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Il Sole e Pietro Mascagni a Verona. La nuova alba di “Hundred Opera Man”

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In una splendida giornata di sole, domenica 9 maggio, riapre il bel Teatro Filarmonico di Verona. E l’apertura è fresca e originale.

Mascagni, compositore di 106 lavori musicali, considerato vigliaccamente “One Opera Man”, fu un compositore poco valorizzato per una serie di scelte personali, tra cui non ultima, la sua adesione al fascismo, che gli nocque dopo la morte, avvenuta nel 1945. Oggi egli è qui con la sua opera breve “Zanetto” (1896), preceduta da una suite di brani sinfonici di musicisti coevi come Alfredo Catalani (Preludio atto III da La Wally, 1892) e Francesco Cilea (Intermezzo atto III da Adriana Lecouvreur, 1902) che intercalano tre pezzi sublimi del compositore livornese: la Sinfonia da Le Maschere (1901), l’Intermezzo atto III, Il Sogno, dal Guglielmo Ratcliff (1895) e il celeberrimo Intermezzo da Cavalleria Rusticana (1890).

Insomma, un breve palinsesto gradevolissimo dagli elevati contenuti evocativi e invasivi, considerata la immersione mascagnana in una certa temperie culturale, quella del Verismo di Catalani e Cilea e anche contingente e letterario per il musicista livornese, da cui il titolo “Antologia verista” per lo spettacolo di Verona. La Fondazione Arena riapre, come si conviene, con classe e coraggio.

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Dunque, oltre al bel sole su piazza Bra, l’astro era lui, questo 9 maggio: Pietro Mascagni. Musicista dalle fortune alterne, ben agganciato al gotha culturale del Fascismo, nel 1929, alla fondazione della Reale Accademia d’Italia, venne incluso tra gli Accademici, insieme, tra gli altri, a Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Gabriele d’Annunzio ed Enrico Fermi.

Ma fu solo nel 1932 che si iscrisse al Partito Nazionale Fascista, divenendo persona vicina a Mussolini, che, si dice, gli lasciò in extremis, nel 1943 un bel tesoretto, circa mezzo milione di euro equivalenti del giorno d’oggi.

Ingiustamente criticata anche con durezza all’epoca, l’opera “Zanetto” tratta, nel suo piccolo (50 minuti belli), il tema dell’amore nelle donne di piacere, cortigiane, prostitute o “traviate“. Siamo a Firenze, come in Gianni Schicchi dantesco del suo amico Puccini, ma nel Rinascimento, ove l’attrazione fatale tra licenza e libertà vede la congiunzione insperata di Silvia e Zanetto, lei disperata di incapacità amorosa e lui cantore girovago che preferisce l’indigenza alla costrizione.

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Silvia (oggi il soprano soprattutto pucciniano Donata D’Annunzio Lombardi, vigorosa e potente) trova nel canto di Zanetto (un contralto, sempre intriganti i personaggi “en travesti”, oggi l’ottima Asude Karayavuz…) l’ “apriti Sesamo” dei suoi sentimenti: ottimo risultato, che scioglie la sua apatia, ma non si concretizza col libero a oltranza Zanetto, il quale riesce a sbloccarla ma non a farla decidere. E l’opera finisce con il girovago che riprende la sua strada e la donna che si dispera, anche se lo scrigno è ormai forzato.

Echi verdiani se ne notano non pochi e la stima del Cigno di Busseto per la melodia di Mascagni magari ha inciso sulle scelte drammaturgiche del livornese, che sanno un po’ di Traviata e un po’ di Trovatore.

Non dimentichiamo però lo spaesamento enorme che ci provoca un Mascagni che ha attraversato il cambio di secolo per una propria via, con alle spalle Verdi e, accanto, proprio fisicamente per cinque anni a Milano, il lucchese Puccini.

In questa sua fase precoce, diciamo dal grande successo di Cavalleria Rusticana nel 1890 (“One Opera!…) fino a tutto il decennio successivo, si vedono i germi della sua grande cifra mutagena, che avrebbe informato la sua lunga produzione che si protrae per quasi metà del XX secolo.

Mascagni, infatti, incontra tutte le correnti del momento, Gabriele D’Annunzio incluso, e tutti lo amano e odiano, perché il livornese non si fa catturare: ne usa i segni e i modi ma trova sempre una via originale e propria, che ben riconosciamo oggi, in cui il tutto si confronta col nulla e col tutto.

Tanto è che proprio oggi, quasi tornati vergini, apprezziamo la personalità di questo vero artista e il suo coraggio senza radici. Infatti, la sua contemporaneità con noi è proprio nell’impossibile sua attribuzione a una sola corrente.

Egli è eclettico: volontarista come Wagner, romantico come il Verdi della Trilogia Popolare, toscano come Puccini e quasi suo coetaneo, particolarmente consapevole della grande rivoluzione dell’audiovisivo dovuta al cinema, col quale intesse consapevolissime collaborazioni… Uno imprendibile, con un “dentro”, per analogia livornese, da Fattori a Modigliani.

Le critiche dell’epoca a “Zanetto” sono state quindi anche caustiche. Prendiamo per esempio quelle del Bastianelli, di tutte forse la più feroce: Giannotto prende in mano metro e misura, di qua e di là, notando elementi difformi dai canoni, e attaccando per questo e per quello…

E noi, oggi invece, proprio per questo e per quello, apprezziamo: il canterellato iniziale è originale e molto curioso (non madrigale, cinquecentesco come la storia? Ma non bisogna mica esser tutti dottori, in particolare un cantore randagio…), le rime (per Bastianelli banali e i concatenamenti elementari) sono quelli del pop odierno, senza le sue fastidiose perdite di significato. Buona la concezione registica complessiva di Alessio Pizzech, livornese a sua volta, fatta salva l’assenza dei riferimenti a Firenze e la seppur bella scenografia simbolista e liberty quasi parigina un poco fuori asse, che rendono Silvia troppo somigliante alla gigantesca Violetta…

Credo, insomma, e il messaggio del Filarmonico è chiaro con la buona bacchetta di Valerio Galli, che sia giunta l’ora di una grande riscoperta di Pietro Mascagni, delle sue 15 opere, delle sue 2 operette e dell’ampissima produzione sinfonica (76 pezzi), sacra (13 pezzi) e 2 suggestive colonne sonore di film.

E vediamo che anche Livorno, la città natale, inizia a fare la sua parte, in questo perturbato 2021. Infatti viene presentato l’11 Maggio il secondo Festival Mascagni. Nel quale sono sottolineati moltissimi elementi mondani del grande compositore e il suo collegamento con la musica leggera e d’intrattenimento, oltre all’ottima fatica operistica de “L’amico Fritz”, 1891, arrivata appena dopo la Cavalleria Rusticana.

Insomma, bentornato a Pietro, quell’arbiter elegantiarum che fece dire a un importante personaggio di Federico FelliniIo volevo la mascagna”, cioè i capelli come li portava il grande maestro livornese di 108 opere musicali.  Altroché “one opera man”!

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