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Fiemme, Fassa e Cembra

Trentasei anni fa la tragedia di Stava: per non dimenticare!

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Oggi lunedì 19 luglio 2021 ricorre il 36° anniversario della tragedia di Stava.

Nel primo pomeriggio di 36 anni fa i primi lanci delle agenzie parlarono di tragedia di grandi proporzioni in val di Fiemme, anche se nessuno ancora si rendeva conto di quanto successo.

Poi, quando il dramma ha cominciato a prendere i suoi contorni più cupi, arrivarono notizie certe.

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La colata di fango, iniziata alle 12.22, provocò la perdita di 268 vite umane, la distruzione di 3 alberghi, 53 case d’abitazione, 6 capannoni, 8 ponti furono demoliti e 9 edifici gravemente danneggiati.

Venne cancellata quasi completamente la frazione di Stava, località di villeggiatura gremita di turisti; il paese di Tesero venne gravemente danneggiato. La più grande tragedia di sempre che il Trentino ricordi.

PERCHÈ SI ARRIVÒ ALLA TRAGEDIA – La causa del crollo è imputabile sostanzialmente all’’instabilità delle discariche, soprattutto del bacino superiore. Entrambe le discariche, infatti, non possedevano coefficienti di sicurezza minimi per evitare il franamento. La Commissione ministeriale d’inchiesta ed i periti nominati dal Tribunale di Trento hanno accertato che tutto l’impianto di decantazione costituiva una continua minaccia incombente sulla vallata

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L’impianto è crollato essenzialmente perché progettato, costruito, gestito in modo da non offrire quei margini di sicurezza che la società civile si attende da opere che possono mettere a repentaglio l’esistenza di intere comunità umane. L’argine superiore in particolare era mal fondato, mal drenato, staticamente al limite. Non poteva che crollare alla minima modifica delle sue precarie condizioni di equilibrio.

Le cause dell’instabilità sono state individuate in particolare nel fatto che i limi depositati non erano consolidati a causa della natura acquitrinosa del terreno su cui sorgevano le discariche che non consentiva la decantazione dei fanghi, dell’errata costruzione dell’argine del bacino superiore che non consentiva un adeguato drenaggio al piede, della costruzione del bacino superiore a ridosso del bacino inferiore: crescendo, l’argine venne a poggiare in parte sui limi non consolidati del bacino inferiore, peggiorando così ulteriormente il drenaggio e la stabilità; nell’altezza e nella pendenza eccessive del rilevato:l’argine del bacino superiore aveva un’altezza di 34 metri, la pendenza raggiungeva l’80 per cento, pari ad un angolo di 40 gradi, le discariche erano costruite su un declivio con pendenza media del 25 per cento circa; nella decisione di accrescere l’argine con il sistema “a monte”, il più rapido e il più economico ma anche il più insicuro;nell’errata collocazione delle tubazioni di sfioro delle acque di decantazione:sul fondo dei bacini e attraverso gli argini.

CHI HA PAGATO PER TUTTI I MORTI – Il processo di primo grado si svolse a Trento e si concluse l’8 luglio 1988 con la condanna di 10 imputati giudicati colpevoli dei reati di disastro colposo e omicidio colposo plurimo e cioè: dei responsabili della costruzione e gestione del bacino superiore che crollò per primo: i direttori della miniera e alcuni responsabili delle società che intervennero nelle scelte circa la costruzione e la crescita del bacino superiore dal 1969 al 1985 e dei responsabili del Distretto minerario della Provincia Autonoma di Trento che omisero del tutto i controlli sulle discariche.

Durante tutto il processo campeggiò in fondo al sala del tribunale una tabella con scritti tutti i nomi dei 268 morti e con la frase: «Chiedono giustizia»

Il procedimento penale si è concluso dopo altri 4 gradi di giudizio con la seconda sentenza della Corte di Cassazione, emessa il 22 giugno 1992, che ha confermato le condanne pronunciate in primo grado.

Le pene di reclusione sono state ridotte e condonate nel corso dei vari gradi di giudizio. Nessuno dei condannati ha scontato la pena detentiva.

A margine delle celebrazioni riportiamo il commento e il ricordo del consigliere provinciale Gianluca Cavada che risiede nella valle della tragedia: “Ci sono ricordi, nella vita di ciascuno, che il tempo non può offuscare, perché restano di drammatica nitidezza. Nell’esperienza di tanti trentini – e anche nella mia personale – oggi rivive la memoria di Stava, tragedia immane che 36 anni fa, come noto, ha colpito la mia valle, con un’inondazione senza precedenti, che distrusse tre alberghi, sei capannoni, otto ponti e oltre 50 abitazioni, con un bilancio di 268 morti.

Ricordo bene quell’evento dato che nemmeno un mese prima, a fine giugno ’85, finivo l’anno scolastico nella scuola alberghiera di Tesero e, con i compagni, si festeggiava felici e spensierati proprio nel campo sportivo molto vicino ai bacini di decantazione, ignari del fatto che, solo poche settimane dopo, questi avrebbero ceduto trascinando a valle ogni cosa, attraverso una forza impetuosa e distruttiva.

Nella mia mente sono altresì vive le immagini vissute quel tragico 19 luglio, perché mi ero recato sul luogo che conoscevo, rimanendo letteralmente senza parole. All’inizio, infatti, non mi resi neppure conto di quanto e di come il paesaggio fosse totalmente cambiato; di tutto quel che ricordavo, altro non restava che il pavimento della sala da pranzo dell’albergo, per il resto interamente devastato.

L’enormità della tragedia di cui, con gli abitanti della valle – e tutti i trentini -, fui testimone non ha però cancellato in me la memoria di luoghi, situazioni e persone. E tutt’ora, 36 anni dopo, la speranza è che fatti del genere, conseguenze dell’incuria e della poco attenta gestione del nostro territorio, non solo non abbiano a ripetersi, ma neppure il rischio di accadere ancora. É un impegno che, oggi come ieri, dobbiamo a quelle 268 vittime”,

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