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Trento

L’addio di Paola Pasqualin al «Trento sei»: «9 anni di lavoro complesso, lascio il cuore e tanti legami affettivi importanti»

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Oggi per la dottoressa Paola Pasqualin, dirigente dell’istituto comprensivo 6, è stato l’ultimo giorno di scuola.

Si è presentata nel suo ufficio al primo piano delle scuole Manzoni alle 8.00, puntuale come sempre, consapevole però che non sarebbe stato un normale giorno come tutti gli altri.

Dopo 9 anni infatti la dirigente lascia l’istituto comprensivo 6 che comprende le primarie di Sardagna, Cadine, Vela, Sopramonte e le tre elementari del popoloso quartiere di Cristo Re. Oltre naturalmente alle storiche scuole Manzoni di Corso Buonarroti.

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Un disegno di legge della Giunta Rossi infatti limita a soli due mandati il lavoro dei dirigenti all’interno dello stesso Istituto comprensivo.

Ma il suo saluto, contrariamente a quello di molti altri è triste, sofferto e pieno di malinconia. «Qui lascio il mio cuore e tanti legami affettivi importanti» – queste le prime parole pronunciate con un nodo alla gola e con gli occhi lucidi da Paola Pasqualin che 9 anni fa era stata scelta al suo primo incarico dall’allora assessora Dalmaso per le sue notevoli competenze nell’ambito del sostegno ai ragazzi problematici.

«L’assessora allora mi disse se me la sentivo di dirigere quella che lei chiamava”scuolona”. Io risposi subito di sì, adoro le sfide, specie quelle educative».

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E di sfida si è veramente trattato. Una sfida giocata fino in fondo dalla dirigente. Un agglomerato di 7 plessi piuttosto complicato quello dell’istituto comprensivo 6 con la frequenza di 1.300 studenti, il 35% dei quali con la necessità di bisogni educativi diversi. «Uno su cinque – osserva la funzionaria – a cui poi vanno aggiunti i ragazzi vivaci e magari aggressivi».

In poche parole a volte ci sono una decina di ragazzi in ogni classe da tenere sotto controllo in modo continuo.  Un istituto che è catalogato nella fascia di «massima complessità» in un rione dove molte famiglie non mandano a scuola i propri figli. Ma non solo uno, ma due, tre o a volte anche quattro. 

Anni addietro sarebbero arrivati i Carabinieri dopo 10 minuti. Ora invece partono solo raccomandate di avvertimento.

«Nel merito di queste famiglie la cosa è complessa – spiega Paola Pasqualin –  una sfida educativa dove sono moltissimi i contesti famigliari (si parla di numeri davvero importanti) che per varie ragioni sono in difficoltà: famiglie con un Background socio culturale bassissimo, altre che non si sono integrate, o ancora che hanno alte conflittualità che ricadono poi sui figli».

Un lavoro difficile con alcune classi elementari delle Bellesini che raggiungono anche il 90% di stranieri e dove in alcuni casi i genitori non stimolano i figli a seguire le regole. «Quando sono arrivata ho subito chiarito che i cellulari durante le lezioni vanno tenuti spenti. Ma i furbetti ci sono sempre e per questo a chi sgarrava veniva “sequestrata” la sim card che veniva ridata solo ai genitori. Ebbene, pensi che una mamma una volta mi disse che mi avrebbe denunciato per violazione della privacy. Poi per fortuna siamo diventate amiche»

9 anni di gestione in un Istituto importante come il Trento sei, cosa le ha lasciato?

«Un grosso bagaglio di esperienza che credo possa essere fonte di ricchezza per le prossime esperienze, arriverò in un altro posto con delle competenze che non avrei mai immaginato di avere».

Come sono stati questi nove anni?

