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Io la penso così…

Ex-Anmil al Bosco della Città di Rovereto: «Sogno e auspico le ruspe»

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-

Spett.Le direttore,

Le vecchie e nuove vicende relative ai ruderi dei due grandi edifici ex-ANMIL al Bosco della Città di Rovereto, così come esposte in un quotidiano locale trentino il 24 marzo, mi hanno lasciato ancora una volta basito e incredulo.

Per pura coincidenza, e per sole finalità didattiche e formative, sto preparando un breve filmato sui significati e sui valori del paesaggio, e l’ammasso cementizio in questione ne è indiscusso protagonista.

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Affermare, come viene affermato nell’articolo, che “quello che molti chiamano ecomostro è ormai un elemento che fa parte del Bosco della Città e si è integrato”, mi pare l’ennesima dimostrazione di quanto diffuse e ubique siano l’ignoranza (nel senso più mite del termine) e l’insensibilità in tema di paesaggio.

Un concetto – quello di paesaggio – di cui si parla sempre più spesso… Appunto, si parla e si parla e si parla… Con un uso inflazionato del termine che è proporzionale al grado della sua incomprensione e alle palesi difficoltà e lentezze che emergono – nella gestione del territorio – quando si tratta di proteggere ciò che rimane di bello e di togliere di mezzo l’orrendo attorno a noi.

Mi riesce estremamente difficile cogliere quale possa essere la sopracitata integrazione tra la spettrale struttura, incompiuta e dismessa, e il lieto contesto ambientale del Bosco della Città.

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Se è una questione di nidificazione di uccelli di pregio naturalistico, si può attendere la stagione giusta e poi procedere senza indugi alla totale demolizione: gli uccelli in questione se ne faranno ben presto una ragione ed eventualmente troveranno di certo un altro ecomostro per mettere su casa.

Mi sfugge anche la classificazione di “opera d’arte”, con relativi diritti d’autore dovuti all’ingegnere progettista. Ma tant’è…

Ritengo che, dopo più di mezzo secolo, sia giunto il momento di eliminare una struttura che – per collocazione, dimensioni, stile architettonico, materiali costruttivi, inutilità, denaro sperperato, impronta paesaggistica e impatto ambientale – rappresenta l’ecomostro per antonomasia.

Se, come penso, in mezzo secolo siamo almeno un po’ evoluti nella gestione del territorio, oggi dobbiamo avere il coraggio di ammettere che fu una scelta scellerata e porvi finalmente rimedio, perché mai come in questo caso, il passaggio dal “costruito” all’“abbandonato” deve risolversi nell’“abbattuto”.

Pertanto, sogno e auspico le ruspe.

Antonio Sarzo – geografo, naturalista

Potete inviare le email al direttore da inserire nella rubrica «io la penso così» scrivendo a: redazione@lavocedeltrentino.it

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