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Italia ed estero

Un delitto senza movente, che fine hanno fatto i condannati per l’assassinio di Marta Russo?

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Dopo i delitti della banda della Uno Bianca dove abbiamo scritto che fine hanno fatto tutti i condannati oggi scriviamo del caso di Marta Russo, un omicidio noto anche come il delitto della Sapienza, che avvenne all’interno della città universitaria della Sapienza di Roma il 9 maggio 1997.

Il caso di Marta Russo è finito negli anni per diventare uno dei più grandi, controversi ed inquietanti misteri della cronaca nera italiana.

Marta Russo, studentessa ventiduenne di giurisprudenza, fu gravemente ferita da un colpo di pistola mentre camminava in un vialetto attiguo all’università La Sapienza, morendo cinque giorni dopo in ospedale. L’omicidio fu molto controverso e le indagini furono effettuate con molte difficoltà e non convinsero fino in fondo in mancanza di un vero movente. 

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Fra le prime ipotesi c’erano lo scambio di persona, il “delitto perfetto” o il terrorismo, e infine lo sparo accidentale, tesi questa che fu dibattuta durante il processo.

Indagati fin dalle prime battute furono Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro allora 30 enni, assistenti universitari, e Francesco Liparota l’usciere della scuola.

Alla fine dopo 6 anni di processi furono condannati in via definitiva dalla Cassazione Scattone condannato a 5 anni e 4 mesi per omicidio colposo aggravato, perché avrebbe materialmente sparato; Ferraro a 4 anni e 2 mesi per favoreggiamento, tutti scontati ai domiciliari. Mentre uscì di scena l’usciere Francesco Liparota, inizialmente condannato per favoreggiamento.

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Come detto il movente non fu mai chiaro, ma secondo le ricostruzioni la morte di Marta Russo fu provocata da uno stupido gioco. Il colpo infatti sarebbe partito per errore e una serie di rimbalzi (provati dai rilievi) fecero arrivare il proiettile nella testa della povera ragazza.

La pistola non fu mai ritrovata, né fu ritrovato il bossolo. Nella condanna dei due furono fondamentali le testimonianze, modificate in realtà più volte, di due donne: l’assistente universitaria Maria Chiara Lipari e la segretaria Gabriella Alletto.

Ma tutto partì dal ritrovamento della famosa “particella”, che servì a identificare da dove sarebbe stato sparato il colpo di pistola che raggiunse la studentessa.

Su quell’elemento, e grazie poi alle dichiarazioni iniziali di Lipari, seguite da quelle di Alletto, gli inquirenti ricostruirono ( o costruirono) la presenza nella famosa aula 6 da dove si pensò fosse partito il colpo mortale, e poi le responsabilità. E una terza donna, Giuliana Olzai, diverse settimane dopo il fatto, testimoniò di aver aver visto Scattone e Ferraro insieme, all’Università, che si davano alla fuga.

Ma dopo 23 anni i due imputati che fine hanno fatto? Oggi Giovanni Scattone lavora come insegnante di filosofia a Roma. Nel 2011 come supplente presso il liceo scientifico Cavour poi all’Einaudi di Roma. Ha dovuto rinunciare a diverse opportunità per tutto quello strascico di fatti che inevitabilmente hanno segnato la sua esistenza.

Ha lavorato come traduttore, editor e giornalista. Oggi ha 49 anni, è sposato con Cinzia Giorgio dal 2001 e conduce una vita ‘normale’. Dopo la condanna Ferraro ha militato nelle file del partito radicale. Ha avuto ruoli all’interno dello stesso partito, ma anche presso la Camera dei Deputati come consulente.

Ha scritto libri, spettacoli e fa battaglie per i riconoscimenti dei diritti dei più deboli e di chi ha subito ingiustizie e maltrattamenti con la sua associazione ‘Il detenuto ignoto’. Ha fondato con altri detenuti la band ‘Presi per caso’ per la quale scrive i brani.

Anche per lui, comunque, la vita non è stata facile dopo i fatti di quel maggio del ’97. Dovrà pagare tutte le spese del giudizio e della detenzione carceraria, circa 300 mila euro: fanno parte della pena. Lavora come avvocato.

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