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Io la penso così…

Ecco perché quest’anno non festeggio le feste natalizie

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Egregio Direttore,

quest’anno non festeggerò le festività natalizie, e vorrei spiegare brevemente le mie ragioni, che penso siano le ragioni di tante altre persone come me.

Ieri, 26 dicembre, tra l’altro giorno del mio onomastico, com’era  ampiamente previsto dai vari servizi meteo, è stata una bellissima giornata di sole. Davvero una splendida giornata invernale. Presumibilmente l’unica bellissima giornata di questi giorni, perché da domani sembra che il tempo tornerà a peggiorare.

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Ma, essendo in zona rossa, non si poteva uscire di casa, quindi, piuttosto che oziare, l’ho trascorsa a lavorare. Come l’altro ieri del resto, sul calendario giorno di Natale, ho lavorato tutto il giorno e mi sono cucinata velocemente un piatto di pasta alle 14.

In teoria si sarebbe potuto, forse, uscire partendo a piedi da casa, ma di farmi un discreto tratto di asfalto prima di potere essere su un sentiero, anche no, oltre al Föhn che consigliava indubbiamente altre mete più protette rispetto alla Val d’Adige.

E poi, soprattutto, non avevo voglia di discutere con il vigile di turno, tra autocertificazioni, distinzione tra attività motoria e sportiva, ricorsi ed altro, abbiamo già visto questa primavera come si sono comportati e quanti verbali illegittimi hanno fatto (senza nessuna conseguenza disciplinare ovviamente).

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Per carità, non è che non capisca la situazione difficile, ma non è che andare a camminare da sola in montagna o nella natura aumenti il rischio di contagio. E prendere l’auto per raggiungere l’inizio del sentiero diminuisce senza dubbio il rischio di contatti, perché alla fine si arriva già in zone naturalmente isolate.

Se avessi potuto, sarei andata nella zona del Sarca e dell’Alto Garda, meno fredda e con pochissima gente sui sentieri. Non in riva al lago ovviamente. Invece nulla, ho potuto solo guardare il sole dalla finestra.

Però invece sarei potuta andare a trovare qualcuno, anche nella zona del Sarca e dell’Alto Garda, dove avrei voluto camminare, e magari fermarmi pure a pranzo (e non si può mangiare con la mascherina…), questo andava benissimo, per il contagio non c’erano problemi. Camminare da sola, o andare a fare foto in solitaria in zone poco frequentate, guai.

O forse una soluzione ci sarebbe stata, fingere di andare a trovare qualcuno, tanto con solo l’indirizzo senza il nominativo di chi si va a trovare (che non va indicato per la privacy) di fatto non potevano poi controllare. Ma sinceramente io queste cose non le faccio. Se si può esco, altrimenti no.

Penso anche a tante persone che in questi giorni sarebbero andate volentieri a camminare nella natura, magari con il proprio nucleo familiare, ed invece andranno a questo punto inevitabilmente da amici e parenti pur di non restare a casa. Tra l’altro in pieno periodo di vacanze scolastiche e quindi con i bambini a casa.

Quindi, il lockdown di questi giorni era stato “pensato” per ridurre i contatti, poi si vieta tutto tranne i contatti, alla fine quello che rimane proibito è tutto ciò che non implica contatti. Una bella coerenza, non c’è che dire. Per carità, non è una situazione facile, ma sinceramente mi sembra di vivere in un manicomio.

Forse il vaccino di cui abbiamo più bisogno sarebbe un vaccino contro la schizofrenia, anche poche dosi da distribuire prioritariamente a chi ha il compito, a Roma, di gestire la cosa pubblica e che, in questo difficile momento, non può e non deve permettersi il lusso di “sparare” a caso. Peccato davvero che non esista.

Provocazioni a parte, sono dieci mesi che ho non solo limitato, ma completamente azzerato la mia vita sociale. Gli unici spostamenti sono il tragitto casa-ufficio, per andare a camminare in montagna (quando si può), per la spesa alimentare, con FFP2 e visiera protettiva in plexiglas in aggiunta.

