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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Questione ucraina: una guerra che non si è voluta fermare, ma foraggiare. Perchè?

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Se qualcosina si impara, a scuola, è che le storie vanno raccontate dal principio, altrimenti non si capisce nulla.

Prendiamo la celeberrima guerra del Peloponneso, tra Atene e Sparta, tra la città democratica per eccellenza e quella oligarchica. Atene è al culmine del suo potere: democrazia fa rima, nell’età di Pericle, con imperialismo.

Domenico Musti, nel suo Storia greca, ricorda che Atene non fa che vantare la sua superiorità morale rispetto all’Oriente, alla Persia “tirannica” e alla Sparta oligarchica. E lo fa in nome della stessa democrazia, che va esportata, se serve, con la forza.

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Il Musti usa proprio questa espressione, dice che Atene “esporta la democrazia” anche con le armi. Si tratta di un testo classico, datato 1989: il comunismo non è ancora caduto e gli Usa non hanno ancora cominciato ad “esportare la democrazia” a suon di bombe in Iraq ed in giro per il mondo.

Atene, continua il Musti, cerca lo scontro, per motivi territoriali, di potere, anche se lo carica di valenze ideologiche, e procede con provocazioni di “portata limitata” per lasciare “percorrere l’ultimo tratto della guerra agli avversari, facendo quindi cadere su di essi la responsabilità morale”, “lasciando al nemico il compito compromettente di provocare lo scoppio delle ostilità”. Come? Per esempio continuando a sanzionare gli alleati di Sparta, come Megara, vietando ai megaresi di frequentare l’agorà attica e i porti dell’Impero, cercando cioè di strangolarne i commerci.

Chi ha seguito sin qui, forse inizia già a fare dei parallelismi: da quanti anni è che la cosiddetta “esportazione della democrazia” tocca, guarda caso molto da vicino, la Russia “tirannica”? Chi non ricorda l’ostilità dei russi alla prima guerra in Iraq del 1991, quando fu subito chiaro che il dittatore Saddam era solo un pretesto del governo Usa per curare i propri interessi geopolitici ed energetici, andando ad occupare i vuoti lasciati dall’URSS? Chi ha dimenticato le continue sanzioni che i democratici americani hanno imposto alla Russia-Sparta negli ultimi decenni, attraverso l’Ue e la stessa Ucraina?

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Ma continuiamo con la democratica Atene e la tirannica Sparta. Alla fine è Sparta a dichiarare guerra ad Atene, e a vincerla, dopo anni di guerra sanguinosa.

Di chi la colpa di questa guerra fratricida? Il Musti ci ricorda che la guerra fu “l’esito inevitabile di un processo naturale, quello della crescita di un organismo in piena espansione qual era l’impero ateniese; l’intraprendenza storica che esso esibisce fa contrasto con i timori di parte spartana, timori che proprio quel fenomeno di crescita va ad alimentare fino alla reazione finale. Il giudizio di Tucidide (storico ateniese contemporaneo ai fatti, ndr) è chiaro: nella dinamica dei fatti l’iniziativa della guerra è degli spartani, nelle cause ultime la responsabilità è dell’espansionismo ateniese”.

Ecco ora proviamo a paragonare meglio i fatti di allora con quelli di oggi.

La guerra “nella dinamica dei fatti” è stata scatenata dalla Russia di Putin, certamente. E questa è senza dubbio una grave colpa.

E le cause ultime? Le origini remote del conflitto dove vanno collocate? Siamo certi che non abbiano alcuna legittimità i “timori” russi davanti all’imperialismo americano?

Non è difficile capire come stanno le cose. Basta non aver dimenticato la lunga guerra caldo-fredda iniziata all’indomani della caduta dell’URSS, nel 1991. Caduto il colosso comunista, il mondo bipolare sembrava finito, e gli Usa hanno creduto di poter dare vita ad un mondo unipolare, ad un “nuovo secolo americano”.

I cosiddetti neocon, da Victoria Nuland a Madeleine Albright, da Robert Kagan a William Kristol ecc. hanno predicato la necessità di un mondo a guida americana, diventando gli ideologi dell’esportazione della democrazia e i sostenitori della “benevola egemonia” contro gli “stati canaglia”, le “forze del Male”, le dittature.

Si parlava, allora, di “nuovo ordine mondiale”, degli Usa come “gendarme del mondo”, di “cambiamenti di regime” da imporre con ogni mezzo, e i pericoli indicati, nero su bianco, nei testi dei neocon, erano Saddam Hussein, Gheddafi, la Corea del Nord e la Russia.

Scrivevano nel 2000 Robert Kagan e William Kristol che uno dei problemi maggiori per l’egemonia americana stava proprio nella possibilità della Russia, allora in ginocchio, di risollevarsi.

Da allora ogni disgrazia del mondo è stata attribuita di volta in volta al nemico, e così, per fare del bene agli irakeni, si è distrutto l’Irak; per combattere il cattivo Milosevic, si è devastata la Serbia, colpevole, più che di malvagità verso i kossovari, di essere un paese filorusso in terra europea; per salvare la Libia, si è ucciso Gheddafi consegnando il paese al caos e alla guerra civile… Inoltre, ogni due per tre, sono state rilanciate accuse a Putin per ogni male del mondo, tanto che la rete si è riempita per anni, ad ogni tsunami o terremoto, dell’hastag “ha stato Putin!”.

Anche le elezioni vinte da Donald Trump, nel 2016, hanno generato una canea durata per 4 anni, da parte dei democratici e dei neocon Usa: “Trump è un uomo di Putin!”; “I Russi hanno manipolato le elezioni!”. Era sempre e soltanto propaganda. E Putin era già, per Biden, prima dell’invasione dell’Ucraina, un “criminale”, “senza anima”. Per lui, come per Hillary Clinton e Bush: tutti insieme, appassionatamente!

