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Benessere e Salute

Tumori verso le terapie senza chemioterapia

I passi in avanti sono stati fatti soprattutto per i tumori del sangue

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Continuano lenti ma inesorabili i progressi della ricerca che hanno reso molte forme di tumore sempre più curabili.

I passi in avanti sono stati fatti soprattutto per i tumori del sangue, (negli ultimi 20 anni le guarigioni sono raddoppiate) con le cosiddette terapie a target, che spesso hanno contribuito all’eliminazione  della chemioterapia che da molti anni è un tema molto dibattuto nell’ambiente medico che vede posizioni molto diverse loro.

Un esempio in sintesi è dato dalla leucemia linfatica cronica (LLC), detta anche dell’anziano, perché viene in genere diagnosticata intorno ai 70 anni. In Italia se ne registrano 2.500-3.000 nuovi casi l’anno, soprattutto tra gli uomini, colpiti il doppio delle donne.

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La LLC interessa i linfociti B maturi, per questo è una forma cronica (quelle acute colpiscono i linfociti immaturi). Per far luce su questa condizione e su altre patologie onco-ematologiche Janssen Oncology ha organizzato la campagna di sensibilizzazione Diamo voce al futuro, patrocinata da AIL Associazione italiana contro leucemie-linfomi e mieloma. «Abbiamo accolto l’invito di Janssen a patrocinare questa campagna afferma Luisa Clausi Schettini, direttore Ail Roma Odv per un futuro che metta sempre più in primo piano la ricerca scientifica»

«Nella metà dei casi – spiega il professor Luca Laurenti, responsabile dell’Unità operativa semplice Leucemia linfatica cronica, divisione di Ematologia della Fondazione Policlinico Gemelli la LLC  – viene scoperta per caso agli esami del sangue fatti di routine. Il campanello d’allarme è un aumento dei linfociti all’emocromo. La buona notizia è che questa forma di leucemia una volta diagnosticata non sempre necessita di cura, perché ha un’evoluzione indolente. In un terzo dei casi il paziente non dovrà mai fare terapie, in un altro terzo di casi farà la terapia più avanti nel corso della vita e nei restanti casi la inizierà subito dopo la diagnosi».

Come viene riportato anche sul quotidiano  Il Messaggero quando la malattia dà sintomi, questi sono quelli tipici delle malattie linfo-proliferative, come il linfoma.

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Il paziente può presentare perdita di peso, sudorazione profusa, febbre soprattutto la sera e prurito. Può inoltre accorgersi di un aumento di volume diffuso dei linfonodi, a livello del collo, delle ascelle e dell’inguine.

«Per la diagnosi prosegue Laurenti in genere bastano un emocromo e lo striscio del sangue periferico. La citofluorimetria ci aiuta a dare il nome ai linfociti e ad accertare che questi linfociti siano malati di LLC. Si effettuano inoltre una radiografia del torace per escludere la presenza di problemi nel mediastino (la parte di torace tra i due polmoni) e un’ecografia dell’addome per studiare milza, fegato e linfonodi».

Non è in genere necessario, almeno inizialmente, fare un agoaspirato midollare, né una Tac total body. «Nel caso in cui il paziente debba iniziare una terapia aggiunge il professor Laurenti vengono effettuati esami di secondo livello (la ricerca della delezione del cromosoma 17p o una mutazione TP53 o anomalie della catena pesante delle immunoglobuline IGHV) che danno informazioni sulla prognosi e sulla risposta a eventuali terapie».

L’EVOLUZIONE – La terapia della LLC negli ultimi 7-8 anni è completamente cambiata con l’arrivo delle terapie a target, che hanno consentito di abbandonare la chemioterapia. «Capostipite di questi farmaci ricorda Laurenti è stato ibrutinib (inibitore di BTK), un farmaco in compresse che inibisce un recettore presente sulla cellula tumorale, mandandola così a morire. Questa terapia non dà gli effetti tossici tipici della chemioterapia (riduzione delle piastrine e dei globuli bianchi, nausea, vomito, perdita di capelli) e va proseguita in modo continuativo, a vita. A distanza di 7-8 anni dall’inizio del trattamento, oltre la metà dei pazienti non mostra progressione di malattia».

Oggi, prosegue Laurenti, «abbiamo a disposizione anche nuovi farmaci a target di ultima generazione, che utilizziamo in seconda linea nei pazienti che mostrano progressione di malattia dopo il trattamento iniziale con ibrutinib, da soli o in associazione a immunoterapia (es. rituximab). Questi vengono somministrati solo per un periodo di tempo, durata fissa. In futuro cercheremo di personalizzare ancora più il trattamento del paziente. L’impiego di più terapie target insieme (doppiette o triplette) potrebbe dare un ulteriore vantaggio terapeutico».

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