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Trento

Apertura piste da sci: appesi alla decisione dell’Europa, a rischio 120 mila posti di lavoro

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È ancora scontro fra le regioni e lo Stato sull’apertura delle piste di sci. Ieri il premier Conte ha confermato che gli impianti a fune non riapriranno prima di Natale anche se l’ultima decisione spetterà all’Europa. Se così fosse parliamo di una filiera che dà lavoro a 120 mila lavoratori stagionali che resterebbero a casa senza alcun tipo di tutela. Sarebbe una vera ecatombe economica per le famiglie che rimarrebbero sul lastrico.

La stagione turistica invernale è stata anche il tema principale della tradizionale conferenza stampa di ieri dove il presidente Maurizio Fugatti ha illustrato la posizione del Governo italiano e il suo no all’apertura delle piste da sci.

Le Regioni interessate, che hanno elaborato un apposito protocollo, ritengono invece si possa aprire qualora la situazione sanitaria lo permetta. “In Trentino, al netto dei decessi, il livello dei contagi nelle ultime due settimane si è stabilizzato. – ha detto Fugatti – Se questa situazione proseguisse, la riapertura crediamo sarebbe possibile. Noi dobbiamo lavorare per favorirla. Il premier Conte ci ha ricordato però che il tema è europeo. Quindi, dovremo vedere anche cosa dirà l’Europa. Qualora la decisione fosse di non aprire, in ogni caso, sarà necessario prevedere i ristori conseguenti”.

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“In Trentino il turismo vale il 20% del pil – ha detto ancora Fugatti. – Quindi una eventuale chiusura degli impianti ha ricadute molto ampie, anche su tutto l’indotto che dipende dall’attività sciistica. Se il Governo decide per la chiusura, gli aiuti del Governo non dovranno riguardare solo gli impiantisti e i maestri di sci, ma tutto il complesso di attività economiche che ruota attorno al turismo invernale”.

Sull’argomento ieri è intervenuta anche Valeria Ghezzi, Presidente di Anef (Associazione Nazionale Esercenti Funiviari) che in un’intervista a Spray News ha dichiarato.«Non capiamo la scelta di riaprire negozi, bar e ristoranti a dicembre mentre resteranno chiusi gli impianti sciistici. Parliamo di una filiera che dà lavoro a 120mila lavoratori stagionali che resterebbero a casa senza alcun tipo di tutela. Sciocco associare le piste alle sale da ballo: la pista da ballo è al chiuso, presuppone una massa di persone, difficilmente contingentabile e non regolabile a distanza.

Nello sci la distanza è intrinseca, il distanziamento sociale fisiologico. Il sistema invernale delle baite e dei rifugi può provocare una movida della montagna, ma questa eventualità è stata già chiarita e preventivamente scongiurata anche dagli altri Paesi europei. Gli unici problemi possono essere le code davanti agli impianti di risalita e la percentuale delle persone ammesse a bordo su una funivia, ma sarebbero sufficienti le regole, le percentuali e i numeri, già concordati e messi nero su bianco su un protocollo a cui saremmo pronti ad attenerci come a un vangelo.

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La stagione si chiuderà in perdita anche se dovesse arrivare un via libera condizionato al rispetto delle regole. C’è però una comunità da salvaguardare e in caso di chiusura si dovrebbe pensare a quelle centoventimila famiglie che rischiano di rimanere senza un reddito da lavoro e di non ottenere sovvenzioni o ristori. Abbiamo subito prima il danno e ora la beffa. Chiediamo di essere ascoltati». 

 

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