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Alle mostre con Chiara: John Pepper a Todi, Manolo Valdes e Tutankhamon a Roma

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Chiara Cavalieri, (foto) bella donna, colta e madre di grandi qualità, oltre alla sensibilità interculturale specifica verso la complessità mediterranea dei monoteismi, ha acquisito dal suo percorso di vita non ovvio quanto serve a spiegare temi complessi a lettori non specialisti, potendo regalare così delle esperienze di fruizione profonde anche a chi non conosce la materia.

La intervistiamo sulla visita a tre eventi recenti dell’area centro italiana, dove vive e opera.

“Cara Chiara, bene iniziamo. Raccontaci della prima mostra, “Inhabitated Deserts. Di più di una mostra di fotografia, vero?”

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“Sì, Sergio. È stata inaugurata nella splendida cornice di Todi la mostra fotografica “Inhabitated Deserts”. L’evento, curato da Gianluca Marziani che si è avvalso dell’ausilio di Kirill Petrin, è stato organizzato con il contributo della Fondazione ‘Cultura e Arte’ in collaborazione con l’Ambasciata degli Stati Uniti di America in Italia. Sono state esposte una serie di immagini in bianco e nero, scatti realizzati dall’artista John R. Pepper, nelle quali il protagonista è il deserto. Il deserto, luogo all’apparenza ostile che racchiude nei suoi silenzi, nelle vaste distese e nell’indifferenza della natura, gli obiettivi comuni che possono (e, a volte, riescono) a favorire l’unione delle anime e degli uomini.

Unioni che vanno oltre le etnie, le religioni e la cultura di ognuno… Questa sintesi perfetta la ritroviamo nel rapporto profondo che si instaurò tra Mehrdad Ghazvinian e Sheikh Ahmed Mohammed Al-Jebal. Il primo riconosciuto universalmente come uno dei più importanti esploratori e archeologi dei deserti di tutto il mondo, colui che, tra l’altro, convinse Moshe Dayan a restituire all’Egitto i reperti trovati dopo l’occupazione del Sinai del 1967. Il secondo, sceicco della tribù Jabaleya, del Sud Sinai, oltre ad essere il responsabile della sicurezza del monastero di S. Caterina, ha permesso alle donne di lavorare, ha abolito i matrimoni con le bambine e, cosa ancora più importante, ha vietato le infibulazioni, mutilazioni genitali femminili. Era presente all’inaugurazione anche Max Calderan, l’esploratore desertico estremo sul quale RAI Sport ha realizzato il cortometraggio ‘Son of the Desert’ dove si racconta la sua storia di primo uomo a correre a piedi il Rub’ Al-khali  Desert, e Giancarlo Esposito, attore cult con quattro nomination agli Emmy Award, che ha interpretato diversi film e numerose serie televisive di successo.

Che per l’occasione ha realizzato un meraviglioso disegno con una colomba che, in segno di pace, attraversa il deserto. Tutto questo alla presenza di Emmanuele Emanuele, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro Internazionale e della Fondazione Cultura e Arte, personaggio noto che si distingue per la sua sensibilità per l’arte e per i temi sociali, mecenate dedito a finanziare progetti che uniscono gli uomini andando oltre le diversità di ognuno.”

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“Ottimo, Chiara. Hai ben descritto quanto può servire ai nostri lettori per incuriosirsi con questa originale esposizione di Todi. Ma di un altro evento importantissimo e suggestivo sei stata testimone recentemente, prima che il lockdown impedisse ogni fruizione diretta, come per Todi-Pepper peraltro, a Roma, Palazzo Cipolla, in via del Corso…”

“Infatti, Sergio! Dopo venticinque anni è infatti tornato a Roma, con una mostra personale, l’artista spagnolo Manolo Valdes, con “Le Forme del Tempo”. Il primo messaggio di questa importante esposizione è a mio avviso quando, in un luogo della mostra, sapere e la cultura vengono raffigurati nella forma irregolare di una biblioteca con una metafora in legno, segno della continua ricerca dove l’uomo non può peccare di hybris ritenendosi colto.

