, ha portato, seppure per cooptazione, all’ingresso in consiglio provinciale di una destra numericamente mai così forte in Trentino. La sua sottovalutazione da parte della Lega ha costretto quest’ultima a pagarne il dazio già ora in sede di candidature interne alla coalizione. Se a prevalere sarà invece l’esperienza politica di una edulcorata Giorgia nazionale e dei suoi navigati centristi alla Crosetto, il nuovo viaggio potrebbe portare il governo nazionale a traguardare la legislatura riflettendo, in questi tredici mesi che ci separano dal voto in regione, effetti in sede domestica ora imprevisti, con riequilibri interni alla coalizione di cui sembra oggi pochi si stiano completamente rendendo conto».

La vittoria della Meloni diventerà un volano per il successo del suo partito anche alle provinciali del 2023? 

«Sul fronte Lega occorrerà capire se, pure da noi, a pesare sarà l’effetto salviniano dei citofoni, della maglietta putiniana, dei Savoini, dei rubli, del doppio strabismo russo e “no vax”, o se a prevalere sarà piuttosto l’effetto del volto governativo, quello dei “responsabili” alla Fedriga, alla Zaia, per intendersi. Per il Trentino leghista questo sarà insomma anche un test in vista del 2023, quello che negli USA chiamano elezioni di metà mandato, a capire se prevarrà, come accaduto nel 2018, il traino salviniano, ora sbiaditosi nel doppio ruolo di governo e di oppositore, o se il giudizio sui quasi quattro anni di “governo Fugatti” sarà benevolo.

Se Giorgia Meloni a Roma presenterà una squadra credibile e presentabile sui mercati economico finanziari la prospettiva è che alla lunga abbia una forte ricaduta sulle elezioni in Trentino. In Se verrà mantenuto un certo moderatismo e la barra dritta in un rapporto di forte condivisione, le prospettive romane possono essere di legislatura; una deriva invece di forte radicalizzazione produrrebbe di contro probabili cadute da parte da un mercato finanziario che a prescindere dai colori del governo non è abituato a fare sconti. L’effetto nazionale di trascinamento anche in sede locale è per Fratelli d’Italia nelle cose, nel bene e nel male, anche per quanto riguarda il Trentino. Un eventuale esito elettorale fortemente favorevole anche in Trentino alla Meloni imporrebbe alla Lega trentina una rivisitazione radicale in tema di rapporti coalizionali per la messa in sicurezza del suo Presidente».

Ogni tornata elettorale qualcuno tenta di costruire il centro, anche se negli ultimi anni con scarso successo. Che ne pensa a riguardo?

«L’elettore trentino è più avanti di molti interpreti di partito. La crescita delle forze politiche residuali ha dimostrato che l’elettorato moderato ha già scelto. Nel 2018 chi vinse lo fece anche con i voti dei moderati. La sedimentazione a destra ed a sinistra dell’elettorato centrista è ormai da qualche anno già avvenuta, e come dicevo gli attori meno sprovveduti si sono già organizzati riconoscendo implicitamente l’esistenza di blocchi e pianficandosi di conseguenza. Il tutto agevolato e reso più percorribile dall’ abbandono della legge elettorale proporzionalista che creò di fatto un prima ed un dopo».

Rimaniamo sul tema elezioni, come andrà a finire nei collegi trentini?

«Ritengo che il valore del singolo candidato sia residuale nelle elezioni nazionali, quindi l’effetto traino della coalizione farà la differenza. La stragrande maggioranza dei cittadini metterà la croce sul simbolo della coalizione senza interessarsi del nome. A fronte di questo ragionamento la partita parrebbe fortemente sbilanciata in linea con l’andamento nazionale e quindi potrebbe finire come nel 2018. L’incognita maggiore dal punto di vista della competizione in senso stretto, è rappresentata dal collegio del Senato a Trento dove tradizionalmente le previsioni sono difficili, anche se le elezioni sono un piano inclinato insaponato dove alla fine esiti sulla pietra mai sono scolpiti. Diventa invece sul molto interessante sul piano “sportivo” la equilibrata competizione pura tutta al femminile in quel di Rovereto tra figure fortemente connotate sul piano politico e caratteriale».

Ci crede ancora nell’Europa?

«Io sono nato europeista, da sempre, ma certo questa Europa è ancora distante da quella dei popoli che ci si augurava; la motrice tecnocratica va assolutamente superata. Su Covid e Ucraina passi avanti nella giusta direzione sono stati sicuramente fatti».

