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Correva l anno....

24 morti e 103 crimini: che fine hanno fatto quelli della Uno bianca?

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Si torna a parlare della banda della Uno Bianca dopo la richiesta da parte di Ludovico Mitilini, fratello di Mauro, morto nell’agguato, il 4 gennaio del 1991 alla periferia di Bologna, dove morirono tre carabinieri di vent’anni, massacrati dai killer della banda della Uno Bianca di riaprire le indagini.

Andrea Moneta, Mauro Mitilini e Otello Stefanini caddero sotto una pioggia di 222 proiettili nella strage del Pilastro. Da quel giorno sono passati 30 anni, ma molti dubbi sono rimasti.

Ma che fine hanno fatto quelli della banda che a tra il 1987 e il 1994 commisero centotrè crimini, soprattutto rapine a mano armata, provocando la morte di ventiquattro persone e il ferimento di altre centodue?

Da ricordare che la maggior parte dei componenti della banda armata erano membri della Polizia di Stato. I componenti della banda vennero tutti arrestati alla fine del 1994 e successivamente condannati.

I processi si conclusero il 6 marzo 1996, con la condanna all’ergastolo per i tre fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi e per Marino Occhipinti. Ventotto anni di carcere per Pietro Gugliotta, diminuiti poi a diciotto. Luca Vallicelli, componente minore della banda, patteggiò una pena di tre anni e otto mesi; venne inoltre stabilito che lo Stato italiano versasse ai parenti delle ventiquattro vittime, la somma complessiva di diciannove miliardi di lire.

Particolare e controversa la posizione di Eva Mikula la compagna di Fabio Savi che dopo 4 processi in Corte d’assise e 2 in appello ed 1 in Cassazione ha dimostrato la sua estraneità ai crimini.

Le dichiarazioni di Eva Mikula risultarono decisive per la condanna dei fratelli Savi. Ma ora vediamo che fine hanno fatto tutti i membri della famosa Uno Bianca.

Roberto Savi – Condannato all’ergastolo ai processi, Savi stupì tutti per l’estrema freddezza con cui, beffardo e provocatorio, parlava dei reati più atroci da lui commessi; alle domande non rispondeva «» oppure «no», bensì «affermativo» e «negativo».

Il 3 agosto 2006, Roberto Savi fece richiesta di concessione del provvedimento di grazia, al tribunale di Bologna. La domanda venne ritirata il 24 agosto, dallo stesso Savi, a seguito del parere sfavorevole espresso dal procuratore generale bolognese, Vito Zincani. Il 1º ottobre 2008, si è risposato con una detenuta olandese del carcere di Monza. È tutt’ora detenuto.

Fabio Savi – Dopo la condanna all’ergastolo, venne trasferito nel carcere di Sollicciano a Firenze, e in seguito in quello di Fossombrone a Pesaro. Il 24 settembre 2009, Fabio Savi, dopo circa un mese di sciopero della fame presso il carcere di Voghera, venne ricoverato all’ospedale della città, per motivi clinici. La motivazione dello sciopero sarebbe la richiesta da parte di Savi di essere trasferito in un carcere più vicino alla sua famiglia e la possibilità di lavorare per provvedere alla stessa. Il 4 gennaio 2010, venne trasferito nel carcere di massima sicurezza di Spoleto.

Nell’ottobre del 2014, chiese di poter usufruire a posteriori del rito abbreviato, che avrebbe tramutato l’ergastolo in trenta anni di carcere. La richiesta venne respinta il 3 dicembre 2014, dalla Corte d’Assise di Bologna. È tutt’ora detenuto.

Alberto Savi –  Fratello minore di Roberto e Fabio. Assieme ai fratelli, formava la struttura principale della banda. Debole di carattere, subì la personalità più forte e dominante dei fratelli maggiori. Sconta l’ergastolo dal 26 novembre 1994. Il 23 ottobre 2010, Alberto Savi chiese di poter uscire dopo sedici anni scontati in carcere. Dopo ventitré anni di carcere, ha beneficiato di un permesso premio nel febbraio 2017, per incontrare la madre ricoverata in gravissime condizioni di salute. Dal 2019, usufruisce di un permesso premio per le vacanze natalizie.

Pietro Gugliotta – Non partecipava mai alle azioni omicide del gruppo. Venne comunque condannato a diciotto anni di reclusione. Anche lui poliziotto, svolgeva la funzione di operatore radio nella questura di Bologna assieme all’amico Roberto Savi. Venne scarcerato nel 2008, dopo quattordici anni di reclusione, grazie all’indulto e alla legge Gozzini.

Le due figlie di Gugliotta, hanno  completato la procedura per il cambiamento di cognome, anche per cominciare a vivere in pace mentre purtroppo dopo l’arresto di Gugliotta il suocero si suicidò, probabilmente per la vergogna.

Marino Occhipinti – Membro minore della banda, prese però parte a un assalto a un furgone della Coop di Casalecchio di Reno, il 19 febbraio 1988, durante il quale morì una guardia giurata e per questo venne condannato all’ergastolo. Anche lui poliziotto presso la squadra mobile di Bologna, al momento dell’arresto, avvenuto il 29 novembre 1994, era vice-sovrintendente della sezione narcotici della Squadra mobile. In una recente intervista, Marino Occhipinti ha chiesto perdono ai familiari della guardia giurata uccisa. Dal 2002, lavora presso una cooperativa.

Il 30 marzo 2010, con un decreto motivato del tribunale di sorveglianza, Marino Occhipinti, dopo sedici anni di detenzione, usufruì di un permesso premio di cinque ore per partecipare ad una Via crucis a Sarmeola di Rubano, nel Padovano, assieme ad altri detenuti e accompagnato da operatori sociali. L’11 gennaio 2012, gli venne concessa la semilibertà.

Il 20 giugno 2018, il suo avvocato, Milena Micele, ha presentato in udienza la documentazione a favore della libertà, che comprende le relazioni sul suo lavoro svolto fuori e dentro il carcere con la cooperativa Giotto. Secondo il provvedimento del Tribunale di sorveglianza, il suo pentimento è autentico, ha rivisitato in modo critico il suo passato e non è socialmente pericoloso. Marino Occhipinti è stato quindi scarcerato, il 2 luglio 2018.

Luca Vallicelli – Poliziotto al momento dell’arresto, avvenuto il 29 novembre 1994, era agente scelto presso la sezione Polizia Stradale di Cesena. Membro minore della banda, partecipò solamente alle prime rapine, che si conclusero senza omicidi. Patteggiò tre anni e otto mesi in carcere, ed è attualmente un uomo libero, destituito dalla Polizia di Stato.

Nel marzo del 1998 il padre dei fratelli Savi si è ucciso e il suo corpo è stato ritrovato in un’automobile dello stesso tipo e dello stesso colore usato dai suoi figli per uccidere 24 persone. Giuliano Savi, 72 anni, ha lasciato un biglietto con la frase: “Chiedo perdono a Dio, ma non ce la faccio più ad andare avanti”. Poi ha preso una dose massiccia di sonnifero (nell’auto sono state ritrovate sette scatole di Tavor). All’interno sono stati ritrovati anche altri messaggi, scritti sia in corsivo sia in stampatello.

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