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Società

Big D: il fenomeno delle grandi dimissioni, se è il lavoratore a scegliere l’azienda

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Il webinar su Zoom del 29 marzo 2022 dal titolo: “Big D: le grandi dimissioni” con sei interessanti interventi ed esperienze qualificate a partire da Marco Parolini responsabile scientifico di Job Trainer, ha intercettato un fenomeno analizzato di recente in Italia.

All’estero soprattutto nei paesi Nordici e Usa è già un dato di fatto, perfino in Cina si sono riscontrati mancati rientri di dipendenti dal Capodanno cinese.

L’Osservatorio di Job Trainer ha cercato di capire perché molte aziende stanno perdendo i collaboratori e per quale motivo i talenti – giovani e meno giovani – se ne vanno. Molti cambiano lavoro e vita e i motivi sono molteplici, ma è un fenomeno trasversale a tutte le aziende.

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In Italia riguarda la fascia d’età 26-45 anni, con un’anzianità da 1-5 anni, diffuso maggiormente nel Nord-Ovest.

Poche settimane fa l’Associazione Italiana Direzione Personale (ADPI) ha pubblicato i dati secondo cui le dimissioni volontarie fra i giovani in Italia toccano il 60% delle aziende.

I settori maggiormente coinvolti sono quello Informatico e Digitale (32%), Produzione (28%) e Marketing e Commerciale (27%). Questa tendenza ha colto impreparate le imprese.

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Certamente la pandemia ha segnato una svolta decisiva; le persone hanno potuto assaporare nuovi equilibri tra la vita lavorativa e quella privata, scoprire la possibilità di lavorare in smartworking da casa o da luoghi di villeggiatura, a cui si è aggiunta la ripresa e condizioni più favorevoli nel mercato del lavoro.

E’ forse maturato il tempo per una piena attuazione dell’art. 4 della Costituzione che indica al cittadino il dovere di svolgere un’attività secondo le proprie possibilità e la propria scelta?

Nel saggio: “L’intelligenza del lavoro. Quando sono i lavoratori a scegliersi l’imprenditore” (Rizzoli -2020), il giuslavorista milanese Pietro Ichino aveva percepito in anticipo questa tendenza, ora gli scettici hanno dovuto ricredersi.

I lavoratori esercitano la propria scelta quando si orientano verso un determinato settore produttivo, se indirizzano la formazione professionale in funzione di questa opzione, delimitando l’area geografica nella quale preferiscono vivere e lavorare.

Infine in quest’area individuano l’azienda che consente loro di svolgere il lavoro per il quale sono disponibili, magari in un orario che si concilia con le esigenze familiari e personali e alle condizioni retributive migliori.

Effettivamente per le aziende il fenomeno delle “Big D” (grandi dimissioni) è arrivato inaspettato; alcune sostituiscono velocemente il personale, altre colgono l’opportunità per riorganizzare i processi lavorativi. Sta cambiando la percezione del lavoro e del mercato del lavoro.

Durante gli anni Novanta aveva destato un certo interesse il saggio di Economia “La fine del lavoro” scritto da Jeremy Rifkin, economista e sociologo statunitense, che aveva individuato le varie fasi che hanno visto la società americana dedita all’agricoltura per il 90% prima delle rivoluzioni industriali. Ne è seguito un grande spostamento di masse di operai verso le città per lavorare nelle fabbriche.

Con la seconda rivoluzione industriale le macchine e l’automazione prendono il posto dell’uomo nell’industria manufatturiera, e le masse di lavoratori lasciano le fabbriche per spostarsi nel terziario/uffici, il computer diventa strumento di lavoro.

Con la terza rivoluzione industriale e l’incredibile sviluppo delle tecnologie l’autore aveva ipotizzato un aumento della disoccupazione, perché molte professioni erano soppiantate dall’automazione e dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Nel 2014 è stato coniato il termine di Industria 4.0, indica la tendenza dell’automazione industriale ad integrarsi con le nuove tecnologie produttive per migliorare le condizioni di lavoro, aumentare la produttività e la qualità produttiva degli impianti, contestualmente sono stati creati nuovi profili professionali altamente specializzati.

Come è cambiato il significato del lavoro dal ‘900 ad oggi?

Secondo Parolini si possono schematizzare i seguenti periodi storici: nel ‘900 il lavoro significava sussistenza, dopo la seconda guerra mondiale è diventata un’occasione per emanciparsi (fare concorsi, ottenere un posto), dagli anni Ottanta il lavoro si identifica nell’autorealizzazione  (frequentare corsi, ambire ad una casa di proprietà, un’auto e altri sogni).

Oggi per la generazione dei Millennials il lavoro non è più l’elemento principale, ma un complemento.

In Italia risulta che solo il 5% è soddisfatto del proprio lavoro, molti vorrebbero cambiare attività, altri invece danno le dimissioni perché possono permetterselo, per maggiore stabilità finanziaria.

Tra le motivazioni c’è lo stress, burnout, ritmi di lavoro snervanti, riunioni di lavoro che non danno tregua e raggiungono il lavoratore perfino via whatsapp. Ma soprattutto si vuole dare un senso al proprio tempo e alla vita, perché il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo.

Nei due mesi di lockdown si sono fermate tutte le attività, molti hanno investito il proprio tempo nella formazione, frequentando dei mini-master online per ottenere nuove certificazioni. E’ possibile fare business utilizzando le tecnologie e continuare a lavorare da casa.

Per gli appassionati di montagna riprendersi il proprio tempo in termini qualitativi (famiglia, amici e sport), rinunciando ad una retribuzione maggiore o lavorando part-time.

C’è chi abbandona le grandi città e sceglie di vivere a contatto con la natura, lavorando da remoto con maggiore flessibilità.

Alle aziende è richiesto di cambiare, la valutazione dei lavoratori dovrebbe avvenire per raggiungimento degli obiettivi, il controllo (tradizionale) non è più applicabile.

Saranno quindi i lavoratori a scegliere e “ingaggiare” l’imprenditore più capace di valorizzare il loro tempo?

Nell’azienda “Patagonia” (storico brand tessile per abbigliamento outdoor con focus sulla sostenibilità) è normale prendere mezza giornata senza preavviso per uscire a fare surf. Questa è la filosofia imprenditoriale di Yvon Chouinard, autore di “Let My People Go Surfing (Lasciate la mia gente a far surf).

Con una prospettiva meno proattiva, l’economista Nicholas Eberstadt – autore del libro “Men Whithout Work”– tra le ragioni delle “grandi dimissioni” intravede la cultura dei videogiochi e la crescente incapacità dei maschi adulti di assumere il ruolo di “capofamiglia”.

Invece di lavorare molti uomini stanno semplicemente a casa senza fare nulla, ovvero passano il loro tempo tra film in streaming, videogiochi e social media. Da questo scenario emerge una sorta di precariato della famiglia, della politica ed ora anche del lavoro.

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