Come sta oggi l’autonomia Trentina?

«Ho l’impressione che in questo periodo venga spesso a sproposito utilizzata come foglia di fico di un quadro politico anemico di progettualità, parlando di qualcosa che si conosce poco. Se l’autonomia diventa divisiva, rischia di assomigliare al Santo Graal che tutti cercano e nessuno lo trova. Pronunciare solo la parola autonomia è molto riduttivo se non se ne approfondiscono contenuti specifici e priorità. Purtroppo va segnalato un grave atteggiamento di forte supponenza nei confronti della nostra autonomia da parte del Palazzo romano, fatto di luoghi comuni e di non conoscenza delle ragioni non solo storiche ma di validità di modello futuro. Andrebbe fatto capire in sede capitolina che il profilo autonomista è mutualibile ancorchè rimoduladibile territorialmente all’interno di una idea di Repubblica delle Autonomie. Il modello funziona se funzionano le Comunità che ne comprendono le potenzialità e sono in grado di metabolizzarla, in un quadro di autonomia solidale ma meritocratica».

Un tempo il Patt rappresentava l’autonomia, ora non è più così. Quale sarà il suo futuro?

«Mi permetta, non sono d’accordo. Userei ancora il presente. Infatti, il Patt ha tuttora l’occasione storica di porre ed alimentare il tema dell’Autonomia al centro dell’agone politico. Lo può fare con alle spalle una storia che gli consente di proporsi con una perentorietà e coraggio che molta gente gli riconosce avere anche adesso nelle proprie corde. Il tema decisivo riguarda le modalità con le quali, se lo ritiene, intende farlo e quali siano i lidi di approdo. L’attendismo però non deve trasformarsi in mercanteggiamento. Ecco, forse questa linea andrebbe meglio chiarita. I territori, bassi o di montagna che siano, le Comunità, le strade, le città, perfino i marciapiedi, invitano ad un risveglio autonomista e questi non vanno solo calpestati, ma ascoltati.

La scelta del monopolio solitario al centro del tema autonomistico qualcheduno lo giudica pretenzioso e destinato alla irrilevanza. Io dico che comunque ci vuole rispetto per un partito che pure se oggi in difficoltà, è sulla scena da quasi 75 anni, e deve comunque maturare al più presto, questo sì, una scelta che i tempi oggi gli impongono. Il segretario del partito con la decisione di tenere una posizione di equidistanza da tutti gli altri partiti, ha comunque azzardato una scommessa molto rischiosa, gli va riconosciuto, ma che affonda le origini profonde nella necessità di contemperare l’eterna presenza al suo interno di un’anima sociale popolare e di un’area più movimentista che ha radici ancora nel “tretterismo” degli anni ‘80/’90 (Ndr – Tretter ex segretario del Patt). Oggi, vedo un Partito che tranquillamente è pronto per affrontare una modifica statutaria capace di riconoscere dignità alle minoranze interne per gestirle in forma costruttiva e non conflittuale, allontanando rischi di fratture».

Ugo Rossi rappresenterebbe ora una risorsa per il Patt?

«Ha rappresentatro una risorsa allora, e lo sarebbe anche ora se decidesse di rientrare».

Come sarà il Trentino del futuro?

«Il futuro della nostra provincia passerà attraverso il coraggio di rischiare da parte di tutte le forze politiche, partendo dalla valorizzazione dei nostri bancomat territoriali e valoriali che sono rappresentati dalle risorse ambientali che abbiamo, (NdR – Dolomiti Garda ecc), dal volontariato dalle capacità imprenditoriali che a parer mio sono sottovalutate. Questo dovrà essere fatto dicendo chiaramente che rappresentiamo una terra di cerniera con la Mitteleuropa, nella quale affondano le nostre origini e la nostra bussola valoriale.

Nel rispetto di un contesto euroregionale non di isolamento ma di collaborazione, senza atteggiamenti di vassallaggio col vicino Sud Tirolo ma passando attraverso confronti e politiche attive in tema di università, precise politiche ambientali, sanità, turismo, trasporti. L’ idea deve essere quella del confronto costruttivo, non della concorrenza sleale. Sarà necessario evitare la logica dell’autonomia di campanile perché quella è un’altra cosa. L’ augurio e l’auspicio è che il modello di litigio nazionale non si riproponga anche in sede locale: la divisione rappresenterebbe un rischio letale, una via senza ritorno per il nostro sistema di autogoverno»

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