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Trento

Marcello Veneziani contro la «MalaMovida»: invertire il giorno con la notte è dei lattanti e dei pervertiti

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Movida sì, movida no! Movida dove, movida quando! Si attivano comitati di qualsiasi tipo per combattere quella che ormai chiamano la «Malamovida» quella marea di giovani e non solo, spesso minorenni che rimando nelle piazze, nei vicoli e sotto le finestre di padri e madri che l’indomani devono andare a lavorare fino alle 5 del mattino.

Un marea umana che lascia sporcizia dappertutto, segni di urina, di feci, bottiglie vuote, cartacce, cicche per terra. Dall’altra parte abbiamo saputo che per girare un film c’è bisogno del «green manager», cioè della persona competente che deve stilare una relazione su cosa hai mangiato e bevuto sul set, se lo hai differenziato e come, se sei arrivato con la macchina euro 5 o 6, oppure ancora con quella a GPL. E attenzione a fare tutto bene perché se no sono stangate.

Due cose in piena contraddizione e agli estremi, dove sicuramente scegliamo la seconda. Ma anche due pesi e due misure. Il problema della Movida da qualche anno è approdato anche a Trento dove dopo il lockdown è letteralmente esploso portando a denunce ed esposti da parte di cittadini ormai allo stremo delle forze. 

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Un’idea di cosa sia la movida e di come si debba e possa combatterla l’ha data il grande giornalista Marcello Veneziani che sul suo blog ha scritto un articolo che merita di essere letto. «Invertire il giorno con la notte è dei lattanti e dei pervertiti (in senso lato)» Scrive Veneziani che sogna ancora un mondo civile e pulito e che ammonisce fermamente che non è più il caso di fare «spallucce» di fronte ad un fenomeno che non merita alcuna comprensione ma una battaglia ferma contro il degrado umano prima che urbano contro cui si deve appunto reagire. Sotto riportiamo interamente l’articolo di Marcello Veneziani. 

«Avete dormito stanotte? L’esplosione del caldo e la libertà ritrovata dopo il coprifuoco hanno reso impossibile il sonno in molte città italiane, a partire da Roma, soprattutto in prossimità di piazze, ritrovi e bar.

È riesplosa la movida, più feroce e più precoce di prima, perché i protagonisti più assatanati sono minorenni. È il day after, la mattina dopo i bagordi, e sto passando tra le rovine della notte, in strade dove sembra che ci sia stata la guerriglia, e dove i “cadaveri” ammucchiati per terra sono preda non di avvoltoi come in guerra ma di gabbiani, più qualche topo. I fine settimana sono alla mercè di questa intifada notturna, insensata e chiassosa, da incubo, salvo per i protagonisti.

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Una fetta larga della popolazione che non tifava certo per le restrizioni e per il regime di sorveglianza imposto per la pandemia, nutre ora sotto sotto la nostalgia del coprifuoco, perché almeno si poteva dormire e vivere tra strade meno devastate. Il mondo sembrava più civile e pulito.

Il rischio che stiamo vivendo in questi giorni, al di là dei rischi sanitari indotti dall’assembramento e dalla promiscuità ritrovata, è il contraccolpo anarchico e rissoso che prende in ostaggio le nostre piazze.

Chi abita a due passi da Trastevere e da Campo de’ Fiori sa più di tutti di cosa sto parlando. Vedi spiegamenti di polizia e carabinieri quasi da sommossa per contenere il delirio adolescenziale e libertario di questi nottambuli da sballo. Il disagio non riguarda solo gli abitanti assediati nelle loro case e gli anziani in difficoltà di dormire la notte.

Non bastava il lockdown, adesso arriva l’altra piaga biblica del contrappasso, la frenesia della movida impazzita, senza soluzione di continuità e senza limiti. Il rischio è che una parte incontinente e frenetica dei giovani finisca col trascinare nel giudizio negativo l’intera gioventù. E che una minoranza rumorosa tenga in ostaggio la maggioranza silenziosa.

