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Società

Anna Bonetti influencer ProVita diventa un fenomeno virale: «Per aver risposto a Fedez mi hanno minacciato di morte»

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Anna Bonetti, una ragazza di 23 anni, cattolica, sorda profonda dalla nascita è molto attiva in campo sociale e sta diventando un fenomeno virale come influencer ProVita.

Ambasciatrice di Live Action (la più grande realtà prolife degli USA), su Instagram conta già più di 12 mila followers, ha replicato a Fedez in persona sul ddl Zan con un video che su Facebook ha raggiunto quasi le 800 mila visualizzazioni. Il suo volto è stato scelto dall’associazione Pro Vita & Famiglia per la campagna contro l’aborto girando su tutti i camion vela d’Italia.

Anna ha due marce in più, e lo si capisce andando sulla sua pagina social dove fra le tante cose si legge: «Essere sorda non è una disgrazia, ma una vittoria per la quale ho lottato»

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Ma che significato ha questa frase? «L’ho tratta da una poesia che scrissi tanti anni fa, quando ancora ero una ragazzina – Spiega Anna – Nella mia vita la sordità è stata spesso vista come una disgrazia, a scuola sono anche stata vittima di bullismo al punto che ho cambiato scuola tre volte. Infine questo mi ha portato a realizzare che la mia sordità mi ha insegnato ad essere più forte ad affrontare gli ostacoli quotidiani. Inoltre, ho scritto un romanzo verosimile che tratta la storia della mia sordità; e spero con tutto il cuore di riuscire a pubblicarlo un giorno per diffondere nel mondo un’adeguata consapevolezza di ciò che siamo».

L’influencer  “colpevole” si essersi opposta al ddl Zan è stata pesantemente insultata anche facendo leva purtroppo sulla sua disabilità. E la cosa più gentile che le dicono è “Potevi nascere anche muta oltre che sorda…”

In effetti è lo stesso rispetto del dissenso che ha quel testo di legge. Nella foto (sotto) alcuni dei commenti choc apparsi sui social contro Anna Bonetti. Alla faccia dei paladini del rispetto per tutti. Frasi e insulti irripetibili, ma anche offese e minacce di morte. E’ il triste, assurdo e anti-democratico leitmotiv di cui ormai è sempre bersaglio chi “osa” opporsi al ddl Zan, pur portando avanti le proprie motivazioni e ragioni.

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Siamo andati a sentirla per approfondire alcuni argomenti  e per capire le motivazioni che la spingono a combattere queste grandi battaglie sociali, etiche e morali.

Anna, sei una ragazza un po’ atipica: molto giovane, impegnata nel sociale, sorda e pure influencer ProVita e molto altro ancora… Perché ti stai impegnando così tanto?

«Ciao a tutti! Innanzitutto vi ringrazio di cuore per avermi concesso la possibilità di questa intervista. Dunque, ho deciso di impegnarmi in questo campo perché ritengo che sia fondamentale dare alla società, anche attraverso i social, un punto di vista concreto e aiutare le persone ad aprire i propri orizzonti sulla realtà, quella che vive all’ombra dell’ipocrisia mediatica. Infatti la maggior parte dei giovani al giorno d’oggi sono molto attivi sui social, raggiungendo spesso esempi sbagliati, come molti influencer che vediamo oggi, che spesso parlano di “diritti” senza però approfondire ciò che realmente sono questi “diritti” e gli effetti devastanti che hanno portato nella società.

Per questo ci tengo molto che il mio messaggio possa raggiungere più giovani possibili. Uno dei tanti motivi per cui ho scelto di diventare un’attivista pro-vita anche perché avevo visto negli occhi di donne che sono ricorse all’aborto il dolore e l’inganno che si nascondono dietro la cosiddetta “libertà di scelta”. Purtroppo molti giovani non sono informati su questo. Infatti, spesso nelle scuole si parla di educazione sessuale, di contraccezione, senza però fornire ai giovani quella consapevolezza che qualsiasi tipo di contraccezione può fallire e che ognuno sia responsabile delle proprie azioni, perché se il metodo contraccettivo fallisce, “nessun problema, c’è l’aborto”.

