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Correva l anno....

La vera storia del rione di Cristo Re (1° parte )

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Se per rione si intende l’agglomerato urbano formatosi attorno ad una chiesa, in tal caso la nascita del rione di Cristo Re può essere identificata nel 23 novembre 1941, data in cui fu ufficialmente celebrata la ” posa della prima pietra” dell’erigendo tempio religioso.

Prima di allora, dopo il taglio dell’Adige e la costruzione della ferrovia nel 19° secolo, il territorio, che si era creato a nord-ovest, tra il nuovo corso del fiume e la città vecchia (Centa e Campotrentino), si presentava come una “zona grigia” abitata da pochi contadini, scesi dalle valli in cerca di lavoro agli inizi del ‘900.

Non molto tempo dopo però, nel 1908, da una pianta della città risulta che tutta la zona aveva iniziato a svilupparsi. L’anno successivo venne realizzata via Fondamentale (l’odierna corso Buonarroti), che diede il via alla lenta, ma progressiva, espansione della città verso Nord. L’opera, lungo la quale era già stata precedentemente edificata la “Scuola Industriale di Stato“, possente edificio tuttora esistente e funzionale, collegava le distese di Campotrentino e Centa con l’antico borgo della Portela e con la città medioevale.

Negli anni difficili, dopo la fine della prima guerra mondiale, riprese il processo di inurbamento della zona compresa tra l‘Adige e la ferrovia. Lungo l’asse principale della via Fondamentale (corso Buonarroti) vennero costruite nuove case di abitazione, che poco per volta si insediarono anche tra le vie che confluivano parallele sulla sponda sinistra dell’Adige, incrociandosi con il Lungadige Leopardi.

Nel 1922 si completò l’insediamento più complesso in quella zona con la costruzione delle case dei ferrovieri, predisposta dall’amministrazione ferroviaria per i propri dipendenti; si trattava di unminuscolo quartiere, formato da piccole case a due piani, con la cantina e la soffitta, ma, soprattutto, con un piccolo orto di sessanta metri quadrati. Nonostante l’indubbia positività dell’iniziativa il nuovo piccolo quartiere venne denominato “Katzenau” (infausto campo di concentramento austriaco), per via della bassezza e dell’uniformità degli edifici, rievocative delle terribili baracche/prigione.

Intanto tutta la zona di Centa e Campotrentino si andava sviluppando. Lungo le strade sorgeva qualche casa privata, qualche officina e un’osteria, che in seguito diventerà la mitica “ Zinzorla”. Ma l’insediamento più importante si realizzò, nel 1921, in corso degli Alpini, poco oltre piazza General Cantore, dove venne edificato un imponente complesso militare: la caserma del battaglione Trento”, intitolata a Cesare Battisti.

Fu però l’arrivo in zona di una serie di industrie, a partire dalla seconda metà degli anni ’30, ad accelerare la crescita demografica dell’area, attraverso la realizzazione di diversi complessi abitativi popolari, ad iniziare dai 54 appartamenti realizzati nelle tre palazzine di via Maccani nel 1941, su espressa richiesta di SLOI e di Caproni, impegnate a soddisfare il bisogno di abitazione dei loro operai.

Già nel 1908 sette artigiani fabbri e un fonditore, unitisi in cooperativa, avevano attrezzato una moderna officina in Centa; due di loro, qualche anno dopo, acquisirono l’impianto e lo gestirono insieme fino al 1919, dopodiché si separarono diversificando le loro rispettive attività. La fonderia Battisti e le officine Silvestri furono dunque le apripista del successivo graduale sviluppo industriale e artigianale, che ha favorito la crescita residenziale dell’area e la nascita del nuovo rione.

Fu, peraltro, proprio Carlo Battisti, (foto) proprietario e fondatore dell’omonima fonderia, il promotore di un apposito comitato per la realizzazione di una nuova chiesa, mettendo nel frattempo a disposizione del nucleo abitativo formatosi parte dell’area sulla quale si ergeva la fonderia, per il soddisfacimento delle funzioni religiose.

LA CAPPELLA DI SAN BENEDETTO – L’insediamento abitativo coinvolgeva maggiormente l’area di Centa piuttosto che quella di Campotrentino, che, per contro, oltre a rimanere luogo ideale per contadini, divenne meta appetitosa delle nuove industrie, provenienti da altre regioni.

Fu per questo che la chiesetta di Campotrentino, eretta dai reduci della Grande Guerra in ricordo degli amici caduti e in risposta ad una precisa loro promessa, non rientrò nei progetti futuristici di Carlo Battisti.

