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L'Editoriale

Mattmark 1965 – Marmolada 2022: le tragedie senza memoria

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Dopo la tragedia della Marmolada, con un bilancio provvisorio per ora di 9 morti, in molti hanno scavato nella storia del secolo scorso per trovare qualche parallelo o dramma similare a quello accaduto domenica su versante trentino.

In Italia non si ricorda una tragedia simile, ma in Svizzera il 30 agosto 1965 due milioni di metri cubi di ghiaccio e di detriti, staccatisi dal ghiacciaio dell’Allalin, in Vallese, seppellirono il cantiere della diga di Mattmark. I morti allora furono ben 88.

Nella sciagura morirono ben 56 cittadini italiani fra i quali anche 5 lavoratori trentini: Primo Appoloni (di Pieve di Bono), Ferdinando Degara (da Tiarno di Sotto), Costante Remon e Ottorino Daldon (di Sagron Mis), Gino Furletti (da Riva del Garda)

Tra le vittime, destino beffardo, ci furono anche alcuni bellunesi sfuggiti alla sciagura del Vajont due anni prima. Le attività di soccorso proseguirono a lungo e l’ultima salma fu recuperata solo due anni dopo, nell’agosto del 1967.

Una sciagura troppo presto dimenticata purtroppo, una tragedia senza memoria, come diventerà quella della Marmolada.

Anche in quel caso in molti s’interrogarono sui motivi della frana. E anche in quella catastrofe vennero evocati, nell’immediato, il destino, la catastrofe naturale, la “forza della montagna”.

Poi in molti cominciarono a riflettere sull’efficacia delle misure di sicurezza adottate (o non adottate). Che il ghiacciaio dell’Allalin fosse instabile era noto, ma certo non si poteva prevedere quel che sarebbe accaduto. Probabilmente sarebbe occorsa una maggiore prudenza nel collocare le baracche degli operai, piazzate proprio sotto il ghiacciaio, in una zona ad alto rischio.

L’istruttoria per accertare se e quali responsabilità fossero individuabili per la sciagura durò 7 anni. Al processo, nel 1972, i 17 imputati furono tutti prosciolti, e la sentenza di assoluzione venne confermata in appello dal tribunale cantonale del Vallese nel corso dello stesso anno. Alle famiglie delle vittime, che avevano proposto l’appello, fu addebitata anche la metà delle spese processuali.

Ilario Bagnariol, operatore di bulldozer Friulano, di Fiume Veneto, aveva 23 anni quando davanti ai suoi occhi, in poche decine di secondi, il grande cantiere sparì sotto uno strato di 50 metri di ghiaccio.

Nel 2015, a 50 anni dalla tragedia, ad un media svizzero raccontò come l’immensa frana gli era passata a qualche metro. Solo quando vide un autocarro scaraventato lontano, però, si rese conto della sua potenza.

Per Ilario Bagnariol il peggio doveva ancora venire. Fu tra coloro che scavarono tra ghiaccio e detriti per ricuperare i corpi dilaniati di colleghi. “Nel cantiere eravamo come una grande famiglia. Eravamo tutti uniti, italiani, svizzeri, turchi e tante altre nazionalità, senza distinzioni”, sottolinea. I forti legami affettivi rendevano ancora più dolorose quelle visioni strazianti. “Porterò dentro di me tutto questo finché vivrò”, confida.

«Sembrava un iceberg caduto dal cielo» dichiarò un altro operaio che riuscì a sopravvivere solo perché fu scaraventato a terra dall’onda d’urto della valanga di ghiaccio. Un altro raccontò di una «spaventosa raffica di vento» che «fece volare via come farfalle» i suoi colleghi. Ci fu un grande tuono «e poi venne la fine». Persone, camion e ruspe saltarono in aria.

Come ripetuto dal procuratore di Trento Raimondi questi disastri non sono per il momento prevedibili, e nel crollo della Marmolada non ci sono negligenze o imprudenze. Ma certo quanto successo delimita una linea ben marcata fra quello che era prima e quello che sarà dopo domenica 3 luglio 2022.

Non basteranno certo le bandierine rosse per segnalare il pericolo, ma è un qualcosa. Dare a questo punto maggiore libertà decisionale alla protezione civile, come ai tempi di Zamberletti, potrebbe essere una soluzione come quella di avere maggiore buon senso nel salire in montagna. Gli incidenti ogni week end sono davvero troppi per non pensare che va fatto qualche passo indietro. 

 

 

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