Per questo ho ritenuto fondamentale, nel mio piccolo, creare sui social uno spazio utile per raccontare la verità su questo orribile massacro che quotidianamente impera silenziosamente nella nostra società. Inoltre da persona sorda, ho deciso di sfidare l’aborto eugenetico, una grande ipocrisia del nostro tempo che colpisce prevalentemente chi vive una condizione di disabilità. Basti pensare all’aborto eugenetico dei bambini con sindrome di down, la cui nascita nel nord Europa è sempre più vicina allo zero. Anche nel mio caso la sordità è diagnosticabile per mezzo della diagnosi prenatale,attraverso la connessina 26, ossia il gene che causa la sordità.

Nel momento in cui ho realizzato l’ipocrisia che si nasconde in una società che si finge sempre più paladina della diversità e dell’inclusione, in realtà la diversità viene sterminata prima della nascita, ad esempio tramite lo screening prenatale ho capito che non potevo più fingere. Sono giunta alla consapevolezza che la vita mi chiamasse a gridare al mondo una tale ingiustizia. Nessuno può parlare di diritti umani se questo implica anche il diritto ad uccidere quando il “prodotto” non è perfetto. Questa è una barbarie eugenetica inaccettabile, degna dei peggiori regimi nazisti».

A proposito delle tue battaglie, stai lottando moltissimo contro la proposta di legge contro l’omotransfobia (c.d. ddl Zan) che in queste ore sta tenendo molto occupato il Senato. Nonostante l’ultima modifica preveda delle tutele anche per i disabili, che cos’è che non va in questa legge promossa come un’evoluzione per l’Italia nel campo dei diritti civili?

«Da persona sorda dalla nascita quale sono, mi sento profondamente strumentalizzata da questo disegno di legge, che di fatto non ci fornisce alcuna garanzia concreta, ma a mio avviso approfitta del fatto che all’interno della comunità LGBT sia presente un’alta percentuale di persone con disabilità. Nonostante la mia sordità, e nonostante grazie all’impianto cocleare e alla logopedia abbia imparato a parlare come una persona udente, ho sempre avuto a cuore aiutare le persone sorde che a livello comunicativo hanno più difficoltà di me. Per questo ho imparato anche la lingua dei segni, grazie alla quale quest’ultimo anno ho avuto la bellissima occasione di lavorare presso una scuola come assistente per i bambini sordi.

Perciò credo di essere l’ultima persona al mondo che si possa accusare di non avere empatia per le persone “più fragili” come le definisce il DDL Zan. Che di fatto io più fragili non le trovo affatto. Ad esempio le persone sorde sono in grado di fare qualsiasi cosa al di là dell’udito. D’altronde ho sempre sostenuto il riconoscimento della lingua dei segni italiana che finalmente dopo anni di battaglie è stata approvata qualche mese fa. Infatti al riguardo ero anche stata intervistata a Striscia la notizia e avevo anche preparato un documento che in seguito è stato presentato al parlamento Europeo in cui facevo presente l’importanza della comunicazione per tutte le persone sorde, nessuno escluso.

Infatti ho lavorato anche con bambini che non hanno ricavato dagli impianti cocleari i benefici sperati e riescono a comunicare meglio con la lingua dei segni e credo davvero che la società abbia il dovere di essere inclusiva per loro e che di certo queste persone non abbiano bisogno del DDL Zan, che a mio avviso non fa altro che vittimizzare coloro che vivono la mia condizione. Le persone con disabilità hanno bisogno degli adeguati strumenti per poter essere inserite nella società, non di certo di una legge follemente ideologica che strumentalizza la disabilità per i propri interessi».

Una legge che oltre a causare problemi nella maggioranza, in una fase delicata come questa, sta vedendo molte resistenze clamorose da parte delle femministe, delle lesbiche e perfino da alcune donne del PD come Valeria Fedeli e Paola Concia (omosessuale dichiarata). Ma qual è l’aspetto che inquieta di più del Ddl Zan?