Mai più entrata in un bar, in un ristorante, in un negozio che non sia di prima necessità (acquisto tutto on-line), neanche un giorno di ferie nonostante la mia tiroide richieda un periodo di mare tutti gli anni, nessun incontro con le mie amiche (neppure questa estate, perché mi era già chiaro che la situazione era ancora lontana da essere risolta), visite mediche ed esami di controllo rimandati, forse in questo caso per un eccesso di prudenza da parte mia.

Non mi sembra di pretendere molto, posso anche fare a meno di vedermi con altre persone, ma almeno vorrei vivere, anche da sola, la mia libertà, lavorare ed andarmene a camminare in solitaria. È pretendere molto? Invece si passa dal tutto aperto senza controlli e senza sanzioni, mascherine queste sconosciute, al tutto chiuso con posti di blocco e droni. Mai una via di mezzo.

Deroghe indeterminate ed indeterminabili, cos’è la situazione di “necessità”, quali esigenze lavorative siano “comprovate” e quali no, nulla. Tutto lasciato alla discrezione del poliziotto di turno. Mai una possibilità di richiedere una deroga per un caso non previsto che tuttavia è importante e motivato, non è neppure contemplata questa possibilità.
Una cosa è limitare i contatti sociali, usare mascherine e distanze, altra cosa sono gli arresti domiciliari di fatto. Lascino a casa chi non rispetta le regole, non indiscriminatamente tutti.

Ecco perché quest’anno non festeggio nulla. Nessun albero, nessun presepe, niente regali, niente Messa, a queste condizioni per me non è Natale. Senza libertà non ho proprio nulla da festeggiare. Anzi, anche il termine festa mi fa ormai venire la nausea.

A questo punto  aggiungo allora una provocazione, meglio eliminarle tutte le c.d. “feste”, dal 1 gennaio al 31 dicembre, e lasciare solo la domenica, alla fine le feste sono diventate un pretesto per togliere indiscriminatamente la libertà, come era peraltro già successo questa primavera con il ponte del 25 aprile-1 maggio, altrimenti alcune limitazioni sarebbero forse già cadute dopo Pasqua.

Quando avevo 8 anni, Natale l’ho passato in ospedale per un incidente di bicicletta e ne conservo tuttora un bel ricordo. Era venuto a trovarmi anche il mio professore di violino di allora e mi aveva regalato un bellissimo libro di storia, che ho usato tantissimo negli anni successivi a scuola. Quattro anni fa, ero uscita da poco dall’ospedale (tanto per cambiare…), riuscivo solo a trascinarmi dal letto al bagno, ma ero serena.

Cercavo di vedere la luce in fondo al tunnel, potevo iniziare a fare piccoli o  grandi progetti, in breve ero viva. Ora di luce in fondo al tunnel non se ne vede proprio, e non tanto per il virus in se’ (che comunque è già di per se’ un bel problema), ma per i provvedimenti presi, alivello centrale, da politici che, invece che avere il polso della situazione e decidere con razionalità valutando i costi ed i benefici di quello che si dovrebbe fare, si fanno prendere dall’isteria più totale. Politici che oggi dicono una cosa e domani l’esatto contrario, insieme ai loro “esperti” che però, mi pare di capire, esperienza concreta a gestire pandemie non ne abbiano mai avuta.

Per questo mi sembra a tutti gli effetti un Natale ateo, e forse non si poteva pretendere diversamente essendo governati da degli atei comunisti, senza valori e senza sensibilità.
In poche parole l’uomo che non accetta i suoi limiti e piuttosto che farsi un esame di coscienza per tutto quello che ha fatto a questo povero Universo (come i visoni tenuti ammassati nelle gabbie senza neanche potere toccare il terreno… significa proprio non avere capito nulla… la peggiore bestia è come sempre l’uomo), pretende di potere controllare un evento catastrofico come una pandemia.

Io dico che poteva andare molto peggio, in questo 2020 la mortalità da COVID-19 credo si sia assestata sullo 0,1% della popolazione. Non lo stesso si può dire, invece, delle conseguenze economiche, delle persone che hanno perso il lavoro, e di quelle che, scadute le moratorie sui mutui, rischieranno di perdere anche la casa.