«Per dire la verità sono passati in fretta, forse troppo. Mi ricordo  ancora quando l’assessora Dalmaso mi disse “ma ce la farà in una scuolona del genere?”. Un istituto con 1.300 studenti, 7 plessi e una complessità sulla città che è davvero importante. Appena arrivata ho trovato un ambiente molto affaticato e appesantito dalle oggettive difficoltà che c’erano. Ma le sfide educative fanno parte della mio carattere.  Siamo partiti con un gruppo di docenti decisi a trovare una soluzione sul campo ed oggi sono molto soddisfatta e orgogliosa di quanto fatto»

Rifarebbe tutto uguale se potesse tornare indietro?

«Nella relazione educativa non fai mai tutto uguale perché l’elemento che fa la differenza è il rapporto con docenti e genitori. Detto questo è ovvio che ho commesso degli errori, ma a livello scolastico l’errore deve essere migliorativo. Di errori ne abbiamo fatti senza dubbio, ma anche molte cose positive che hanno dato grandi risposte ai bisogni degli studenti»

La scuola negli ultimi anni è peggiorata, è d’accordo?

«Assolutamente sì. Il contesto è molto complesso non tanto per ragioni di scuola ma perché tutte le difficoltà si concentrano solo in alcune zone, anche in una piccola città come Trento. C’è molta differenza ad esempio fra un istituto di città e uno di collina. E purtroppo c’è una grave ed irreversibile crisi della famiglia. Molte famiglie non riescono a sostenere il percorso di crescita dei propri figli. La presenza di moltissimi alunni con specifici problemi educativi speciali, e non dico solo legati alle varie disabilità, ma di specifici problemi legati all’apprendimento, oppure condizioni dettate da contesti famigliari difficili e difficoltà comportamentali rendono il lavoro estremamente difficile per tutti noi.  Oggi pensare di risolvere queste difficoltà con metodi vecchi di 20 anni è pura follia».

Cosa ha fatto la sua scuola per migliorare le cose in questi 9 anni?

«La prima cosa su cui abbiamo lavorato è la differenziazione dei percorsi. Non è vero infatti che siamo tutti uguali ma è vero che dobbiamo arrivare tutti al minimo richiesto dalle norme scolastiche. Come si può pensare che un ragazzino straniero appena arrivato, che viene inserito nel secondo anno delle medie, poi nel terzo possa avere la stessa preparazione di chi ha cominciato a frequentare la scuola qui fin dalle elementari. Oppure pensare che un ragazzo con dei disturbi della lettura o che vive in una casa famiglia possa essere preparato come gli altri. Come possiamo pensare che questi ragazzi possano fare i compiti a casa, da chi possono essere stimolati a farli se non hanno nessuno a casa? Noi abbiamo cercato di andare oltre, mettendo tutti nelle condizioni di fare il massimo».

Gli insegnanti e i genitori l’hanno seguita in questo percorso?

«La maggioranza sì, ma non tutti. Anche se ai genitori quando spieghi bene quello che intenti fare con tanto di rendiconto ti capiscono e alla fine sono quasi tutti d’accordo con te. Per i docenti invece devo dire che sono particolarmente soddisfatta di essere stata seguita da quasi tutti».

Chi vuole ringraziare?

«Ringrazio tutti, dal personale Ata, ai docenti e ai tantissimi genitori con i quali siamo riusciti a fare squadra, nel rispetto delle idee di tutti. Dobbiamo tenere conto che qui ogni giorno c’è un’emergenza e devo dire che la maggioranza ha sempre cercato di trovare una soluzione. E questo è stato possibile perché si è creato un rapporto di fiducia e rispetto. La carta vincente è sempre stata l’attenzione verso il ragazzo e il lavoro per farlo stare bene».

Ci sono delle cose che vanno cambiate nella scuola?

