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Io la penso così…

Cosa c’è di “cristiano” nel green pass?

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Gentile Direttore,

le scrivo per condividere con lei, e spero con i suoi lettori, qualche riflessione “diversa dal solito” sul green pass. Diversa perché tocca una sfera delle persone e della società tutta che è quella spirituale, religiosa, morale. In particolare, tocca il credo comune a moltissimi di noi: la fede cristiana.

La domanda che rappresenta il punto di partenza di questa mia riflessione è: cosa c’è di cristiano nel green pass?

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Attenzione, sia ben chiaro! Ripeto e sottolineo, “nel green pass”! Credo sia necessaria questa puntualizzazione perché da una parte si fa presto a confondere ed etichettare velocemente pensieri e persone (in cima alla lista dei “marchi”, per esempio, è sempre pronto all’uso quello di “no vax”); inoltre, perché è chiaro a tutti che la nostra Chiesa ha scelto già da tempo di “promuovere” (o consigliare) fortemente la vaccinazione di massa.

E su questa scelta di campo, non me la sento, più di tanto, di discutere. Non voglio escludere, infatti, che in buona fede il Papa e tutti i suoi Vescovi e Parroci, stiano pensando al bene delle persone. E tanto mi basta.

Ciò che non mi basta, e che anzi si scontra violentemente con il mio essere profondamente cristiano, è che ci sia una parallela, e ormai molto esplicita, accettazione e promozione del green pass da parte della stessa Chiesa.

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In questa sede è “relativamente poco importante” che il green pass all’italiana sia (o meno) in contrasto con alcuni articoli della costituzione (in via diretta con l’art.3 e l’art.13 e in via indiretta con l’art.1, 2, 4, 16, 32) o con i Regolamenti dell’Unione Europea che hanno istituito il green pass come strumento di semplificazione del traffico transfrontaliero.

È invece molto rilevante, a mio parere, cristianamente parlando, come la discriminazione, che consegue all’accettazione acritica di questo strumento, sia in totale disaccordo con l’essere cristiani.

Sempre più spesso, e con crescente impegno, le nostre parrocchie e i nostri oratori, per “tenere fede” al messaggio di Gesù di solidarietà, di accoglienza, di fraternità, aprono le braccia ad ogni tipo di umanità, senza chiedere né un certificato di battesimo né un curriculum dei sacramenti. Nessuno si permette di chiedere dettagli sulla condizione economica, personale, sociale e familiare di chi viene accolto, adulto o bambino che sia, nella Casa del Signore.

Men che meno, qualcuno si sogna di approfondire circa la salute di ognuno dei nostri “fratelli”. E credo fermamente che non sia concesso nemmeno di discriminare, rifiutando o, peggio, scacciando dai nostri “oratori”, dalle nostre parrocchie, così come dai nostri campi da calcio e dalle nostre palestre, chi ha delle disabilità fisiche e psichiche, disagi personali e familiari, condizioni certificate di “diversità” dalla “normalità” degli altri partecipanti alle nostre attività.

Per una comunità cristiana, abituata a portare il messaggio di Gesù (misericordia, carità, perdono, ecc.) in luoghi in cui altri difficilmente si spingono, il green pass suona di una nota stonata e tragica.

Si va nelle carceri, dove da bravi apostoli, non facciamo selezione tra chi ha “solo” rapinato una banca e chi ha ucciso un suo fratello, persone che in curriculum hanno più condanne che giorni passati in catechesi, eppure chi ha scelto di aiutare queste persone, di certo non si tira indietro. Questo per non rinnegare una “missione” ponendosi in posizione giudicante verso gli altri fratelli.

E ancora, i cristiani partono per progetti di volontariato internazionale o nelle missioni sparse in giro per il mondo, in luoghi dove incontrano persone di cui non sanno nulla, men che meno ne conoscono lo stato di salute che, probabilmente, comprenderà il fatto di non aver mai fatto una vaccinazione per nessuna malattia.

E cosa si fa in questi casi? Sono i volontari che prima di partire si proteggono, vaccinandosi, e poi partono “a fare del bene”, senza chiedere nulla in cambio.

