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Italia ed estero

Truffa reddito di cittadinanza, nello stesso palazzo 518 romeni beneficiari del sussidio

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Continuano le truffe ai danni dei contribuenti italiani. Il contendere è sempre quello: la percezione indebita del reddito di cittadinanza. 

Questa volta è coinvolto addirittura un palazzo intero in piazzale Selinunte 3 che ospitava, almeno sulla carta, 518 romeni beneficiari del reddito di cittadinanza.

Altri 287 abitavano in un condominio in via Degli Apuli 5, parallela di via Lorenteggio, altri 212 al civico 1 di viale Aretusa, adiacente a piazzale Selinunte.

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Quasi 3.800 romeni risultavano, nelle pratiche aperte dai Caf per la richiesta del sussidio, residenti in 11 vie di Milano: via Giambellino, via Bolla, via Tracia, via Morgantini, via Ricciarelli, via Lope de Vega, via Abbiati e via Pascarella, oltre alle già citate piazzale Selinunte, via Degli Apuli e viale Aretusa. Quasi tutti originari delle città di Craiova e Sadova.

A far emergere la nuova presa in giro targata Movimento cinque stelle è stato il quotidiano il Giorno di Milano che in un approfondito articolo firmato da Andrea Gianni fa emergenre delle tinte inquietanti su quella che ormai viene definita la maxi truffa del nuovo secolo.

Nel merito venivano presentate dichiarazioni di residenza totalmente false, dai «procacciatori» romeni e avallate dai loro complici nei Caf, senza curarsi della palese inverosimiglianza di strade con un numero abnorme di beneficiari dei sussidi.

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Case popolari che, nelle pratiche, risultavano popolate come “formicai“. È una delle «anomalie» che hanno dato origine all’indagine coordinata dal pm di Milano Paolo Storari e condotta dalla Guardia di finanza di Cremona e Novara che ha portato a 16 arresti con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alle estorsioni e al conseguimento di erogazioni pubbliche, cioè il reddito di cittadinanza e di emergenza.

I numeri descrivono l’ampiezza del sistema, e i danni provocati dall’organizzazione che ha messo le mani sui fondi anti-povertà: 9.158 cittadini romeni denunciati per aver percepito irregolarmente sussidi per un totale di circa 20 milioni di euro prima della revoca da parte dell’Inps.

Un «potenziale danno economico per lo Stato» di circa 60 milioni di euro, attraverso un sistema che vedeva da un lato un gruppo di romeni «procacciatori di identità» di connazionali senza i requisiti necessari per ottenere il contributo e in alcuni casi anche deceduti – come la 18enne Lavinia Simona Ailoaiei ammazzata nel 2013 dal ragioniere Andrea Pizzocolo in un motel nel Varesotto – e dall’altro i soci della milanese Nova Servizi (Oscar Nicoli e Njazi Toshkesi, entrambi arrestati).

La società è legata al Patronato Sias e ai Caf del Movimento Cristiano Lavoratori (Mcl) dove sono state presentate quasi tutte le domande truffaldine, inoltrate all’Inps dagli operatori in cambio di soldi sottobanco e anche, ulteriore beffa, dei rimborsi corrisposti dal ministero del Lavoro sulla base delle pratiche istruite.

Ben 4.036 istanze sono state inoltrate all’Inps dal Patronato Sias in viale Faenza, 1.070 da quello di Cinisello Balsamo, 1.887 dal Caf Movimento Cristiano Lavoratori (Mcl) in via Morgantini e 1500 dal Caf Mcl Corvetto. Liste scritte a mano, fitte di nomi e presentate «a pacchi» negli uffici o inviate su WhatsApp, con «prassi alternative» che violavano ogni procedura.

Un sistema emerso anche dalle dichiarazioni messe a verbale dai dipendenti dei Caf ascoltati dagli investigatori, riportate nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere disposta dal gip Teresa De Pascale. «Personalmente ho istruito circa duemila domande – ha riferito un operatore – di cui mille senza la presenza e la corretta identificazione dell’istante. In merito alle residenze non mi sono mai posto particolari domande».

Un silenzio che consentiva alla banda, composta anche da persone con alle spalle condanne per furto, truffe e ricettazione, di incassare somme enormi. E i Caf? Ricevevano 10 euro per ogni Isee. «Quando arrivava uno dei soggetti rumeni e consegnava il blocchetto di documenti o nominativi – ha spiegato un dipendente – contestualmente pagava il corrispettivo».

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