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Trento

Festival dell’economia Trento: senza buona informazione non c’è democrazia

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La comunicazione è un elemento molto importante di questa attuale crisi internazionale e sempre di più anche degli scenari bellici.

Nel contesto attuale le informazioni non mancano, ma per i sistemi democratici è soprattutto necessario imparare a fare i conti con i rischi della disinformazione.

Su questa tematica hanno dialogato ieri Massimo Egidi, per l’Università LUISS Guido Carli, Walter Quattrociocchi, dell’Università di Roma La Sapienza e Carlo Ruzza, dell’Università degli Studi di Trento, nel dibattito moderato dal politologo Roberto D’Alimonte.

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Massimo Egidi, già rettore all’Università LUISS Guido Carli, ha spiegato che “Con un’ondata di notizie false e disinformazione che si è diffusa in tutta Europa, si è verificata una tendenza generale verso un calo della fiducia del pubblico nelle istituzioni. Questa ha dato luogo a ulteriore disinformazione, polarizzazione e riluttanza a rispettare le politiche pubbliche. Un’erosione di fiducia che può avere gravi ripercussioni non solo sulla salute delle persone, ma anche su quella delle nostre democrazie”.

Il professor Carlo Ruzza, professore di sociologia politica presso l’Università di Trento, ha cercato di declinare le modalità in cui l’Unione Europea sta affrontando la problematica.

La disinformazione sul web minaccia le democrazie moderne e l’effetto che le fake news hanno sull’opinione pubblica costituisce un pericolo per i processi decisionali. “La lotta alla disinformazione è uno sforzo collettivo che coinvolge tutte le istituzioni europee. L’UE collabora da vicino con le piattaforme online per incoraggiarle a promuovere le fonti autorevoli, a declassare i contenuti che risultino falsi o fuorvianti e che mettono a rischio i principi democratici. Serve poi un approccio sovranazionale di controllo e una legislazione più restrittiva in tema di privacy, antitrust, e content liability”. 

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Walter Quattrociocchi, professore all’Università La Sapienza di Roma, a capo del Center of Data Science and Complexity for Society (CDCS), concentra la sua attività di studio sulla modellazione basata sui dati di enormi dinamiche sociali. “I social possono informare, mobilitare, coinvolgere e promuovere la democrazia – dice –  Ma possono anche rappresentare una grave minaccia se si fanno portatori di informazioni sbagliate, create ad arte o frutto dell’ignoranza, che hanno l’effetto di stravolgere la realtà. La sfiducia ed il disagio che ne emergono si traducono in movimenti populisti e di nazionalismo, e teorie complottistiche, in una contrapposizione spiccata verso un’èlite a cui non viene riconosciuta nessuna autorità.

L’azione di contrasto alla disinformazione – secondo i relatori – va fatta su molteplici fronti, due in particolare. Da un lato bisogna educare le persone sul tipo di processo che mettiamo in atto quando fruiamo informazione online.

È l’unica cosa che funziona veramente, mentre il “fact checking”, ovvero stabilire se una fonte è accurata oppure no non funziona. Bisogna quindi essere più consapevoli del fatto che mettiamo in atto dei meccanismi di selezione che non sempre sono razionali e puliti: succede a tutti, e basterebbe questo per risolvere quasi completamente il problema.

Dall’altro lato dobbiamo lavorare con il mondo degli esperti accademici e scientifici, ma anche dei giornalisti e comunicatori al fine di capire quali sono le strategie migliori per comunicare in questo ambiente mediatico in cui ancora non si comunica.

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