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Italia ed estero

Cuglieri: quando un piccolo borgo a rischio spopolamento diventa un caso nazionale

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Questa è la bellissima immagine di Cuglieri impressa in me e risale a due anni fa quando ho voluto conoscere il paese originario di mio padre, durante la fanciullezza erano alquanto rare e fugaci le visite alla nonna Giuseppina, una donna severa e riservata.
A detta dei parenti la nonna con grandi sacrifici aveva fatto studiare i suoi due figli presso l’importante Seminario allora gestito dai Gesuiti. Lo stesso papa Francesco eletto nel 2013 è il primo pontefice gesuita.

L’ex Pontificio seminario regionale della Sardegna  era stato inaugurato nel 1927 attivo fino al 1971. Era stata scelta la località di Cuglieri dal clima salubre, dove confluiva l’aria del vicino Montiferru e quella marina.

Tanti giovani ambivano studiare in quell’Istituto che assicurava una elevata cultura, un diploma e poi un lavoro non necessariamente in ambito religioso, ma creava anche un incredibile indotto per l’economia locale.

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Era stato scelto uno stile semplice per il Seminario simile ad un antico monastero pisano del 1300, si integrava perfettamente con l’architettura del paese, in un paesaggio dominato da boschi, dal Montiferru e dal mare.

Questa era la vista che potevo ammirare dal B&B dove alloggiavo nell’ottobre 2019, il campanile dell’ex Seminario immerso in una fitta e rigogliosa vegetazione, la tranquillità, il clima e l’aria di quel luogo affascinante.

Se un tempo Cuglieri aveva circa 6000 abitanti, oggi se ne contano molto meno della metà ed è considerato un paese a rischio spopolamento: tanti anziani anche se longevi, molte case in vendita e da ristrutturare, attività non più operative per mancanza di prospettive.

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Eppure questo paese avrebbe tante potenzialità, lo ammiravo camminando lungo vicoli e stradine che portavano alla splendida Basilica di Santa Maria ad Nives, la Madonna della Neve che imponente sovrasta il centro abitato e lo protegge.

A fianco della chiesa è situato il cimitero monumentale con i ricordi della mia stirpe.
Dall’alto potevo vedere i tetti del paese, il mare e tutta la costa occidentale, quasi fino a Capo Caccia.

Il paesaggio tutt’intorno colmo di uliveti a perdita d’occhio per la produzione a Cuglieri dell’olio extravergine DOP e Biologico, considerato un’eccellenza ed esportato ovunque.

Infinite le particolarità di questo territorio di nicchia, non ancora rinomato, gelosamente custodito dai suoi abitanti, ma anche dai forestieri; francesi, tedeschi e americani avevano iniziato ad acquistare e ristrutturare le case per le vacanze.

Le radici dell’olivastro millenario ma anche le mie di radici sono in questa terra e Cuglieri non meritava questo disastro ambientale, economico, sociale e culturale, stratificato negli anni.

Sabato notte il fuoco ha lambito anche il centro abitato del paese di Cuglieri, distruggendo la vegetazione tutt’intorno al Seminario, all’oleificio, alle poste, alle scuole.

Aziende e case danneggiate per l’odore acre di fumo, ventimila ettari di bosco distrutto e danni incalcolabili per la moria di capi di allevamento, pecore, bovini e fauna selvatica.

Ventisette anni sono trascorsi dall’ultimo rogo (1994) nel Montiferru, ma oltre alle cause immediate che hanno scatenato il grande incendio (accertamenti in corso), esistono altre gravi concause come lo spopolamento dei piccoli borghi e delle campagne, l’assenza totale di prevenzione, di presidio e pulizia dei boschi e non da ultima la crisi del clima con temperature di oltre 40 gradi.

Agli abitanti delle zone disastrate non resta che rimboccarsi le maniche, perché i piccoli borghi possano rinascere.

Occorre un grande progetto di ricostruzione che aiuti la Sardegna ad uscire dall’isolamento che non è solo geografico rispetto al Continente, ma anche culturale.

A conclusione di questo omaggio personale a Cuglieri, mi sembrano appropriate alcune frasi del noto antropologo culturale Marco Aime che ci hanno fatto riflettere in più di un’occasione e si adattano a contesti diversi anche a livello nazionale, a nord e sud della penisola: “La tradizione è qualcosa del passato che ci serve, è un baule dal quale pesco non è la storia. Siamo il prodotto di rimescolamenti a livello genetico e culturale, le idee circolano e ce le siamo sempre scambiate perché la cultura è un cantiere sempre aperto. Su cosa si può rifondare una Comunità? Non certo sul passato, ma su un progetto. Guardiamo avanti, il mondo è domani, dopodomani, non solo radici. La Comunità è un insieme di persone che credono ad un progetto, oggi è difficile perché non si scommette sul futuro. Chi c’è oggi che pensa alle nuove generazioni? Il futuro bisogna immaginarlo e i figli si fanno se si crede nel futuro, non è una questione di soldi”.

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