Oggi, invece, ci viene chiesto (a tutti noi cristiani, in qualsiasi ambito siamo impegnati) di DISCRIMINARE, respingendoli o scacciandoli dai nostri luoghi di lavoro, di studio, di cultura, di ricreazione, di sport e di cristianesimo, bambini, ragazzi e persone di qualsiasi età, nella stragrande maggioranza dei casi sani e in salute, ripudiati in virtù di una APP che non è stata scaricata. Un lasciapassare che colpisce tutte le persone, e soprattutto i più giovani, direttamente nei loro bisogni, nei loro diritti, nelle loro passioni, nel loro desiderio di sport e di aggregazione e perfino nella loro salute, perché per ogni ora in meno in palestra o in campo, si presenta un conto personale e sociale altissimo. Perché per ogni ora in meno di sport, avremo un’ora in più di cellulare, di tv, di play station, di allontanamento, insomma, da un mondo sano e, nel nostro caso, dallo spirito di Gesù Cristo.

E quindi, riprendo, cosa ci sarebbe di cristiano in tutto questo, di quello spirito e di quel messaggio che arriva da Gesù stesso e da chi, nei secoli, ha portato strenuamente il suo verbo attraversando epoche buie e momenti durissimi? Parlo di un San Francesco, parlo di un Don Bosco, parlo di un Don Pino Puglisi, e si potrebbe andare avanti per molte righe ancora. Ebbene, cosa c’è di cristiano ad accettare, senza battere ciglio, un lasciapassare verde che spacca consapevolmente la comunità, considerando questa spaccatura quasi un “marginale quanto necessario dettaglio”? Un lassciapassare che crea distanza, diffidenza, preferenza, odio sociale, conflitto, “fratello contro fratello”?

A supporto di queste mie domande, che spero non risulteranno solo “retoriche” ma che lei, Direttore, vorrà far arrivare al suo cuore e a quello dei suoi lettori, mi permetto di aggiungere due riflessioni.

La prima, si riferisce ad un “messaggio” che ci arriva direttamente dal Vangelo.

“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Questa frase mi ha colpito e si è subito insinuata in me, aggrappandosi ai miei pensieri sul green pass e sulle decisioni prese per la vita della nostra società civile, nella quale esiste una grande comunità cristiana. Ho voluto quindi approfondirne il senso e ho trovato una bella pagina sul sito del Centro Chiara Lubich (Le lascio in link qui affinché possa, se vorrà, leggerne il testo integrale:https://centrochiaralubich.org/it/ogni-volta-che-avete-fatto-queste-cose-a-uno-solo-di-questi-miei-fratelli-piu-piccoli-l-avete-fatto-a-me-mt-25-40/), nella quale, tra le altre cose, si legge:

“Chi sono quelli che Gesù chiama “suoi fratelli più piccoli”? Il contesto, in cui Gesù usa quest’espressione è, come abbiamo visto, universale: è un giudizio dove sono convocati tutti gli uomini senza distinzione. Quell’espressione perciò non indica i cristiani soltanto, ma qualsiasi uomo, cristiano o no, si trovi in necessità o in difficoltà. Il testo parla di chi ha fame o sete, di chi ha bisogno di vestito o di alloggio, del malato, del carcerato, ma non è difficile estendere l’elenco a milioni di indigenti e di sofferenti, che nel mondo implorano, anche senza parole, il nostro aiuto.”

Gesù, a quanto mi risulti, non si è mai messo dalla parte dei forti, dei potenti, di questa Terra, lui che era figlio di chi, davvero, era “onnipotente”. Cosa vogliamo fare, invece, oggi? Ci stiamo schierando con i “potenti della Terra” o quanto meno ci nascondiamo nel limbo degli accidiosi, senza esprimerci con un altrettanto potente “no” e senza esporci per paura delle conseguenze? Ci stiamo schierando forse con chi tira i fili di questo tragico momento storico per arricchirsi, per prevaricare, per imporre, per diventare ancora più forte, per spaccare la comunità cristiana e la nostra società?

