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Le Vignette di Fabuffa

Claudio Garella, simbolo di un calcio giocato con umiltà

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Chiediamo scusa se, nella settimana della morte di Piero Angela, parliamo di un’altra personalità che se ne è andata, certamente meno popolare e determinante per la cultura e la divulgazione scientifica, ma dal valore simbolico non trascurabile. Parliamo dell’ex portiere di Verona e Napoli, Claudio Garella, che venerdì scorso si è spento (a 67 anni) per una grave patologia cardiaca.

Garella fu determinate nella conquista dello scudetto del Verona nel 1985, in quello del Napoli nel 1987 e, nello stesso anno, nella vittoria della Coppa Italia, sempre con la maglia partenopea.

La prima unicità di Claudio Garella, è che partecipò alla conquista di due scudetti storicamente rilevanti, dal sapore esclusivo: quello con il Verona fu il successo in campionato con una provinciale, che mai si pensava potesse arrivare così in alto. Fu il primo e unico scudetto conquistato da una squadra di una città non capoluogo di regione.

E’ vero che, prima del 1922, vinsero Pro Vercelli, Casale e Novese, ma parliamo di un calcio preistorico. Il valore simbolico di quel titolo veronese è stato, ed è tutt’ora, straordinario, visto che si tratta della capacità di una piccola società di provincia di spezzare lo strapotere delle grandi (Juve, Inter, Milan, Roma etc).

La vittoria del campionato di Claudio Garella con la maglia del Napoli, ha invece il valore simbolico della squadra del Sud che riesce a riscattare un’intera storia, in cui solo le squadre del Nord (più Roma e Lazio) sono riuscite a conquistare un titolo nazionale; se si esclude l’exploit del Cagliari nel 1970.

Garella è stato l’unico calciatore protagonista di due riscatti calcistici, ma soprattutto geo-culturali, che hanno fatto la storia, non solo dello sport
italiano ma del costume.

Non è tutto: Claudio Garella non aveva le physique du rôle del campione. Era un portiere anomalo, alto, ma un po’ goffo, tendeva ad ingrassare con una velocità maggiore dei suoi colleghi, quindi imparò a fare di necessità virtù, “inventadosi” le parate con i piedi e con tutte le parti del corpo.

Perchè il suo fisico pesante non gli dava il tempo di tuffarsi per bloccare certi tiri rasoterra, così usava i piedi per respingere palloni destinati in gol. Garella era (e rimane) il simbolo di come sia importante il senso pratico rispetto all’estetica, di come la sostanza debba avere ragione sulla forma.

In un mondo sempre più lanciato verso l’immagine e la perfezione, Claudio fu l’espressione di come l’imperfezione possa diventare un valore e come l’immagine, in fondo, sia solo lo specchietto per le allodole di chi ha interesse a “vendere” il futile e il vacuo a peso d’oro.

Ora, che non c’è più, sarebbe bello ricordare Claudio Garella come il simbolo di un calcio giocato con l’umiltà, preziosa compagna che ti consente di conoscere i tuoi limiti e le tue fragilità, per infinocchiarle, con strumenti quali il senso pratico e la chiarezza degli obiettivi da raggiungere. Nel calcio, ma sorattutto nella vita di tutti i giorni.

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