L’area da egli messa a disposizione di tutti i residenti rispondeva meglio alle loro esigenze, anche se, in cuor suo, coltivava l’idea di una nuova chiesa per un nuovo quartiere, che già vedeva crescere sotto i suoi occhi.

Approvata dalla Curia di Trento il 8 marzo 1931 fu così inaugurata in corso Buonarroti 14 la Cappella di S.Benedetto (dipendente dalla parrocchia di S. Maria), dedicata al santo monaco per la pala che lo raffigurava, posta sopra l’altare .

IL BAR «ZINZORLA» – Il 15 ottobre 1945 diverrà una data storica per il nuovo quartiere e per l’intera città. E’ in quella data infatti che Guido Gadotti, allora conduttore della Trento-Malè, decise di cambiare attività e inaugurare l’apertura di un locale pubblico e tabacchi all’interno di un edificio affacciato sulla piazza General Cantore.

Guido era stato uno dei primi inquilini delle case popolari di via Maccani da poco edificate ed era ormai da tempo che covava quell’idea. Tutti i giorni ripeteva alla moglie Olga quanto sarebbe stato bello aprire quel locale in quel posto: tutti i giorni vedeva schiere di operai che vi passavano davanti, con le loro “bici” o con le moto, se non a piedi, per recarsi sul posto di lavoro nelle fabbriche sorte più a nord, in Campotrentino. La moglie, da par suo, lo incoraggiava nel “grande salto” e così avvenne; il tempo non solo darà ragione al coraggio e all’intraprendenza dei due coniugi, ma sarà al contempo testimone di un rapporto indissolubile negli anni a venire: Zinzorla/Cristo Re.

Nonostante la comune credenza, il Bar Zinzorla non si chiamava affatto così e tale è divenuto solo in seguito alla cessione dell’attività nel 1966 dalla famiglia Gadotti ai fratelli Casagranda, meglio riconosciuti in Marino piuttosto che nel fratello Antonio, la cui presenza fu molto più limitata.

In realtà l’attività avviata da Guido e Olga era intestata con insegna “Bar al Moro”, che i coniugi avevano acquisito da un esercizio pubblico attivo in via Pietrastretta; acquistata la licenza, la trasferirono in piazza General Cantore, proprio nel posto che da tempo sognavano. Il termine “Zinzorla” venne assegnato spontaneamente e immediatamente dai primi avventori in seguito ad una circostanza molto particolare.

Nel saluto di commiato dall’attività di conduttore della Trento/Malè, Guido ricevette in regalo da un amico negoziante di Malè un orologio “cùcù” in legno, dotato di una piccola “zinzorla” cavalcata da una bambina, a scandire il tempo in secondi. Guido pose il regalo in bella vista nel nuovo locale, attirando immediatamente l’attenzione e la curiosità di chiunque vi entrasse; l’identificazione del locale in questa sua particolare “zinzorla” fu immediata e ben accolta dagli stessi Guido e Olga, persino da loro favorita permettendone l’uso comune.

Ma il Bar era anche il ritrovo serale di chi voleva vedere le prime puntate di lascia e raddoppia alla Rai, rigorosamente in bianco e nero. Erano infatti pochissime le famiglie che potevano permettersi di comprare una televisione.

Da allora non esiste persona a Trento (e, forse, in tutta la Provincia) di età superiore ai quaranta anni, che non abbia conosciuto il bar Zinzorla e non abbia seguito la sua mitica storia. Qualunque “rionale” si volesse cercare, prima o dopo lo si poteva incontrare nel locale; dal Toni Stefani al Toni Fontana, dal Pippo Baratella all’Ernesto Artuso, dall’Osvaldo al Pachito, dall’indimenticabile Fumei allo scatenato Fronza, dal Toni “calliar” all’Ennio, prima o dopo, entro la giornata, tutti passavano dal bar Zinzorla.

Le carte, il biliardo, il flipper, la televisione, gli appuntamenti, il lavoro e lo sport, le due chiacchiere e le tre risate, la bevuta e la fumata, il gelato e il caffè, qualsiasi circostanza aveva il suo logistico riferimento al bar Zinzorla; non vi era discontinuità neppure con l’esterno, perché l’intera piazza antistante costituiva un suo quasi ovvio prolungamento. Entrare e uscire erano la medesima cosa, non vi era alcuna differenza.

