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Val di Non – Sole – Paganella

Da Livo a Berlino la cartolina del 1944 al fratello internato: «Fatti coraggio e tutto avrà una fine»

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La lettera scritta da Ida Calovini all'amato fratello Oreste, nella foto a destra scattata nel Campo di concentramento di Berlino

È riemersa nei giorni scorsi, dimenticata da decenni e ritrovata da Olga Calovini e dalla figlia Letizia Zanotelli. Una cartolina, parole semplici ma ricche di significato che ci portano indietro di 75 anni, al 1944, quando la Seconda Guerra Mondiale imperversava in Europa.

Ci troviamo a Livo, frazione Preghena, dove dai ricordi racchiusi in un cassetto è spuntata una Antwort Postkarte (Cartolina postale di risposta) precompilata in doppia lingua, tedesco e italiano, scritta da Ida Calovini all’amato fratello Oreste, internato nel Campo di lavoro di Berlino.

Lo scritto (che riportiamo in maniera integrale, errori grammaticali compresi) recita così: «Carissimo fratello di quore vengo a tè col dirti del nostro statto di Salutte, tutti noi e parentti e desidero sia altrettanto di te caro, ora fatti sempre coragio e tutto avrà una fine. Ora io mi sono sposata e mi trovo benisimo e ci aiutiamo tutti assieme e tutti sono contentti e spero sia contentto anche te non veddo l’ora di abraciarti. Salutti di me e anche tutta la famiglia».

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Era consuetudine, durante la guerra, comunicare con i parenti deportati nei campi di concentramento utilizzando appositi moduli, messi a disposizione dagli enti preposti alla gestione dei contatti tra prigionieri e mondo esterno.

Si tratta della Kriegsgefangenenpost, la Corrispondenza dei prigionieri di guerra, che veniva accuratamente verificata ed eventualmente censurata.

La cartolina scritta da Ida Calovini al fratello Oreste era partita dall’ufficio postale di Livo nel mese di maggio del 1944 ed era arrivata a luglio dello stesso anno a destinazione, in Germania, nel Campo di Concentramento Stammlager (Campo base) o Stalag III D, situato nel Distretto militare di Berlino.

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Una storia significativa che, fortunatamente, avrà un lieto fine. Oreste Calovini, classe 1914, viene infatti liberato nel 1945 al termine del conflitto e riesce a tornare in Val di Non.

Si sposa con Giuseppina Gentilini e trascorre la sua vita a Preghena, lavorando nei campi. Tra il 1950 e il 1960 avrà 6 figli: Giacinta, Angela, Fernanda, Danila, Olga ed Eraldo. Ci ha lasciati nel 1987.

Come la maggior parte dei prigionieri dei lager, non ha mai voluto rivivere e raccontare compiutamente a figli e nipoti la sua storia, lasciando alle spalle tristi ricordi, sofferenze atroci e anni trascorsi lontano dagli affetti domestici, lavorando duramente più di 10 ore al giorno con l’incertezza del vivere quotidiano.

IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI BERLINO (DISTRETTO MILITARE III – D) – Durante la Seconda Guerra Mondiale, come in tutta la Germania, anche a Berlino si fece sentire il problema del reperimento della manodopera per sostenere le opere di costruzione e l’economia di guerra.

Fra il 1939 e il 1945, furono oltre 400 mila i lavoratori stranieri (per lo più prigionieri di guerra) occupati nelle industrie degli armamenti a Berlino.

Gruppi di lavoratori civili italiani vi giunsero in base agli accordi fra Hitler e Mussolini quando ancora Germania e Italia erano alleati dell’Asse, ma la maggior parte fu portata dopo l’8 settembre 1943: furono infatti circa 38 mila i prigionieri di guerra italiani internati nello Stalag III D di Berlino e facenti parte delle numerosissime squadre di lavoro impiegate in opere di costruzione o in industrie.

Nelle circoscrizioni centrali della città le ditte affittarono locali, hotel e cantine per alloggiarvi i “loro” lavoratori forzati. In quelle più periferiche fecero costruire campi di baracche. Ognuna era suddivisa in 10/12 stanze, in ciascuna delle quali potevano stare fino a 16 detenuti.

Il campo era cinto da filo spinato, non vi erano torri di guardia, ma il cancello era sorvegliato da guardie armate.

Dato l’elevato numero di italiani presenti fu chiamato anche «Italienerlager», «campo degli italiani». Nel 1945 fu più volte bombardato e, durante gli attacchi, gli occupanti cercavano rifugio nelle cantine delle baracche. Nella numero 13 rimangono le tracce di quei passaggi: nomi e date scritte sui muri accanto ai «Vietato fumare» e «Riservato».

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