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Dietro le quinte

Diffidare degli intellettuali e del pensiero unico

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Lo storico è, per molti aspetti, una sorta di giudice. Non tanto nella fase finale, quella del giudizio, in cui assolve o condanna, ma nella parte preliminare, quella che prevede l’indagine, la raccolta dei documenti, la comprensione profonda dei fatti, dei moventi…

Studiare la storia è quindi come condurre un’indagine, alla ricerca della verità; se necessario scavando in profondità, e andando contro le apparenze, i luoghi comuni, ciò che “si dice”.

E’ per questo che non di rado vi sono magistrati che affiancano, al loro mestiere, l’indagine storica. Francesco Forlenza, (nella foto) magistrato trentino di lungo corso, è uno di quelli.

Mi sono ricapitati tra le mani, in questi giorni, due suoi lavori, che meriterebbero maggior fama. Tommaso Campanella e le utopie. Il primo è la Vita di Tommaso Campanella. Eretico, rivoluzionario, utopista, edito da Armando nel 2015.

Capire Campanella, l’autore, circa 400 anni fa, de La città del sole, è molto importante: aiuta a comprendere la mentalità totalitaria tipica delle utopie. Sappiamo bene, infatti, che il sonno della ragione genera mostri, ma è assai chiaro allo storico, delle idee e dei fatti, che anche i sogni della ragione sono capaci di produrre devastazioni immense.

Le utopie sono, appunto, sogni della ragione umana che si immagina capace di risolvere definitivamente, ed umanamente, il problema del male, fisico e morale, attraverso folli imposizioni di uomini che si sentono chiamati a salvare il mondo, con le loro idee (in questo caso comuniste ed eugenetiche), e, se necessario, le loro cospirazioni politiche. Lenin, Stalin ed Hitler, saranno, per intenderci, degli eretici, dei Campanella “finalmente” vincenti.

Gli intellettuali tronfi e servili – L’altro testo davvero pregevole del magistrato Forlenza che vorrei segnalare ai lettori è Cattivi maestri. Intellettuali italiani tra fascismo, comunismo, terrorismo (Joppolo, 1993).

Questo testo andrebbe letto insieme ad altre due opere analoghe: Gli intellettuali, scritto da Paul Johnson, per anni direttore del mitico Spectator, e Caro duce ti scrivo. Il lato servile degli antifascisti durante il Ventennio, dello storico Roberto Festorazzi.

Johnson comincia il suo libro ricordando che nel XVIII secolo, con il declino del senso religioso, “un nuovo tipo di mentore emerse a colmare il vuoto e a catturare l’attenzione della società. L’intellettuale laico poteva essere indifferentemente deista, scettico, ateo, ma era pronto, non meno di un pontefice o di un ministro del culto, a insegnare al genere umano come doveva comportarsi. Fin dall’inizio si proclamò consacrato agli interessi dell’umanità e investito della missione evangelica di redimerla con il suo insegnamento… Per la prima volta nella storia e con un’audacia e un’impudenza sempre crescenti, degli uomini si fecero avanti a sostenere di poter diagnosticare i mali della società e di poterli curare con la sola forza del loro intelletto. Non solo: essi pretesero anche di escogitare delle formule grazie alle quali sarebbe stato possibile trasformare in meglio non solo le strutture della società, ma le consuetudini fondamentali degli esseri umani. A differenza dei sacerdoti loro predecessori, essi non erano servitori e interpreti degli dei, ma li sostituivano”.

Erano, in altre parole, loro stessi gli autori della nuova “Rivelazione”, i novelli “Redentori”! Erano nientemeno che gli autoproclamatisi “portatori della luce” (illuministi), dopo secoli di presunte “tenebre” (le tenebre che avevano dato al mondo Dante e Petrarca, Agostino e Tommaso, Galilei e Newton…!).

Rousseau e Brecht, cattivi maestri – Il primo dei personaggi raccontati da Johnson è Jean Jacques Rousseau. Di lui basti ricordare che divenne celebre in particolare per le sue teorie pedagogiche, espresse nel Discorso, nell’Emilio e nella Nuova Eloisa. Lui che di cinque figli avuti da una povera donna utilizzata come “amante fissa” ne abbandonò agli orfanatrofi altrettanti!

Intellettuale significa appunto, troppo spesso, persona che scinde intelletto e realtà: non è necessariamente sinonimo di intelligente (cioè capace di leggere la realtà), ma più spesso di ambizioso e saccente (cioè convinto di dover “creare” un mondo diverso da quello reale).

Un altro ritratto di Johnson da menzionare è quello di Bertold Brecht, un autore ancora oggi studiato in moltissime scuole, quasi fosse un grande maestro. Si legge spesso il suo processo a Galileo (La vita di Galileo), assolutamente inutile, anzi fuorviante, se si vuole capire qualcosa dello straordinario scienziato pisano.

Brecht fu un maestro di doppiezza e uno straordinario propagandista di se stesso, ma la sua vita reale fu il contrario dell’intransigenza e della coerenza professata a parole e con gli scritti.

Basti dire che l’inventore del “dramma di propaganda moderno” si mise al servizio, a pagamento, della Germania comunista e del comunismo internazionale, coprendone delitti ed efferatezze.

Brecht affiancava alla “fede” comunista un passaporto austriaco, un editore nella Germania libera, per assicurarsi i diritti d’autore, e il conto in una banca svizzera (a riguardo si veda anche la biografia di Stephen Parker, A Literary Life, 2014). Fu lui, ricorda Johnson, ad inventare “l’uso a fini propagandistici del processo a tesi (delle streghe, di Socrate, di Galileo ecc.) che poi entrò a far parte dell’armamentario classico della sinistra” (vedi anche: https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/06/14/news/un-genio-da-tre-soldi-74037/).

Orwell e la libertà – Ma arriviamo finalmente al libro di Forlenza, Cattivi maestri. Il focus è sugli intellettuali italiani del Novecento. Senza voler togliere al lettore il gusto della lettura e della sorpresa, mi limito a dire che l’autore mostra con chiarezza la loro propensione a sposare con estremo ardore ed ideologica faziosità le posizioni più estreme, riuscendo così a passare senza soluzione di continuità – come fecero Delio Cantimori, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca e moltissimi altri – dalla militanza entusiasta al fascismo, all’adesione giubilante all’ideologia ed al partito comunista (non senza ricevere, come compenso, onori e denari).

Solo comprendendo cosa è già stato, si può capire perché anche oggi gli intellettuali alla moda appaiono spesso servitori zelanti ed intolleranti del pensiero unico, pronti ad intrupparsi sotto le bandiere del potere, a scrivere sulle manine -chè argomentare sarebbe troppo!- ciò che gli altri dovrebbero obbligatoriamente pensare, piuttosto che maestri di un pensiero libero e critico.

Torna utile, per concludere, la prefazione di George Orwell a La fattoria degli animali, intitolata The freedoom of the Press: in essa, dopo aver denunciato il servilismo degli intellettuali inglesi all’ideologia comunista ed al pensiero dominante, e dopo aver scritto che nella “libera” Inghilterra “un’opinione davvero controcorrente non viene quasi mai ascoltata seriamente, né sulla stampa popolare, né sulle riviste degli intellettuali”, lo scrittore e giornalista inglese concludeva: “oggi sono i (sedicenti) liberali a temere la libertà e gli intellettuali che vogliono sporcare l’intelletto”.

A cura di Francesco Agnoli

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