Sosta mattutina per tutti gli operai che andavano o ritornavano dal proprio turno di lavoro, ritrovo per la spesa in giornali, sale e tabacchi per tutte le casalinghe della zona, capatina di ogni bambino per caramelle o “sughini”, ritrovo quotidiano di ogni residente, di qualsiasi fascia sociale o lavorativa e di qualsiasi tendenza ricreativa; la Zinzorla è stata la seconda casa di ogni abitante di Cristo Re. E più aumentava il volume di lavoro e di “affari”, più si consolidava il semplice ed egualitario modo di gestire la clientela da parte dei coniugi Gadotti, trasmesso poi anche ai figli Gianni e Sandra.

La nostalgia di Guido e Olga, come pure di Gianni e Sandra, è ancora palpabile nell’atmosfera rionale.

PIAZZA GENERAL CANTORE – Binomio indissociabile dal bar Zinzorla, la fama e la storia di Piazza General Cantore seguirono di pari in passo quelle del noto locale gestito dalla famiglia Gadotti. Fonte per ogni assetato dell’entusiasmo, della complicità e della condivisione che animavano l’intero quartiere era popolata di giorno e di notte, rasentando le 24 ore di vita giornaliera.

Naturale prolungamento notturno (spesso mattutino e, non di rado, continuativo) del bar Zinzorla, l’influenza della sua esistenza sulla vita di ogni residente era pressoché pari a quella della propria abitazione, con qualche eccesso in suo favore. La semplice entrata nei suoi confini trasmetteva immediatamente il desiderato senso di confidenza e protezione.

Nel corso degli anni le sue panchine e le sue aiuole hanno conosciuto gli innamoramenti e i segreti dei giovani e dei maturi di ogni generazione, le gioie e i dolori di ogni abitante; persino nei giorni bui e disperati, un amico riusciva sempre a regalarlo. Neppure le periodiche mutazioni estetiche e viabilistiche subite sono riuscite a scalfire il senso di libertà che ha sempre elargito, perdendolo gradualmente solo nell’ultimo trentennio, vittima di una ostentata socialità politica, della quale non aveva affatto necessità.

Il PIAZZALE B14 – Nei primi anni del dopoguerra, nel quartiere arrivarono nuovi nuclei famigliari alla ricerca di lavoro nelle fabbriche, che avevano riaperto i battenti o che si erano insediate di recente.

La prospettiva che quella zona sarebbe in breve tempo stata abitata da migliaia di persone si stava realizzando e dal punto di vista dell’assistenza religiosa le preoccupazioni crescevano, perché la piccola cappella di San Benedetto risultava inadeguata ad accogliere tutti i fedeli del nuovo rione che partecipavano alle funzioni religiose.

Carlo Battisti, che aveva già favorito l’apertura e l’uso della cappella nel suo locale, si dichiarò disponibile a cedere anche il piazzale attiguo. Il Comitato pro erigenda chiesa da parte sua acquistò circa trecento sedie nuove, sicché quel piazzale in breve tempo venne trasformato in una chiesa, che aveva come soffitto il cielo, come colonne le montagne sullo sfondo, come musica il soffiare del vento e come altare un palcoscenico con un tavolo.

Ma oltre ad essere usato come chiesa all’aperto, quel piazzale servì anche ad altri scopi, secondo le necessità del momento, come luogo di riunioni o come teatro, dove una comunità giovane e carica di entusiasmo si dava appuntamento, formando così una grande famiglia.

Così nacque il B 14 (che prendeva il nome dalla sua ubicazione in corso Buonarroti, numero 14).

L’inaugurazione di quel luogo insolito e impensabile avvenne il 12 maggio 1948, con una rappresentazione teatrale interpretata dalla filodrammatica degli ex salesiani di Trento, cui seguirono nel tempo altri spettacoli di operette musicali, di recite di poesia e di concerti di musica popolare; tutte rappresentazioni a “offerta libera”, il cui ricavato, piuttosto consistente, andava al Comitato per la costruzione della chiesa di Cristo Re.

Da quel piazzale partirono molte iniziative, che coinvolgevano non solo i giovani del quartiere, ma anche quelli di tutta la città; è rimasto nei ricordi di tutti lo spettacolo “Dilettanti al microfono”, presentato dal sempre dinamico Aldo Lunelli e, una volta, vinto dalle sorelle Gebellin (le gemelòte).

Il B 14, in definitiva, non è stato soltanto un luogo di ritrovo, ma anche una delle importanti fonti di finanziamento del progetto della nuova chiesa.

Nel prossimo articolo, la nascita delle caserme, il cinema Astra, le scuole Bellisini, L’albergo Everest, il ponte di san Giorgio, l’alluvione e … Don Guido Avi.

Continua –

 

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