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Trento

In due anni in Italia il gas è aumentato del 321%, Confapi: «Ecco le soluzioni di breve e medio termine»

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Il 2021 si è chiuso all’insegna dei forti rialzi dei beni energetici. In particolare, il TTF, il contratto di riferimento per il mercato europeo del gas naturale, ha segnato un aumento del 267% che, se sommato a quello riportato nel 2020, si traduce in un’impennata di +483%.

L’escalation di prezzo del gas naturale ha sortito un effetto a cascata sui prezzi dell’energia elettrica: la bassa generazione delle pale eoliche causata dai bassi venti in Nord Europa, accompagnata ai problemi di natura tecnica riportati dalle centrali nucleari francesi e allo spegnimento dei tre reattori nucleari tedeschi, hanno infatti accresciuto la necessità di produrre power dal gas naturale, contribuendo al rincaro dei prezzi. In Italia, per fare un esempio, il prezzo spot dell’elettricità ha segnato nel biennio 2021-2020 un balzo del +321%.

L’aumento delle richieste di gas naturale non ha fatto altro che aumentare la dipendenza del mercato europeo nei confronti della Russia le cui forniture (da cui dipende 1/3 dell’offerta del Nord Europa) tuttavia, anziché aumentare, hanno assistito a una riduzione del 22% rispetto al 2020.

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La riduzione dei flussi dalla Russia è stata tale da non poter essere compensata dal gas in arrivo da Norvegia e Regno Unito (in aumento), Algeria e TAP (sui record storici).

Oltre all’aumento dei prezzi dell’elettricità, la seconda conseguenza del rally del prezzo del gas naturale riguarda il prezzo dei certificati di emissione di CO2 che, sempre a dicembre, ha raggiunto il livello record di €90/t in ragione sia dell’aumento dei consumi di carbone sia delle scommesse rialziste da parte dei fondi finanziari, dopo la presentazione nel luglio scorso del piano sul clima UE incentrato sullo spingere al rialzo il prezzo del carbonio al fine di aumentare l’attrattività delle fonti rinnovabili, come l’idrogeno.

Dinamica, quest’ultima che, come in un circolo vizioso, ha contribuito a sua volta ad alimentare i prezzi dell’elettricità. L’aspetto paradossale è che proprio lo zelo con cui vengono perseguite le politiche climatiche non sembra incidere positivamente sulla riduzione delle emissioni di CO2. Stando all’Environmental Progress, la generazione di energia elettrica da fonte fossile in Germania passerà nel 2022 dal 37% del 2020 al 44%, mentre le emissioni di CO2 saliranno a 264 mln di tonnellate rispetto ai 244 mln del 2021.

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Inoltre, l’abbraccio tra green e finanza rappresenta una criticità che merita un attento monitoraggio da parte del Governo italiano e dell’Unione europea. Perseguire politiche di riduzione delle emissioni di carbonio non deve diventare un pretesto per la speculazione finanziaria ai danni di famiglie e imprese.

Secondo un’indagine realizzata da Confapi (Associazione categoria piccole e media industrie) il costo dell’energia incide sul fatturato tra 5 e 10 punti percentuale per il 29% delle anziende interpellate, mentre per il 25,8% l’incidenza varia tra l’11 e il 30%

Delle aziende intervistate infatti il 54,8% vanta contratti a prezzo variabile a fronte del 45,2% protetto da prezzo fisso. Tuttavia il primo aspetto da evidenziare è che già il 43,8% delle aziende coperte da un contratto a prezzo fisso ha in essere un prezzo medio di fornitura di oltre €120/MWh pari ad un aggravio del 100% rispetto al prezzo medio dell’elettricità nel 2019.

Nell’insieme, la maggioranza delle PMI che vantano oggi un contratto a prezzo fisso si troverà a rinegoziare i contratti di fornitura tra il secondo e il quarto trimestre 2022. Tenuto conto della condizione di grave tensione che insiste attualmente sul mercato energetico europeo e dall’andamento della curva forward, è lecito attendersi a fine 2022 una rinegoziazione nell’ordine dei €180/MWh pari a un incremento del 200% rispetto al 2019. Per non parlare delle imprese che hanno contratti a prezzo variabile e che sono ulteriormente penalizzate.

Su un piano più macro, ipotizzando un consumo industriale di elettricità (PMI e grandi imprese) di circa 211TWh (-5% rispetto ai consumi 2019) e un aggravio medio dell’elettricità stimato in €120/MWh rispetto al 2019 (prezzo medio dell’elettricità è stato pari a € 60/MWh), l’impatto economico della bolletta luce sul sistema industriale italiano ammonta almeno a € 25 miliardi.

La Confapi italia e Confapi Trentino per voce della presidente Monica Mosna chiedono al governo di intervenire con misure tampone al fine di ridurre fortemente l’onere della bolletta energetica.

La tipologia degli interventi di breve periodo deve incidere direttamente sul costo della bolletta ed in particolare sulla componente energia.

1. Risorse aggiuntive da impiegare almeno sui primi 3 mesi dell’anno per contenere in costo della componente energia e da applicare a tutte le imprese a prescindere dal loro consumo. La distribuzione di queste risorse dovrebbe avere come criteri gli indici di intensità energetica VAL – che è il rapporto tra i costi per il consumo di energia elettrica e il valore aggiunto dell’impresa – o FAT – che è il rapporto tra i costi per il consumo di energia elettrica e il fatturato dell’impresa. Tali criteri vengono oggi utilizzati favorendo solo i grandi energivori (con un minimo di 1 milione di KWh di consumi) ed escludono la maggior parte delle piccole e medie industrie private. Pertanto ribadiamo la necessità che il criterio da adottare sia quello dell’incidenza del costo dell’energia sul fatturato.

