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Il nuovo Teatro del Maggio celebra Zubin Mehta: a Firenze un Fidelio affascinante e cosmopolita

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Il nuovo Teatro del Maggio celebra Zubin Mehta con l’inaugurazione dell’Auditorium a lui dedicato: il maestro ricambia con una direzione precisissima.

È segno di grande forza e vitalità artistica e culturale contemporanea ciò che succede a Firenze in questo fine anno. Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, in piena fase di approntamento definitivo sul progetto dell’architetto Paolo Desideri, vara il nuovo Auditorium, una sala da 1200 posti dall’acustica straordinaria, con la direzione della celebre orchestra fiorentina nel Fidelio di L. V. Beethoven da parte del grande Zubin Mehta, cui la sala viene dedicata.

L’occasione è, possiamo dire forse, la terza inaugurazione dell’Auditorium, dopo il concerto inaugurale del 21 dicembre alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e l’altro del 22 per la città di Firenze.

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Fidelio, profondo sforzo operistico fatto da L. V. Beethoven con oltre dieci anni di lavoro e un perfezionamento continuo e certosino che s’intuisce in tutti i fraseggi musicali e nelle sinfonie vocali, continua a essere un’opera di grande originalità drammaturgica: in epoca di femminicidio e di colpevolizzazione biologica del maschio, una donna che si erge a difensore di un uomo e che celebra l’amore coniugale, mentre si muovono scosse per lo smontaggio della famiglia, è certamente originale…

Il personaggio di Leonore, cui l’opera fu precocemente intitolata, brilla di fascino e potenza nella interpretazione della norvegese Lise Davidsen, che si conquista un ruolo di prim’ordine nella scalata storica al podio della miglior Leonore: non esageriamo se la vediamo ideale continuazione contemporanea dell’asse Lotte Lehmann-Christa Ludwig, con uno spunto di eccezionalità addirittura superiore alla fine del primo atto, nel momento topico della cabaletta, ove credo si debba dire che strappi rispetto alle due, in una fuga tonale che resterà nella storia canora del Fidelio, sottolineata dall’applauso entusiastico del pubblico del 2 gennaio 2022 e anche dal palese riconoscimento del maestro Mehta, che si gira verso di lei come felicemente incantato.

Se è lei, la Davidsen, regina del palcoscenico, con il vigore pre-wagneriano che Beethoven affida al suo personaggio e che lei non tradisce, anche le altre voci danno il meglio: certo, chi incontra la scatenata norvegese nei duetti di questa domenica soffre non poco (è il caso di Franz-Josef Selig…), ma il geniale quartetto “Mir ist so wunderbar” mostra la grandezza di tutto il cast, nell’attesa che entri in scena Klaus Florian Vogt in Florestan, non da meno.

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Non si può non apprezzare l’ennesima espressione del genio beethoveniano nella imposizione di un’orchestra, di una condizione sinfonica strumentale, protagonista in scena alla pari di una voce, ma preziosamente coordinata con le vere voci nei momenti clou, come un volo sincrono che si trasforma in duetto anticipando le grandi onde spaesanti, unheimlich, dell’opera wagneriana.

Un imprinting dal Fidelio che il giovane Richard a 16 anni ha certamente subito, quasi come un trauma. E, mentre il coevo Rossini impone con opposta magistralità il profumo di fiori mozartiani al nostro orecchio, il grande di Bonn già ci urla di romanticismo e sturm-und-drang, imponendo il governo di quel contrasto che sarà in eterno la sua cifra, debordante in Wagner e rapsodicamente presente anche in Verdi.

Matthias Hartmann, la regia, se la cava egregiamente. Lo spazio è sfruttato in modo magistrale e i movimenti di scena, vere e proprie coreografie, sono precisi e significativi: malgrado la necessaria decisione di avere l’orchestra sul palco a causa dell’incompleta realizzazione architettonica della buca (con un occhio al grande Zubin Mehta al centro del palcoscenico…) lo spazio frontale è utilizzato da un’acuta progettazione orizzontale, ben introdotta, con astuta attenzione subliminale, dal cavo per stendere il bucato che la ottima Francesca Aspromonte (Marzeline) porta da un estremo all’altro della luce di scena, mentre rifugge dalle dichiarazioni d’amore di Jaquino (un bravo Luca Bernard).

Il maestro Zubin Mehta, a suo completo agio, sfoggia un aplomb che ricorda la meditazione yoga della sua origine indiana, ma che, parallelamente ci informa del suo essere figlio d’arte, di un grande impresario e musicista di Mumbai, il padre, aristocratico e coltissimo.

E ci sta proprio bene, a Firenze, aristocratica e coltissima anch’essa… Infatti, c’è un altro tema importante, che trionfa in tutto ciò: la fiorentinità. Il buon gusto e la finezza sono come un liquido in cui sono immersi sia il nuovo Teatro del Maggio, sia il Fidelio di Mehta e Hartmann, sia la musica e le voci, sia gli addobbi natalizi, sobri ed eleganti al tempo stesso.

Eccola, Firenze: preziosa e delicata, potente e fremente di umanesimo, orgogliosa della sua particolarità e mai provinciale.

Miracolo d’Italia, cui l’Auditorium dell’architetto Paolo Desideri (in veste ministeriale, Desideri mi approvò importanti progetti di sviluppo economico-culturale alla fine del secolo scorso…) dona appropriato lustro architettonico e acustico e la figura di Zubin Mehta altrettanto, appropriato cosmopolitismo.

Mentre Maggio-Mehta-Beethoven ci danno il mondo in un senso, a pochissima distanza, passato il Consolato americano più affascinante d’Italia, e poi il Ponte Vecchio fino a Villa Bardini, Galileo Chini-l’Asia-la pittura/ceramica ci danno il mondo un’altra volta, in un altro senso…
Che dire: Firenze, sempre un po’ Capitale!

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