Il vaiolo aveva una mortalità media del 15-20% con punte anche del 35% dove c’erano focolai. E che morte atroce. E c’è voluto più di un secolo e mezzo dai primi vaccini (dai tempi di Edward Jenner prima e di Louis Pasteur poi agli anni ’70 del secolo scorso) ad eradicare completamente la malattia. Un vaccino tra l’altro molto pesante, risultato aihmé mortale, soprattutto nei primi tempi, per diverse persone (per carità, non sono no-vax, però è per dire che quando si parla di vaccini è comunque una questione seria, da valutare di volta in volta in base al rapporto costi-benefici, adesso per la cronaca i vaccini per il COVID-19 sono autorizzati solo per uso in emergenza, non abbiamo ancora una formulazione definitiva, per cui con questo virus dovremo presumibilmente convivevere ancora a lungo).

Che dire, sono basita da tanta superficialità e da tanta presunzione, l’unica certezza è che si sta distruggendo ogni giorno di più tutto il tessuto economico e sociale costruito faticosamente finora.

Non so se sia vita, questa. Per me non lo è. Per dirla con le parole di DJ Fabo, la vita la misuro in termini di qualità e non di quantità. Non può essere vita stare chiusi in casa. Come non è vita isolare per mesi chi è nelle RSA, magari malato terminale. Oppure intubare persone che presumibilmente si sa che non ce la faranno, o comunque senza spiegare cosa implica effettivamente una riabilitazione post-rianimazione. Prudenza questa sì, certamente, ma senza creare rimedi peggiori del male.

In poche parole, quello che manca di più, a cominciare da chi ci governa da Roma, è l’umanità. Quando finirà la moratoria sui mutui e terminera’ la CIG, sarà troppo tardi per potere fare qualcosa. Rinchiudere le persone sane, che lavorano e portano avanti l’economia, insomma finanziano lo stato sociale inclusa la sanità, pensando di proteggere in questo modo le persone fragili, mi sembra, sinceramente, pur detto con il dovuto rispetto, assurdo ed irresponsabile.

Sono le persone fragili, per età e/o patologie, che devono proteggersi. E sono le prime che spesso non usano una FFP2, e tante volte non pretendono neppure la mascherina da chi incontrano, nipoti e parenti non conviventi in primis. A queste condizioni è normale che gli ospedali si riempano. Come è normale che con una pandemia in corso ci siano molti malati, per questo in passato anziché aggiungere alla catastrofe sanitaria anche quella economica si provvedeva creando ospedali da campo.

Ma invece no, l’uomo ancora una volta vuole controllare tutto, anche ciò che non è controllabile. Spero solo che un giorno i responsabili di tutto questo debbano poi rendere conto della loro coscienza, e quel giorno non vorrei essere al loro posto. Non vedo l’ora che arrivi il 7 gennaio, per avere (forse, chissà) un poco più di libertà.
Vivere è potere fare progetti e realizzare, passo dopo passo, quello che siamo chiamati ad essere in questo mondo che, per quanto imperfetto, avrebbe ancora molto da darci.
Vivere è anche accettare dei rischi, se vogliamo essere persone veramente adulte. Vivere è anche potere creare dei legami invece che relegare milioni di persone nella solitudine con l’ipocrisia di salvarle. Vivere è vivere, con la consapevolezza che nessuno è immortale e su questa Terra siamo tutti appesi ad un filo, la morte fa parte della Vita, io, da credente, sono sicura in un aldilà migliore.

Comunque, se qualcuno ha qualcosa da festeggiare, nonostante queste limitazioni e la mancanza di democrazia, Buone Feste, di cuore. Io quest’anno “passo”. Speriamo che arrivino tempi migliori e che questi signori che ci governano da Roma, purtroppo spesso con molta, troppa, improvvisazione, vadano prima o poi a casa. Cordiali saluti e buona giornata (e buone feste per chi festeggia),

Stéphanie Cortelli

Potete inviare le email al direttore da inserire nella rubrica «io la penso così» scrivendo a: redazione@lavocedeltrentino.it

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