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Italia ed estero

Un passo avanti verso la Global Minimum tax: 9 gli Stati ancora da convincere

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Dopo il G7, con l’Ocse la Global Minimum tax, ovvero la tassa minima globale sugli utili delle multinazionali fa un passo avanti verso la sua definitiva operatività. La negoziazione avvenuta tra 130 su 139 Paesi ha dato il via libera all’accordo che fissa al 15% l’aliquota minima sui profitti delle grandi aziende globali, quelle con un fatturato di almeno 750 milioni di euro.

L’imposta promossa in primo luogo dall’amministrazione statunitense guidata da Joe Biden, una volta applicata potrebbe generare entrate statali aggiuntive pari a circa 150 miliardi di dollari annui .

L’obiettivo dell’accordo è quello di mettere un freno al problema delle imprese che hanno sede legale in Stati dal fisco particolarmente favorevole, pur operando e generando profitti in tutto il mondo.

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Infatti, oltre all’aliquota minima, l’altro pilastro della nuova imposta è costituito dalla tassazione dei profitti in base al luogo nel quale vengono realizzati, attraverso un meccanismo di “riallocazione” ancora da definire.

Per questo, non è un caso che tra i nove Stati mancanti all’accordo figurino tutti i Paesi con una tassazione particolarmente favorevole che vedrebbero perdere la maggior parte delle entrate nel caso di entrata in vigore della Global Minimum Tax come, Ungheria, Irlanda, Estonia e Cipro. Un problema che tocca soprattutto l’Unione Europea, costretta a trovare una soluzione perché anche questi Paesi possano aderire all’accordo.

Secondo il principale promotore, Biden l’accordo rappresenta un passo importante verso un’economia più giusta. Riflessione condivisa anche dal Commissario degli Affari economici, Gentiloni che lo definisce un passo storico verso una tassazione più equa. Dopo il G20, si tornerà in sede Ocse per definire i dettagli tecnici, ma per la piena operatività dell’imposta sarà necessario aspettare almeno il 2023.

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