«L’aspetto più critico del mondo femminista verso il DDL Zan è stato verso la cosiddetta identità di genere, secondo la quale essere maschi e femmine sarebbe un concetto sessista e patriarcale. Infatti nell’art 1. del DDL Zan si dichiara che l’identità di genere è ciò per cui un individuo si percepisce, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.  Non a caso all’estero, dove leggi simili sono già in vigore si sono verificati vari casi di uomini che si sentono donne che nelle competizioni sportive sono molto più avvantaggiati avendo una struttura di base ancora maschile. Anche quest’ultimo punto è stato fortemente criticato dal mondo femminista, perché cancella anni di battaglie in cui le donne hanno lottato per poter essere inserite nel mondo dello sport, un ambiente che storicamente è stato prevalentemente maschile.

Come auspico ad essere una madre un domani, e spero anche che sarò una buona madre, confesso che l’aspetto che mi inquieta di più del DDL Zan è l’educazione gender nelle scuole. Qui si parla di ciò che accadrà sulla pelle dei nostri figli, che a mio avviso sono gli esseri più indifesi della nostra società. Riguardo a ciò, in questi ultimi giorni ho ascoltato una video-testimonianza molto preoccupante di una bambina italiana che vive in America, in cui racconta che a 11 anni vari suoi compagni di classe stanno già intraprendendo un percorso di transizione e che l’hanno addirittura insultata per averla chiamata con i loro nomi originali e che spesso i genitori lasciano intraprendere il loro percorso in fretta e furia.

Non a caso abbiamo altri casi in Inghilterra di situazioni sconcertanti in cui alcuni bambini trans una volta cresciuti hanno fatto causa alla clinica Travistock, in cui vari psicoterapeuti hanno permesso loro un percorso così invasivo quando ancora non avevano la maturità per prendere tali decisioni, per non parlare di tutti i danni fisici che hanno subito dal trattamento ormonale effettuato in fase di crescita che rischia di bloccare la pubertà. Inoltre questi ragazzi hanno pubblicamente dichiarato di voler tornare al proprio sesso biologico, intraprendendo un lungo e doloroso percorso di detransizione. Per questo l’idea che un domani una simile follia ideologica rischi essere imposta ai miei figli contro la mia volontà mi preoccupa seriamente.

 Una volta un insegnante mi ha detto che purtroppo al giorno d’oggi la scuola ritiene di avere il compito di educare quando in realtà questo compito spetta esclusivamente ai genitori. Inoltre, quando ho lavorato a scuola ho assistito a vari progetti contro il bullismo che insegnavano a rispettare l’essere umano in sé nella sua totalità, senza categorizzazioni e credo che siano queste le vere fondamenta per una società più giusta. Sono profondamente convinta che per eliminare ogni forma di violenza bisogna insegnare a rispettare gli altri in quanto esseri umani e non perché gay o sordi. D’altronde dovremmo essere tutti uguali di fronte alla legge, o sbaglio?»

Passiamo ad un’altra legge che sembra preoccuparti molto, ovvero quella della gravidanza solidale depositata sempre dal centro-sinistra. Come donna che ne pensi di questa proposta?

«Credo che utero in affitto, maternità solidale, maternità surrogata, poco cambia il concetto. I bambini non sono un bene negoziabile, così come non lo è la vita umana. I bambini non si comprano, ma nemmeno si regalano! Purtroppo tutto ciò fa parte di un processo manipolatorio in cui quando la vita è non voluta, può essere soppressa nel grembo materno e invece quando è desiderata a tutti i costi, addirittura ordinata “su commissione”. Inoltre esistono migliaia di bambini orfani bisognosi di una famiglia, perché invece non si pensa a loro oppure ad adottare soluzioni come idonee a facilitare le adozioni e aiutare le donne a non abortire?»