Vogliamo davvero FARE ai bambini e ai ragazzi che si presenteranno alla nostra porta ciò che, sicuramente, non faremmo a Gesù, ovvero respingerlo, scacciarlo, ricattarlo, costringerlo a fare qualcosa per noi affinché noi facciamo, poi, qualcosa per lui?

Io non credo proprio. O comunque, da cristiano, io non ci sto!

Predicare bene e razzolare male, è già grave per “saggezza popolare” acquisita. Possibile che, da oggi, dobbiamo addirittura predicare male e razzolare peggio?

La seconda riflessione parte, invece, da un altro “messaggio” che, questa volta, arriva dal Papa in persona, in un articolo del 15 marzo del 2017, dal titolo: Papa Francesco: “Chi toglie il lavoro fa un peccato gravissimo”.

Ed ecco esplodere la dissonanza cognitiva!

Come è possibile conciliare l’accettazione “tout court” del Green Pass con questo chiaro messaggio del nostro Papa?

Oggi come oggi, si sta spingendo affinché alcune categorie di lavoratori, e dal 15 ottobre tutti, siano assoggettate ad un obbligo, pena la sospensione senza stipendio dal lavoro.

In alcuni casi, immagino ad esempio gli insegnanti precari a scuola che a settembre hanno ricevuto la chiamata, l’assenza del G.P. ha già precluso l’assunzione di molte persone e quindi ha sancito la perdita del lavoro o l’impossibilità perfino a candidarsi per un posto vacante. Direttamente e indirettamente il green pass incide e inciderà sul lavoro, e quindi sulla dignità, delle persone.

Infatti, Sua Santità collega molto bene la perdita del lavoro, alla perdita della difgnità umana, motivo per cui questo atto, soprattutto quando perpetrato volontariamente, assume il carattere di peccato gravissimo! Non dimentichiamoci che quelle che sono state superficialmente definite dal governo “attività non essenziali”, in realtà sono vitali per chiunque abbia costruito il proprio lavoro intorno a quella “non essenzialità” (e la nostra società è piena di cose “superflue” che però danno da vivere a tantissime persone operose!).

Papa Francesco, nell’articolo in questione, non usava mezzi termini e, per me, era stato inequivocabile: “Fare di tutto – esorta il Pontefice a fine udienza parlando a braccio – perché ogni uomo e ogni donna possa lavorare e così guardare in faccia gli altri con dignità“. Quindi la denuncia: “Chi per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari chiude fabbriche, chiude imprendimenti lavorativi e toglie il lavoro agli uomini, fa un peccato gravissimo”.

Oggi, purtroppo, lo stesso Papa sta chiedendo il green pass per entrare il Vaticano. E in diverse Diocesi (non ancora a Trento, per fortuna) la vaccinazione e il green pass sono presupposti per fare i catechisti (molto spesso mamme volontarie e volenterose) o per iscriversi al seminario.

Cosa ci sarebbe quindi di cristiano nel promuovere una pratica (quella dell’esibizione obbligatoria di un lasciapassare) che direttamente ed indirettamente toglie il lavoro (o lo mortifica) e la dignità alle persone, ai nostri “fratelli più piccoli”???

Ribadisco e poi chiudo questa lunga lettera: che si sia pure, in buona fede, promotori di buone pratiche, di farmaci, di regole di civile e salubre convivenza ma che non si abbracci una nuova fede che cancelli, anche solo temporaneamente, i valori, i prncipi, i capisaldi del nostro essere cristiani.

Grazie per l’attenzione alla quale l’ho costretta ma che spero sia servita a toccare le corde della sua sensibilità umana.

Spero tanto che questa mia possa trovare spazio all’interno del giornale che lei dirige o anche, soltanto, che possa offrire uno spunto di riflessione diverso che potrà indurla ad approfondire, con chi meglio di me di fede e di religione sa e può parlare, per affrontare una questione etica che ritengo, per tutti, di rilevante importanza.

Sandro Scarpitti

Potete inviare le email al direttore da inserire nella rubrica «io la penso così» scrivendo a: redazione@lavocedeltrentino.it

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