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Correva l anno....

39 anni fa l’inizio del più grave errore giudiziario della storia italiana

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Il 17 giugno 1983 alle 4 del mattino i carabinieri bussarono alla porta di Enzo Tortora, all ‘Hotel Plaza di Roma.

Per il noto presentatore tv, all’apice della carriera con Portobello, scattarono le manette: l’accusa era di “associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga”.

Iniziò così 39 anni fà l’odissea giudiziaria, destinata a concludersi 4 anni più tardi con la piena assoluzione. Il castello delle accuse reggeva infatti su un cognome, Tortona, trovato nell’agendina di un camorrista e confuso con quello del presentatore. Per l’Italia tutt’ora rimane l’ingiustizia più grave mai avvenuta dentro in tribunale. Un errore giudiziario devastante per Enzo Tortora e tutta la sua famiglia. 

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Enzo Tortora da subito gridò la sua completa estraneità ai fatti mentre il numero dei pentiti che lo accusavano cresceva e gli italiani si trovarono divisi tra innocentisti e colpevolisti.

Quell’inchiesta alimentò anche il dibattito sul ‘pentitismo’. Infatti iniziò nei primi mesi del 1983, quando Pasquale Barra e Giovanni Pandico, della Nuova Camorra organizzata e capeggiata da Raffaele Cutolo, decisero di pentirsi e collaborare con gli inquirenti, indicando “quello di Portobello” – il popolare programma che Tortora all’epoca conduceva – come facente parte della Nco quale corriere di stupefacenti.

Anche un altro ‘pentito’, Gianni Melluso, riferì che avrebbe consegnato a Tortora carichi di stupefacenti per conto del boss milanese Francis Turatello. Tortora trascorse sette mesi in carcere prima di finire agli arresti domiciliari.

Venne eletto eurodeputato radicale il 17 giugno 1984. Tornò in libertà Il 20 luglio 1984, annunciò che al Parlamento europeo avrebbe chiesto l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti, cosa che avvenne il 10 dicembre.

Rinviato a giudizio, comparve davanti al Tribunale di Napoli il 4 febbraio 1985, ribadì dinnanzi ai giudici la propria innocenza, ma il 17 settembre la sentenza di primo grado lo condannò a dieci anni di reclusione per traffico di stupefacenti e associazione per delinquere di stampo mafioso. Nel frattempo si ammalò di cancro.

Ma l’anno seguente, il 15 settembre 1986, il verdetto venne rovesciato dalla Corte di Appello di Napoli: i pentiti vennero giudicati non attendibili e non credibili, e Tortora venne assolto con formula piena.

 Innocenza confermata definitivamente il 13 giugno 1987 dalla prima sezione penale della Corte di Cassazione. Enzo Tortora da quel momento divenne simbolo dell’errore giudiziario, evocato spesso ancora oggi. Il 18 maggio 1988, a soli 59 anni, meno di un anno dopo, morì per un cancro ai polmoni.

Gli errori giudiziari ci sono ancora. Quelli certificati negli ultimi 30 anni sono stati quasi 30mila: circa mille ogni anno. E lo Stato ha pagato quasi un miliardo di euro di risarcimenti per ingiusta detenzione. Ma non per il caso Tortora, infatti gli eredi non sono mai stati risarciti.

Insomma, ancora oggi molti innocenti finiscono in carcere. E forse alcuni di questi sbagli sono inevitabili, perché una componente di errore è insita in tutte le decisioni umane, comprese quelle dei giudici. Però questo elevato numero è inaccettabile.

Andrebbe fatto tutto il possibile per ridurre gli errori giudiziari, ed eliminarli, se non del tutto, almeno in massima parte. Tenendo sempre presente che una sola persona innocente in carcere è la negazione del diritto.

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