Sarebbe poi opportuno anche considerare come criterio ulteriore l’incidenza del costo della manodopera rispetto al fatturato (ie. aziende che impiegano molta manodopera e che consumano molta energia a fronte di una ristretta marginalità). Le risorse si potrebbero recuperare attraverso una superdeduzione sul costo del lavoro.

Si può anche prevedere una modalità di aiuto che riduca l’incidenza della componente energia con una azione di contenimento della percentuale di aumento delle tariffe (es. Francia) o con un intervento fiscale (Germania).

2. Azzeramento degli oneri di sistema almeno per il primo trimestre. Tuttavia, agire solo sugli oneri di sistema non è una misura sufficiente. Ipotizzando infatti anche un azzeramento totale degli oneri di sistema, le imprese italiane andrebbero a pagare un prezzo dell’energia di circa €308/MWh nel primo trimestre 2022, pari a un incremento dell’83,6% rispetto al 2019. Oggi, con le prime riduzioni applicate dal governo, l’incidenza sul totale del costo della fornitura non supera comunque il 10%.

3. Allargare la possibilità di una rateizzazione, come già previsto per il domestico, con l’intervento dello Stato (Cassa Depositi e Prestiti) che garantisca questa operatività nei confronti dei fornitori.

4. In considerazione dell’aumento dei costi dell’energia, è importante che il Governo garantisca le aziende affinché non vengano richieste garanzie ulteriori a copertura dei consumi.

In alternativa, accordo tra il Governo e il sistema bancario come co-garante delle fideiussioni di garanzia che verranno chieste dai fornitori a copertura dei consumi dei clienti, visto che con il raddoppio delle bollette il sistema di garanzia di copertura del credito non sarà più applicabile per molti clienti.

5. Sospensione almeno per il primo semestre del 2022 delle delibere 98/11 e n. 365/2019 ARERA che introducono un nuovo onere “Corrispettivo mercato capacità” a copertura dei costi utilizzati per pagare le centrali elettriche che si rendono disponibili a funzionare nelle ore critiche di picco del sistema senza superare un prezzo limite stabilito da Terna e legato ai costi di funzionamento di una centrale efficiente che troverà applicazione dal 1 gennaio 2022. Gli oneri previsti per le 500 ore critiche individuate da Terna sono 39,799 €/MWh nelle ore critiche e 1,296 €/MWh nelle ore non critiche, oneri insostenibili in una situazione drammatica come questa.

6. Sarebbe opportuno favorire e supportare all’interno del sistema produttivo la creazione di un consorzio comune tra associazioni per negoziare con maggiore potere contrattuale il costo dell’energia.

Gli interventi nel medio e lungo periodo invece devono ridurre la dipendenza energetica dall’estero, e in particolare dalla Russia, Confapi propone le seguenti misure:

1.Riforma del sistema di pricing del mercato elettrico. Il prezzo dell’energia deve tornare ad essere collegato al costo di generazione. Oggi il prezzo si forma attraverso il principio del MARGINAL PRICE che in momenti di mercato rialzista accelera l’aumento dei prezzi. Sarebbe opportuno invece valutare la possibilità di inserire i principi del PAY AS BID (prezzo medio ponderato).

Va previsto un meccanismo che, considerando i costi di generazione, valuti in modo diverso l’energia che deriva da fonti rinnovabili (costi di generazione più contenuti) rispetto all’energia prodotta dalla termo generazione che dipende effettivamente dal costo del gas. Non dimenticando che l’energia generata dalle fonti rinnovabili gode già di incentivi che ne hanno favorito l’installazione.

Bisogna che i vettori energetici come GAS ed EE non rimangano solo in balia dei mercati finanziari.

2.Aumentare/stipulare accordi di fornitura di lungo termine con Russia, Algeria, Libia ed Egitto. Dal punto di vista industriale è più importante muoversi in scenari che contrattualmente possono godere di una certa stabilità piuttosto che ottenere sconti momentanei dovuti a speculazioni finanziarie che, come si è visto, generano utili che non vanno a sostegno dell’economia reale.

3.Sviluppo dei gassificatori esistenti e costruzione di almeno 2 nuovi gassificatori al fine di assorbire il previsto aumento dell’export di GNL dagli Usa.

4.Aumentare la capacità di produzione italiana per accrescere l’indipendenza energetica del nostro Paese attraverso, ad esempio, l’estrazione di gas dall’Adriatico e il potenziamento della TAP.

5.Sviluppo della tecnologia nucleare di quarta generazione. In tal senso l’indicazione giunta dalla Commissione UE di inserire gas e nucleare all’interno della cosiddetta tassonomia rappresenta un importante segnale. In Cina sono ben 14 i reattori nucleari in costruzione che si aggiungeranno ai 52 già funzionanti per una capacità totale di circa 60GW che dovrebbe arrivare a 200GW entro il 2035. Il messaggio è chiaro: l’elettrificazione non può non considerare anche l’ipotesi di sviluppo della tecnologia nucleare di quarta generazione. Un aspetto su cui occorre soffermarsi è che lo sviluppo del nucleare non solo permetterà di proseguire con maggiore determinazione lungo il percorso della decarbonizzazione e della sovranità energetica, ma impedirà anche a Cina e Russia di dettarne gli standard di sicurezza.

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