Davanti a questa piaga non possiamo solo fare spallucce e rassegnarci al corso ineluttabile degli eventi, nel nome della libertà ritrovata e della comprensione per l’esuberanza giovanile (“sono ragazzi”). Bisogna reagire a questa società ineducata, o maleducata, e reagire nei due soli modi possibili: educando e rieducando da un verso, punendo e ponendo limitazioni perentorie dall’altro.

So di esprimere concetti inusuali, considerati ormai astratti, fuori corso. Ma so pure che una società diseducata, in balia delle “agenzie” fuorvianti, in preda all’alcol, al fumo, al delirio bacchico e al dionisismo da bar e da piazzetta, diventa incivile e invivibile. Spacciatori e ubriachi, cori da stadio e risse da pollaio, nel cuore della Capitale e in molte altre città italiane sono il segno di un degrado umano prima che urbano contro cui si deve reagire.

Non scambiamo la difesa della libertà o di un malinteso liberismo con un “rompete le righe” che rende selvatica la nostra città in preda alle voglie di ciascuno. Chiudere bar e locali pubblici a mezzanotte sarebbe già un passo avanti; sanzionare severamente chi schiamazza e sporca, disperdere piazze di idioti eccitati che manifestano urlanti e distruttivi, non per un’idea o un progetto ma per il nulla e per lo sfogo delle proprie frustrazioni, sarebbe salvaguardia di civiltà oltre che di vivibilità.

Si deve ripristinare il senso del limite, della misura, del rispetto altrui e della città in cui si vive. Non inquinano solo la plastica o i gas di scarico, anche i ragazzi con le loro bottiglie, lattine, fumi, lordure, bestemmie e schiamazzi.

Ma il problema centrale di fondo che eludiamo ormai dal ’68, è l’educazione. È necessario ripristinare il circuito educativo, costi quel che costi; fosse anche un’impresa che rasenta l’impossibile, ma bisogna cimentarsi, provarci.

Il bombardamento psicologico e ideologico dei nostri giorni ha ridotto i crimini solo alle parole e ai gesti ostili verso donne, lgbt, migranti e neri; il resto è fuori da ogni limite, in balia della libertà assoluta e dei desideri senza fondo di ciascuno. E invece occorre tornare ai principi elementari dell’educazione, al rispetto per gli altri, per tutti gli altri, e non solo per le solite categorie ideologicamente protette.

E per la propria città, le sue strade, le sue chiese, i suoi luoghi d’arte e bellezza, le sue piazze. Non ho paura di usare parole come educazione, autorità, severità, senso del limite; anzi, l’unico timore è che restino solo parole, senza seguito. Con la scusa che ormai non si può far nulla, “non si può tornare indietro”.

In positivo si tratta di far riscoprire ai ragazzi la bellezza del giorno, senza imboscarsi nel piacere tenebroso della notte. “In girum imus nocte et consumimur igni”, è l’antico palindromo della trasgressione notturna che i situazionisti lanciarono già prima del ’68, con Guy Debord: i giri viziosi della notte, consumando il fuoco. Invertire il giorno con la notte è dei lattanti e dei pervertiti (in senso lato).

Ma il primato della notte sul giorno nasce anche dalla convinzione che si debba sognare da svegli e dormire quando il mondo vive la realtà della veglia. Un modo irreale di vivere.

Non si capisce perché i ragazzi debbano vivere con un altro fuso orario, sfalsato di almeno quattr’ore rispetto agli adulti e alla vita civile. Si possono vivere le proprie esperienze, le proprie amicizie, i propri amori, le proprie consumazioni, semplicemente facendo coincidere il proprio orologio con quello solare e naturale. Alla luce del giorno il mondo è più bello, le cose sono più chiare, i pensieri sono migliori, e più lucidi e freschi, rispetto alle tenebre, aggravate da fumi, alcool e stanchezza.

Ci vorrebbe una campagna di rieducazione al risveglio mattutino. Restituite la notte ai sogni e ai sonni, alla luna e ai fantasmi. E’ più bello, è più sano vivere alla luce del giorno. Come cantavano nella nostra preistoria, la notte ci fa impazzire». (sotto l’articolo originale di Veneziani)

Campagna per il risveglio mattutino dei ragazzi

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