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Italia ed estero

Le sanzioni mettono in ginocchio anche le imprese italiane: 48 aziende si ribellano e vanno ad una fiera moscovita

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Non tutti gli italiani, se non a parole, sembrano disposti a sacrificarsi per la causa ucraina. Non stiamo parlando del condizionatore, senza il quale i più continuerebbero a vivere tranquillamente.

Si parla di interi settori di manifattura, centinaia di aziende e migliaia di persone che si potrebbero trovare senza lavoro. Un caso eclatante è quello del settore della calzature marchigiano. Le aziende produttrici di scarpe, già da tempo arrancano a causa della concorrenza sleale.

Molte filiali cinesi infatti, importano materiali a basso prezzo, sottopagano i dipendenti e producono scarpe a getto continuo riuscendo a venderle ad un prezzo molto minore rispetto a quelle italiane.

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Già questo tipo di concorrenza sta da anni destabilizzando le case produttrici del luogo. Il Covid ha inoltre contribuito ad affossarle considerando anche i pochissimi aiuti arrivati dal governo.

Ora, quando finalmente le persone hanno riacquistato un po’ di libertà, sono arrivate la guerra e a rotta di collo gli embargo e i divieti di export e import. Questa situazione sta infatti mettendo in difficoltà le aziende quasi più della pandemia.

Il mercato delle scarpe italiane  funziona prevalentemente grazie all’export. Si può anche indovinare quale sia il paese dal quale arrivano la maggior parte delle ordinazioni: la Russia.

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Quella nazione “brutta e cattiva” alla quale il governo italiano ha bloccato i conti, messo embargo e bloccato import e export. Il problema sta nel fatto che ad essere in seria difficoltà non sono i russi ma gli italiani.

E’ appunto il caso dei produttori di scarpe marchigiani che il 24 aprile si sono ribellati alle disposizioni governative ed hanno deciso di partecipare, nonostante i divieti ad un mercato di scarpe di Obuv mirkozhi.

L’evento durerà fino a venerdì ed è molto frequentato perché le scarpe italiane nella nazione di Putin sono considerate delle eccellenze, status symbol.

Ad essere in difficoltà a causa delle sanzioni non sono soltanto i produttori di scarpe ma anche tutti gli affiliati come i produttori di carta, gomma, le concerie.

Le sanzioni, attualmente, nelle marche, lasciano sugli scaffali, invendute, oltre 6 milioni di paia di scarpe. Per questa ragione ben 48 aziende hanno deciso di andare ugualmente alla fiera moscovita.

Naturalmente i rappresentanti hanno dovuto passare da Dubai oppure dalla Turchia per arrivare in Russia perché pure i voli sono bloccati.

Il gruppo di aziende era assistito da Assocalzaturifici, aderente alla Confindustria. Nonostante tutto, in ogni caso la regione marche ha deciso di contribuire alla trasferta già decisa da tempo.

L’assessore alle attivittà produttive Mirco Carloni ha sottolineato: “Prima dell’inizio della guerra, la Regione Marche e la Camera di commercio delle Marche, attraverso una delibera, avevano deciso di sostenere, come ogni anno, la partecipazione delle imprese marchigiane alle fiere internazionali tra cui quelle di Kiev per il settore moda e di Mosca per il calzaturiero.

Essendo stata confermata la fiera di Mosca, le nostre 28 imprese che avevano già deciso di partecipare potranno ancora godere del nostro contributo nel rispetto delle regole nazionali ed internazionali.

Il settore calzaturiero è il fiore all’occhiello della nostra economia regionale ed è per questo che in quanto istituzione continueremo a sostenere i nostri imprenditori nel rispetto di tutte le normative vigenti nell’ambito delle regole e degli impegni.

La Regione Marche condanna la guerra in tutte le sue forme e continuerà ad aiutare i profughi ucraini come fatto finora ma, vista la situazione così delicata, non si volterà dall’altra parte lasciando sole le imprese marchigiane colpite dalla crisi”.

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