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Italia ed estero

Elezioni americane: si moltiplicano le accuse di brogli, per Biden in arrivo grossi guai

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All’indomani delle elezioni americane, quando i giornali italiani e la gran parte di quelli americani davano tutto per concluso, scrivevo su questo giornale che “in America le cose andranno per le lunghe. E’ difficile prevedere cosa succederà, perché l’accusa di brogli elettorali non è affatto infondata e innescherà innumerevoli contenziosi”.

Effettivamente tutto sta andando come previsto, per vari motivi: si moltiplicano le accuse di brogli, con centinaia di testimonianze giurate; vengono fuori sempre nuove rivelazioni, volutamente nascoste dai media prima delle elezioni, sui probabili loschi traffici del figlio del candidato democratico, Hunter Biden; sono state pubblicate le conversazioni private del capo della CNN che rivelano l’intenzione del noto network di fornire un’informazione sempre faziosa e schierata pro Dem; si scopre ogni giorno di più il tentativo cinese di influenzare economia ed elezioni Usa anche attraverso spie; non piacciono a molti, neppure democratici, alcune nomine di Biden che fanno temere un ritorno degli Usa all’interventismo bellico pre Trump.

Ma soprattutto c’è in ballo un massiccio ricorso di ben 18 Stati americani presso la Corte Suprema: se accolto, potrebbe portare a grossissimi guai per Biden

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Vediamo ora perché l’America è oggi dilaniata da una divisione inaudita, e perché moltissimi cittadini si sentono ancora una volta traditi dai media più forti e influenti.

Le elezioni americane di quest’anno rimarranno nella storia per la loro incredibile opacità. Vedremo quanto ciò potrà pesare sulla credibilità degli Usa nel mondo: si potrà ancora parlare di “esportazione della democrazia”, da parte di un paese che appare così poco democratico? Forse sì, perché se la prima potenza al mondo vuole fare una guerra, può inventarsi qualsiasi giustificazione, come ha fatto per 30 anni, ma saranno sempre meno quelli che ci credono. Anche se i giornali scenderanno ancora una volta in campo, come nel passato, fantasticando di armi chimiche, antrace ecc…

Partiamo da una breve analisi del comportamento dei media. The media is the virus: questa scritta campeggiava in questi giorni su molti cartelli sventolati da elettori di Trump. E’ vero?

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Sembra impossibile smentirlo. Vediamo perché. Anzitutto la prima anomalia: è possibile che in un paese elettoralmente diviso a metà, quasi il 100 per cento dei giornali e delle tv stia dalla stessa parte?

Che quasi tutta l’informazione americana sia politicamente schierata è così evidente che già nel 2016 Giovanna Botteri si chiese, dopo l’elezione di Trump, come fosse possibile che il popolo avesse scelto lui, nonostante il fuoco di fila compatto dei media.

Ma cosa ha fatto l’informazione più tifosa e parziale della storia?

Anzitutto ha predicato per mesi, prima del 3 novembre, che Biden aveva già vinto: sondaggi su sondaggi per sostenere che aveva almeno 10 punti percentuali più di Trump. “Ma avete sbagliato alla grande nel 2016, dando per certa la vittoria della Clinton, non è che errate ancora?”, diceva qualcuno. Risposta: “Sì, ma abbiamo aggiustato i calcoli, siamo stati più prudenti che mai! Questa volta siamo certi!”.

Risultato? I dieci punti non esistono neppure lontanamente, anche ipotizzando che tutto sia stato regolare. Allora dobbiamo dire che i media sono incapaci, ma ciononostante onesti?

“Vero, non abbiamo il polso del paese, non abbiamo mai capito nulla di quello che stava succedendo, ma la stupidità non è una colpa, è inconsapevole, senza dolo”.

Difficile credere a tanta incapacità. C’è troppa corrispondenza tra il prima e il dopo. Mattina del 4 novembre, i dati indicano un notevole vantaggio di Trump, e i media continuano a ripetere che le cose cambieranno. Da incapaci a profeti?

Evidentemente no: si è già deciso chi deve vincere, ed infatti CNN, AP ecc. si affrettano ad assegnare la vittoria a Biden molto prima che essa sia acclarata. Danno proiezioni sicure anche laddove la partita si gioca sul filo del rasoio. Hanno evidentemente una fretta terribile che la loro profezia si avveri, almeno mediaticamente. Devono ri-annunciare ciò che hanno già annunciato per mesi, anche se è già chiaro che Trump è andato fortissimo (prenderà 10 milioni in più del 2016). Lo scenario è ancora confuso? No, no, tutto chiaro: vincerà Biden!

Intanto il fronte di Trump apre l’offensiva legale: nulla di nuovo, era già successo nel 2000 a parti invertite, con i democratici di Gore contro Bush. Ma sembra che in questo caso gli accertamenti della magistratura non abbiano nessun significato: i media si ritengono i certificatori del risultato e Facebook si affretta a sottoscrivere, sotto ogni post “trumpiano” o solo dubbioso, che Biden ha vinto e che “gli Usa hanno leggi, procedure e istituzioni che garantiscono l’integrità delle elezioni” e che “il voto per corrispondenza è storicamente affidabile negli Stati Uniti”.

