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Riflessioni fra Cronaca e Storia

La minaccia atomica mai stata così vicina. Diplomazia in crisi

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Benchè pochi se ne accorgano, una guerra mondiale è un’eventualità sempre più probabile. Qualche giorno fa il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, in occasione della Decima conferenza del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, ha dichiarato: “Siamo stati finora straordinariamente fortunati. Ma la fortuna non è una strategia. Né è uno scudo contro le tensioni geopolitiche che sfociano nel conflitto nucleare“.

Nell’agosto del 1945 gli Usa sganciarono due bombe nucleari sul Giappone.

Dopo la prima, quella del 6 agosto, la BBC inglese annunciò che l’atomica era stata “lanciata su una base militare giapponese”. In verità colpì la città di Hiroshima, causando una incredibile quantità di morti. Qualche giorno più tardi, il 9 agosto, un’atomica al plutonio colpì anche Nagasaki, un altro obiettivo civile, non militare.

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Per entrambe le bombe si spiegò al mondo che erano servite a costringere il Giappone alla resa incondizionata, ponendo così fine alla guerra. Sappiamo invece che il Giappone “cercava una mediazione russa per arrivare a chiudere la guerra”, e che la diplomazia sarebbe potuta arrivare a quel risultato, se lo avesse voluto, in poco tempo, senza l’uso dell’atomica.

Intervistato anni più tardi, Sir Joseph Rotblat, un fisico coinvolto nel Progetto Manhattan, ebbe a ricordare: “Le prove dimostrano che i giapponesi erano pronti ad arrendersi, ma Truman rigettò le loro aperture, perché la distruzione delle città giapponesi era necessaria per dimostrare ai sovietici la nuova potenza militare degli Stati Uniti”.

Sono passati 77 anni e siamo ancora lì, allo scontro tra Stati Uniti e Russia.

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Solo che le atomiche di un tempo, fanno ridere rispetto alle armi di distruzione di massa di oggi e nel frattempo Hiroshima e Nagasaki sono quasi sparite dai nostri ricordi e sembrano appartenere ad un passato quasi mitico.

All’indomani di quelle due immani tragedie, però, politici e scienziati cominciarono a ragionare sulla possibilità concreta che l’umanità si autodistruggesse con le proprie stesse mani. Personalità come Robert Oppenheimer, il fisico che aveva diretto il Progetto Manhattan, denunciarono la follia del proprio operato in innumerevoli occasioni private e pubbliche, con dichiarazioni del genere: “ogni volta che l’Occidente, e più particolarmente il mio paese, ha espresso l’opinione che era legittimo impiegare armi di distruzione di massa, a condizione che fossero contro un avversario che ha fatto qualcosa di male, siamo stati in errore. E penso che la nostra mancanza di scrupoli- che si è sviluppata storicamente durante la seconda guerra mondiale, in ragione del suo carattere totale e della crescente indifferenza dei dirigenti- ha gravemente nuociuto alla causa della libertà e a quella degli uomini liberi”.

Negli stessi anni Albert Einstein, che era scappato dalla Germania nazista e non nutriva alcuna simpatia per l’Urss, dichiarava: Devo francamente confessare che la politica estera degli Stati Uniti dalla cessazione delle ostilità mi ha ricordato, in modo irresistibile, l’atteggiamento della Germania sotto il Kaiser Guglielmo II, e so che la stessa analogia è venuta in mente con acuto dolore anche ad altri, indipendentemente da me. È tipico della mentalità militarista considerare essenziali i fattori non-umani (bombe atomiche, basi strategiche, armi di ogni sorta, il possesso di materie prime ecc.) e ritenere invece trascurabile e secondario l’essere umano, i suoi desideri e pensieri, in breve i fattori psicologici. Qui si riscontra una rassomiglianza con il Marxismo, almeno finché se ne tiene unicamente presente il lato teorico. L’individuo è degradato a mero strumento; egli diventa «materiale umano»”.

Siamo così passati attraverso la guerra fredda scongiurando più volte il rischio di una catastrofe spaventosa. Questo certamente anche grazie a politici e scienziati memori di Hiroshima e Nagasaki, e all’opera, silenziosa ma infaticabile, della Santa Sede, che per decenni attraverso la sua diplomazia e la Pontificia Accademia delle Scienze ha riunito e coordinato premi Nobel della fisica, della medicina ecc. per scongiurare il rischio atomico.

Per capire l’atteggiamento degli uomini di allora, cito brevemente la vicenda di Jerome Lejuene, medico, padre della citogenetica, esperto della Francia presso il Comitato scientifico delle nazioni Unite sugli effetti delle radiazioni atomiche e, soprattutto, inviato del Vaticano in Urss nel 1981 per incontrare Breznev. “All’epoca – ricorderà l’anticomunista Lejuene anni più tardi – russi e americani gareggiavano in un’inimmaginabile guerra tecnologica per divenire la prima potenza atomica. Era una specie di corsa agli armamenti che, del resto, ha dissanguato l’economia sovietica. Rigido come la giustizia, malato e ormai impotente, Breznev mi riceve con incredibile fasto ed un cerimoniale degno degli zar. Sul suo volto impassibile scorgo un bagliore di complicità mentre leggo il messaggio del Papa Giovanni Paolo II… Dopo aver letto un discorso formale, mi rivolge parole di pace, come un uomo che non aspira che al riposo”.

A leggere questi ed altri ricordi si scopre che allora il mondo era seduto sull’abisso, ma molti, anche i peggiori, se ne rendevano conto: nessuno riteneva di farsi bello definendo un altro capo di stato, “peggio di un animale”, come ha fatto il nostro ministro degli esteri Luigi Di Maio; nessuno si vantava di poter fermare la guerra spegnendo i condizionatori o contribuendo a portare avanti un crescendo continuo di sanzioni, insulti, minacce, provocazioni…, in un clima logorato da tutte le inutili e folli avventure belliche posteriori alla caduta del muro (dall’Iraq alla Serbia, dalla Siria alla Libia).

Articolo comparso sul quotidiano La Verità 07/08/2022 a firma dello stesso autore

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