Ora visto che si parla di civiltà, trattiamo degli insulti nei tuoi confronti. Ne hai ricevuti e ne stai ricevendo moltissimi, anche in riferimento alla tua disabilità. E non solo: hanno pure vandalizzato i camion di ProVita con la tua immagine, anche qui da noi a Trento. Come spieghi che alcuni di questi promotori dei diritti civili cadano nella misoginia e nel razzismo con te?

«Credo che dietro a queste ideologie si nasconda una tale violenza che si manifesta in queste situazioni. D’altronde come può parlare di pace chi pretende che smembrare il nascituro dal grembo materno e farlo a pezzi sia un “diritto umano”?»

Dopo il tuo incidente di qualche mese fa ti hanno augurato il peggio, confermi?

«Ho avuto un incidente ad aprile e ho subito vari attacchi dai cosiddetti paladini dei diritti civili che mi hanno augurato persino la morte. Poi per fortuna non è stato nulla di grave e nel giro di qualche settimana mi sono ripresa alla grande in modo tale da tornare operativa come prima».

Prossime iniziative di Anna Bonetti?

«Attualmente sto lavorando come baby-sitter. Per il futuro auspico ad orientare la mia carriera lavorativa nell’ambito del giornalismo, siccome amo scrivere e condividere la buona informazione con le persone. Inoltre da Settembre inizierò a fare volontariato presso il centro di aiuto alla vita di Genova, la mia città. Il prossimo grande sogno che vorrei realizzare è quello di partecipare alla march for life di Washington DC, la più grande al mondo e fare esperienza negli Stati Uniti per conoscere la realtà pro-life americana che negli ultimi anni è cresciuta esponenzialmente e ha abbracciato più culture, sia religiose che atee e soprattutto molti giovani. Infatti, quanto ha riportato Virginia Coda Nunziante, organizzatrice della Marcia per la vita italiana, si stima che secondo le statistiche il 50% dei giovani negli Stati Uniti sia pro-life. Un dato confortante, che ci fa ben sperare in un futuro migliore e mi invoglia sempre di più a continuare ad operare per la difesa della vita».

Un’ultima domanda: considerata la tua importante esperienza, quale potrebbe essere secondo te una proposta seria e concreta da prendere in considerazione nell’ambito delle politiche sociali?

«Credo che il reddito di maternità sia un’ottima prerogativa per aiutare le future mamme in difficoltà. D’altronde al giorno d’oggi sembra che avere un figlio sia un lusso e il nostro paese sta morendo di denatalità. Un paese senza figli è un paese senza futuro. Infatti spesso viene proposto alle donne di abortire soprattutto per situazioni di difficoltà economica, come se non ci fosse altra scelta, quando in realtà lo Stato stesso non garantisce a una donna la scelta di essere madre poiché dei veri aiuti economici per incentivare la maternità non vengono forniti. Conosco varie famiglie numerose completamente abbandonate dallo Stato, mentre in realtà i figli sono un patrimonio per la nostra società.

Inoltre credo che sia doveroso da parte dello stato imporre regole più rigide ai datori di lavoro che non vogliono occuparsi di sostenere le dipendenti in maternità. Trovo vergognoso che nel 2021 una donna debba essere costretta a soli 3 mesi di maternità, per poi tornare al lavoro con il seno dolorante e pieno di latte e magari essere costretta a pagare una babysitter. Ho ascoltato varie testimonianze di ragazze che sono rimaste incinte in un momento di difficoltà economica e mi hanno dichiarato di essersi sentite abbandonate dallo Stato.

Inoltre credo che sarebbe necessario che lo Stato si preoccupi anche di prestare i propri contributi ai Centri di aiuto alla vita. Trovo assurdo che con le tasse che i pro-life devono pagare siano costretti a finanziare i medici abortisti, mentre ai centri di aiuto alla vita non arriva nemmeno un euro da parte dello Stato. Spero vivamente che i nostri politici prendano seriamente atto della drammaticità dell’aborto e cooperino in modo costruttivo al diritto di ogni nascituro di venire al mondo e al benessere di ogni madre. Se le mamme stanno bene, tutta la società sta bene»

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