Un privato, schierato con Biden, in una piazza pubblica dove non dovrebbe esistere censura né partigianeria, garantisce dell’affidabilità delle elezioni appena avvenute: dovrebbe andare così? Trump sta violando le leggi e le procedure citate? No, il ricorso ai tribunali è legittimo, e allora perché il signor Facebook deve correre a certificare ciò che non è suo compito certificare? Ci sono i tribunali e le Corte Suprema: come mai questa ansia nei media pro Biden di dichiarare chiuso tutto prima del termine ultimo previsto per legge?

Il sospetto non può che sorgere, del tutto legittimo. Tanto più che il voto postale è sempre stato oggetto di critiche, anche quando era usato in proporzioni molto meno massicce; tanto più che nel 2018 fu la candidata democratica della Georgia, Staacey Abrams, ad accusare il suo avversario di brogli, contestando tra l’altro il voto elettronico, perché, come noto, alterabile…

Tanto più che qualcuno si chiede come mai Biden sia stato il presidente più votato (per posta) della storia, ben più di Obama, nonostante abbia fatto così tanta fatica a vincere le primarie del partito democratico, ed abbia sempre avuto così tanto successo con i media, ma così poco con le persone.

Guardiamo ai suoi comizi: sempre piuttosto deserti, a differenza di quelli del rivale. In un articolo di Repubblica del 30 ottobre 2020 si racconta dei meeting quasi contemporanei di Trump e Biden in Florida. Si dice che i sondaggi in quello stato danno i due avversari alla pari, con leggero vantaggio di Biden. Vincerà Trump. Si mostrano foto dei comizi: folla enorme per Trump, quattro gatti per Biden. Ma gli elettori di Biden, spiega il giornale, sono più bravi, stanno in macchina, con la mascherina, sono pochi pochi perché prudenti.

Sarà pur vero, ma come mia tanta prudenza nei fans di Biden anche quando il coronavirus non c’era? Biden ha sempre avuto pochissimo seguito, alle primarie democratiche di 33 anni fa come a quelle del 2020, dove ha vinto solo perché altri candidati si sono ritirati per non farlo perdere contro Sanders.

Biden è diventato un beniamino del popolo negli ultimi mesi?

Prendiamo ancora Facebook: Trump ha quasi 35 milioni di persone che lo seguono; Biden 6 milioni e seicentomila. Una differenza abissale. Prendiamo Twitter, che censura Trump, ma non ha mai fatto lo stesso con un candidato democratico: Trump 88,8M follewer, Biden 20M follower. Non c’è partita neppure qui.

Quanto a seguito popolare, dunque, Trump stravince nelle piazze e sui social; perde invece di gran lunga sui media ufficiali e quanto a finanziamenti ricevuti (la gran parte dei miliardari americani, compresi Bezos e Gates, sono contro di lui).

Ma in democrazia dovrebbero prevalere i soldi e il “quarto potere” (che con i soldi ha più di un legame), o il popolo?

Senza ora soffermarci su mille altre perplessità, vediamo qualche ultima considerazione.

I media ripetono che Biden è il presidente eletto, pur essendo ancora da definire molti passaggi. E urlano contro Trump che non concede.

Perché non ricordano – pasticcioni nei sondaggi, faziosi ed anche smemorati!- alcune cosette, che sarà bene rammentare, seppur brevemente, in ordine cronologico: che i democratici nel 2016 hanno risposto alla sconfitta con manifestazioni violente di piazza, accusando i russi di aver truccato le elezioni e cercando in tutti i modi di delegittimare il presidente eletto per 4 anni, provando anche l’impeachment; che Hillary Clinton, accusata all’interno del suo partito di aver truccato le primarie del 2016, il 20 agosto invitò ufficialmente Biden a non riconoscere un’eventuale vittoria di Trump, contando proprio sull’inaffidabilità del voto postale (https://www.ansa.it/usa_2020/notizie/2020/08/25/hillary-clinton-biden-non-conceda-la-vittoria-a-trump_82e660c6-2af6-4878-a2ad-12f2982dbc41.html); che la speaker democratica della Camera, Nancy Pelosi, 3 giorni prima delle elezioni, ha affermato categoricamente che “Biden sarà presidente qualsiasi sia il risultato finale” (https://www.ilgiornale.it/news/mondo/e-bufera-lambigua-frase-pelosi-biden-vincer-qualsiasi-sia-1900144.html).

Non è che si è investito così tanto nel voto postale, pur conoscendone i limiti e l’inaffidabilità, proprio per potersene servire a proprio vantaggio? Chiederselo non è da complottisti, non farlo proprio è da creduloni.

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