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Trento

Il grido di Natale. Gli auguri dell’editore Roberto Conci

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C’era una volta Dickens e il suo Canto di Natale. Per i pochi che non lo hanno letto è una parabola di riscatto morale, che avviene appunto a Natale. Cosa ci può insegnare questo racconto in quello che molti definiscono uno dei peggiori Natali (da eventi indipendenti dall’uomo) assieme alla peste del ‘500 e la Spagnola?

Potremmo parlare della disperazione odierna, anche se non è paragonabile alla metà dell’800, ma uno sguardo introspettivo in noi corre d’obbligo. Siamo di fronte ad una piccola Apocalisse, contenuta dalla scienza e dalle misure governative ma pur sempre un’Apocalisse.

Perché Apocalisse significa anche per un nonno non abbracciare un nipote come per un adolescente non abbracciare una ragazza della quale è infatuato. Il problema è come affrontarla questa piccola Apocalisse, che gioca d’azzardo con noi ed i nostri affetti. Ed ecco perché parlo di introspezione.

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Se ognuno di noi si guardasse dentro e comprendesse che ogni acredine, ogni livore, ogni antipatia, ogni importanza data al tornaconto personale a scapito degli altri, ogni mancanza di umanità (che può avvenire anche tra parenti stretti), ogni integralismo (anche religioso) ogni intolleranza, ogni cattiveria fine a se stessa ovvero per il gusto di farla, ognuna di queste cose è una briciola inutile di fronte allo tsunami ineluttabile del destino, che sembra giocare con le nostre vite alla roulette, forse affronteremo meglio questo Natale con meno panettoni e più riflessioni.

E guardo con interesse alle riflessioni degli altri, dagli amici agli intellettuali. Una su tutte quella dello scrittore Vittorio Messori, che da credente ritiene probabile che dopo la vita ci sia la riunificazione con le persone che amiamo, dalla madre ai figli agli amori. Indipendentemente dalle convinzioni è un pensiero che mi fa tenerezza, e mette quiete alle paure date dal momento, che ogni giorno condivido con tutti.

Come editore dovrei essere contento per i successi ottenuti quest’anno dalla Voce del Trentino e dalle altre testate che fanno capo all’azienda di famiglia, ma come uomo tra gli uomini avrei preferito meno visibilità e più serenità per tutti, credetemi.

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Vi potrei parlare di politica, locale e nazionale, di cronaca, dei problemi attuali da ogni punto di vista, ma la mente va sempre e giustamente in una direzione. La pandemia. Personalmente sono ottimista. Se in altri anni erano richiesti anni per l’efficacia di un vaccino ora ci sono voluti pochi mesi, segno che la scienza va di pari passo con il progresso evolutivo, e se andiamo a guardare i risultati dal Bosone di Dio in poi c’è quasi da pensare al miracolo, che per ogni uomo di fede o di ragione male non fa.

Siamo stati, come quotidiano, tra quelli che non hanno mai data per scontata la fine della pandemia dopo un’estate abbastanza tranquilla, questo perché l’illusione a volte fa peggio del pessimismo. Ma pessimisti ora non lo siamo più. Ci sarà un nuovo anno e ci sarà una rinascita e come recentemente ha detto il nostro governatore Maurizio Fugatti «ora in fondo al tunnel si vede la luce». Su questo ne siamo sicuri al di là di ogni ragionevole dubbio. Ce lo dice la storia, e anche la scienza. Ma non facciamoci prendere dall’ansia e manteniamo tutti la calma e soprattutto le regole. 

Con questo messaggio di speranza vorrei farvi gli auguri più sinceri, cari lettori, ma vorrei estendere gli auguri migliori soprattutto a chi non se lo aspetta. Auguri quindi a tutti gli altri quotidiani concorrenti, indipendentemente dalle visioni e posizioni politico-sociali. Fate come noi un servizio importante, faticoso e molto difficile che merita ogni rispetto, anche da parte nostra.

Auguri a chi non la pensa come noi, e anche a chi la pensa come noi. Fate parte di una Polis, che lo vogliate o no siete cittadini e, evangelicamente parlando, fratelli.

E mi scuso se ogni tanto è capitato che dalle colonne di questo giornale qualcuno di noi abbia maltrattato il malcapitato di turno, ma mi rifaccio al pensiero di cui sopra.

Auguri anche a coloro a cui non è stato permesso di dare l’ultimo saluto ai loro familiari o di essere al loro fianco nel momento della morte. Per loro l’elaborazione del lutto diventa più lunga e faticosa. Un terribile fardello da imporre in un mondo  dove il diritto ai sacramenti e i diritti alla libertà religiosa sono diritti umani riconosciuti.

Sta scomparendo la generazione che ha costruito l’Italia, quella che ha contribuito al nostro benessere, alla libertà e alla democrazia. Per questo morire da soli mette ancora più tristezza a quelli che rimangono.

Buone Feste, e stavolta lo dico con un filo di commozione. Ma i tempi saranno migliori. Forse i migliori di tutti.

Roberto Conci

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