Quasi il monito di Socrate nel suo ‘So di non sapere’. La mostra è stata fortemente voluta dal Prof. Avv. Francesco Maria Emanuele Emmanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, realizzata da Poema e curata da Gabriele Simongini, in collaborazione con la Galleria Contini di Venezia e con il supporto organizzativo di Comediarting e Arthemisia. ‘L’arte e la cultura, specie in questo drammatico momento storico afflitto dall’emergenza sanitaria e dalla conseguente grave crisi economica e sociale che ci ha colpiti, sono uno strumento per alleviare la penosa condizione esistenziale in cui ci troviamo’.

Queste sono state le parole di Emmanuele, che ha affermato anche di sentire vicino Manolo Valdes per l’attitudine ad attingere al repertorio artistico del passato per reinterpretarlo in chiave contemporanea. Come se l’arte fosse un dialogo ininterrotto tra i grandi di ieri e di oggi e non circoscrivibile in compartimenti stagni. Gli artisti cui si ispira o che addirittura cita Valdes sono tra gli altri Velasquez, Rubens, Matisse, Zurbaràn, El Greco, Ribera, Picasso e anche Raffaello, solo per citare i più grandi e famosi. Influssi nelle opere anche dall’Africa (come la scultura in bronzo della maschera africana) e dall’India, i Buddha di Gandhara, caratterizzati dagli influssi ellenistici dovuti alla campagna indiana di Alessandro Magno. I materiali utilizzati sono i più disparati, dal cartone all’acciaio, dal legno all’alluminio, dal bronzo alla juta.

Particolare decisamente curioso è che l’artista, non soddisfatto dai colori che si possono trovare in commercio, realizza in proprio, con l’ausilio di una macchina impastatrice, pitture densissime che sono in qualche modo la sua firma di genuinità. L’itinerario della mostra si apre con l’esposizione dei caballeros, per finire nella grande sala con “Un esercito amichevole di meninas”, opere decisamente più monumentali. Numerose sono poi le figure di donna: l’artista ne ha una concezione sacrale, quasi una Grande Madre che, ferma restando la venerabilità, esprime sensualità e potere primigenio, in perfetta fusione”.

“Ho capito che ti sei giustamente riconosciuta in quest’immagine di donna e madre, Chiara… Ma passiamo a qualcosa che ha a che fare con la tua ricerca intellettuale e culturale, riguardo al Mediterraneo, area di mediazione tra culture e civiltà, e all’Egitto…”

“Tu sai, Sergio, che io non posso concepire la civiltà italiana senza accedere alle suggestioni mediterranee, dove l’Egitto, attuale e antichissimo, gioca un ruolo principale. Nel quadro di una mostra all’Accademia d’Egitto a Roma, il 4 novembre si è celebrata la ricorrenza della scoperta della maschera del volto del faraone Tutankhamon: ciò è avvenuto 98 anni fa, appunto il 4 novembre del 1922, nella tomba del faraone, grazie all’archeologo inglese Howard Carter e al suo finanziatore Lord Carnavon.

Da allora il faraone Tutankhamon è diventato una figura leggendaria e attuale al tempo stesso: la sua tomba venne ritrovata quasi intatta, la più ricca tra le tombe scoperte… La maschera formata da lamine d’ oro battuto, pietre dure e vetri policromi, ricopriva la testa e le spalle della mummia regale. Sulla fronte appare l’Avvoltoio, simbolo dell’Alto Egitto (Nekhbet) e la dea Cobra, simbolo del Basso Egitto (Wadjet). La rinascita dopo la morte è rappresentata dall’immagine evocativa della testa che spunta dal fiore di loto: infatti, il dio Sole apparve all’origine del mondo sul fiore di loto, sbocciato sulle acque dell’abisso primordiale. I tratti del volto di Tutankhamon mettono in evidenza i legami con la famiglia reale di Amarna, che fondò la città di Akhenaton e il culto del sole nell’antico Egitto”.

Ringraziamo Chiara Cavalieri per le sue belle riflessioni che avvicinano i lettori alle bellezze della storia e dell’arte.

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