«Se parliamo di Trento la prima cosa da fare è la ridefinizione del bacino d’utenza. C’è un accentramento delle difficoltà e delle complessità molto diversificato in città. Molti istituti comprensivi di Trento hanno delle gravi complessità e per questo devono essere redistribuite sulla città. Quindi c’è la necessità di aprire una nuova scuola media. Per secondo bisogna fare un lavoro integrato più efficiente con i servizi sociali, il tribunale dei minori e la procura della Repubblica. Se non agisci in tempi rapidi con azioni importanti e immediate e non con le parole tutti gli obiettivi non verranno mai raggiunti. Sono stufa di fare gruppi di mutuo aiuto, rispettabili finché si vuole, ma che non raggiungono nessun l’obiettivo. Dalle parole bisogna insomma passare ai fatti concreti. Per terzo stravolgerei l’organizzazione didattico e rivedrei il sistema di valutazione e non ammissione e l’organizzazione nel suo insieme delle classi. La struttura e l’impianto sono ormai vecchi ed obsoleti e le necessità degli studenti e sociali si sono talmente modificate che la struttura risponde ad un contesto che ormai non esiste più.»

Cosa lascia alla sua scuola?

«Sicuramente il cuore, il legame affettivo è stato molto importante. Ma lascio anche una scuola che in questi anni ha costruito un’identità molto forte preparando tutte le condizioni perché questo percorso possa continuare visti i risultati raggiunti».

Dove andrà Paola Pasqualin da domani?

«Non lo so ancora, la decisione spetta all’assessorato di competenza. Oggi intanto presento domanda di mobilità visto che è l’ultimo giorno per farlo»

Lei è particolarmente orgogliosa di qualcosa che ha fatto in questi 9 anni?

«Vado orgogliosa di tutto quanto è stato fatto.  Va detto prima di tutto che il Trentino, nel nostro contesto, è una regione piuttosto privilegiata. In questi anni grazie ai nostri stimoli e ai progetti presentati sono stati fatti degli investimenti strutturali importanti da parte delle ultime due Giunte (Rossi e Fugatti). Sono state realizzare la mensa e i laboratori alle Manzoni, i laboratori del pepe in Corso Buonarroti dentro l’ex polo sociale, l’ampliamento della scuole Schmid con la conseguente chiusura delle Bellesini, la mensa della Vela e l’aula ginnica di Sardagna. Dall’altra in termine di risorse umane quello che ho richiesto mi è sempre stato dato, a volte con uno scambio forte di idee ma sempre costruttive. Devo quindi dire che su tutte le progettualità che ho richiesto non ho mai ricevuto un no dalla politica».

Come si sono integrati i residenti con le scuole presenti nel rione di Cristo Re?

«Un dato oggettivo è che molti più studenti si sono fermati alle Manzoni, quindi dalle elementari non sono usciti dal quartiere ma hanno preferito rimanerci. Le medie rischiavano la quinta sezione e adesso siamo alla settima. Ma per fare una didattica personalizzata ci vogliono spazi e nuove sezioni».

L’integrazione degli stranieri ha creato dei problemi?

«Abbiamo un’altissima presenza di stranieri, siamo infatti intorno al 35%, e in alcune classi elementari ci sono anche il 90% di stranieri. È chiaro quindi che ci vogliono degli insegnanti molto qualificati. Ma in formazione abbiamo investito molto. I problemi ci sono è ovvio, ma vanno affrontati e risolti. Ogni giorno è come una micro società che si mette in gioco con le stesse dinamiche. Il conflitto esiste, non possiamo girarci dall’altra parte, ma non solo tra stranieri ed italiani, ma anche fra gli stessi africani, oppure ragazzi che arrivano dall’Europa dell’est. La vera difficoltà è laddove manca la famiglia e noi non abbiamo le forze per lavorare su quel contesto».

Che voto finale darebbe a Paola Pasqualin per questi 9 anni di responsabilità?

«Nessun voto ci mancherebbe. Solo la consapevolezza di aver fatto un bel percorso e la soddisfazione per i risultati raggiunti insieme a tutti i collaboratori».

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