Non che Putin sia innocente, per carità, come non era innocente e pacifica Sparta, ma certamente per 20 anni -mentre Biden votava tutte le guerre Usa – la Russia ha giocato soprattutto in difesa e meno in attacco. Di qui anche la valutazione sostanzialmente positiva nei confronti del presidente russo sia da parte di Benedetto XVI (vedi Ultime conversazioni), sia da parte di Bergoglio, che proprio in Putin, nel 2015, trovò la sponda per fermare un nuovo conflitto che gli Usa del premio Nobel per la Pace Obama volevano scatenare con la Siria, accusandola, al solito, di aver usato armi chimiche.

Ma torniamo al parallelismo tra l’imperialismo ateniese e quello americano. Per oltre due decenni la Nato ha continuato ad espandersi occupando via via terre che erano appartenute all’ex impero sovietico, destandone i “timori”

No, dicono alcuni giornalisti, non è vero nulla, la paura della Nato a tre passi dal confine russo è solo una scusa, la Russia avrebbe attaccato l’Ucraina ugualmente!

Coloro che scrivono queste sciocchezze, fingono di ignorare che la Russia si sente accerchiata dalla Nato da molti anni, e non ha fatto che ripeterlo all’Occidente in ogni modo.

Lo ha scritto e riscritto, per fare un esempio, l’ambasciatore Sergio Romano, che nel suo Putin del 2016 ricorda per esempio che “le preoccupazioni di Putin crebbero quando gli Usa, nel 2008, approfittarono del Vertice Atlantico di Bucarest per proporre l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nella Nato”; lo sapeva bene Angela Merkel, che si schierò sempre “contro l’entrata di Georgia e Ucraina nella Nato” (vedi Massimo Nava, Angela Merkel, 2021) e che, come racconta Biden stesso nella sua autobiografia del 2016 (Joe Biden. Papà fammi una promessa, pubblicato in Italia da La Stampa e Repubblica nel 2016), stigmatizzava il fatto che gli Usa di Obama e del suo vicepresidente Biden continuassero a mandare armi in Ucraina. Scriveva lo stesso Biden: “Angela aveva parlato del suo timore che ‘il confronto in Ucraina diventi una spirale fuori controllo’”.

La cancelliera tedesca, proseguiva Biden, era “categoricamente contraria a ogni tipo di sostegno militare al debole esercito dell’ Ucraina. ‘I progressi di cui l’Ucraina ha bisogno non possono essere raggiunti con le armi’ aveva detto”.

Sempre la Merkel insisteva con l’allora presidente Poroshenko, l’ammiratore del battaglione Azov, “di trovare qualcosa da portare al tavolo dei negoziati”, riguardo alla questione della Crimea e del Donbass.

Opposta, proseguiva Biden, la mia posizione, favorevole ad “armare chi è pronto a combattere e a morire per la propria libertà” (si sta parlando di guerra in Europa, in fondo, mica in America!).

E la democrazia ucraina? Oggi, mentre i partiti di opposizione ucraini vengono messi fuori legge, ed il paese è governato da un uomo che è passato in un bliz da comico televisivo in mutande a presidente e generale, Biden ci comunica che l’America non esporta più la democrazia, ma che sostiene l’Ucraina perché democratica, contro la Russia autocratica. Insomma, non è logorare la Russia, strozzare l’Europa e venderci il gas americano, che gli sta a cuore, ma la democrazia!

Però pochi anni fa, aveva idee molto diverse: mentre lavorava, a suo stesso dire, ad “isolare” la Russia nell’Europa dell’est e ad armare l’Ucraina, definiva quest’ultima “una democrazia emergente i cui leader avevano mostrato una certa inclinazione alla corruzione, all’egoismo e al comportamento autodistruttivo”.

Che la corruzione gli fosse nota anche per gli affari del figlio Hunter con il gas ucraino? Che la sfrutti anche oggi, insieme alla vocazione “autodistruttiva”, utilizzando l’ex comico Zelesnky, forse ancora ignaro della tragedia che ha contribuito a scatenare, per regolare i conti con l’avversario russo, “fino all’ultimo ucraino”?

E’ un dubbio che non può non venire, e che una donna ucraina di nome Alla, scappata in Italia, ha espresso così in un’ intervista al giornalista Riccardo Cascioli: “Non so, è una cosa politica, non so che cosa Europa e Nato abbiano promesso a Zelensky, lui dice che si sente tradito, ma non bisognava arrivare a questo punto, bisognava trattare prima, bisognava evitare tutto questo”.

Perché alla fine, quelli che muoiono ora sono i poveri ucraini, e i poveri soldati russi, mandati a combattere contro voglia, mentre quelli che soffiano sul fuoco, e fanno l’impossibile per non arrivare a soluzioni diplomatiche, sono soprattutto gli Usa del tanto acclamato Biden e l’Inghilterra: cioè le due potenze geograficamente ed economicamente più lontane dalla Russia e dall’Ucraina, quelle che credono di non aver nulla da temere in termini di perdite umane (a meno che non scoppi la terza guerra mondiale) e che non avranno ripercussioni economiche, se non positive.

E l’Italia di Draghi? Non pervenuta, per nulla interessata alla pace, come dimostrano le dichiarazioni incendiarie e stolte di Di Maio, l’assenza di qualsivoglia impegno diplomatico (a parte quelli della Sante Sede, che però non è Italia) e l’inattività di un premier che ha impegnato un mese per alzare la cornetta del telefono…

A noi, alla gente comune, non resta che sperare e pregare che finisca al più presto, dandoci da fare come possiamo per aiutare le migliaia di profughi ucraini rimasti senza casa, senza patria, a piangere i loro morti.

 

 

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