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Italia ed estero

Il conto riservato del papa, le sterline e quel sovranismo finanziario al quale il Vaticano non vuole rinunciare

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Oggi torniamo ad occuparci del conto riservato intestato a papa Francesco. Ne parliamo con Ettore Gotti Tedeschi, economista e banchiere, presidente dello Ior (Istituto per le opere di religione) dal settembre 2009 al maggio 2012 su mandato di Benedetto XVI.

Attraverso articoli di stampa che stanno ricostruendo le vicende legate ad Angelo Becciu siamo venuti a sapere che esiste un conto riservato che a quanto pare è nella disponibilità di papa Francesco.

Siamo venuti a saperlo perché risulta che da questo conto sia stato prelevato in modo illegittimo parecchio denaro. Mi occupo di Vaticano da anni, ma non avevo mai sentito parlare di conti riservati intestati ai papi.

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Si dirà: se sono riservati, è giusto che non se ne sappia niente. Ed è vero.

Ma siccome questa volta l’esistenza del conto è diventata di dominio pubblico, le chiedo: nella sua attività al servizio della Santa Sede aveva mai avuto notizia di un simile conto?

No, ma ciò non deve sorprendere. Come altri prima e dopo, non ho avuto notizia di tanti fatti. Risponderei comunque parafrasando lo stesso papa Francesco: san Pietro non aveva bisogno di avere un conto in banca.

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E Nostro Signore aveva affidato la cassa a Giuda.  Battute a parte, per prelevare i fondi da un conto, soprattutto se riservato, è necessario avere la firma su questo conto, altrimenti diventa un’operazione illegittima o quantomeno sospetta. Ciò che mi ha incuriosito poi è stata l’entità di questo conto (il prelievo ammonterebbe a una cifra paria a 454 milioni di euro) e soprattutto la valuta: sterline.

I predecessori di Francesco avevano conti riservati?

«La risposta corretta e coerente è: non lo so. Non avevo mai sentito parlare da parte di nessuno di un conto personale e riservato di papa Benedetto. Ma se ne fossi stato a conoscenza, per segreto pontificio, non ne avrei certo parlato, neppure oggi e neppure in una conversazione con lei.»

Mi sembra giusto. Ma torniamo alle sterline. Che cosa le dice il fatto che sia questa la valuta? Perché sterline e non euro o dollari?

«Ecco, questo mi sembra davvero curioso. Ora, sappiamo tutti che il governo britannico ha annunciato la Brexit a marzo del 2017, anche se il parlamento ha poi ratificato il recesso del Regno Unito il 31 gennaio del 2020. Ma già dal 2017 chi aveva investimenti nel Regno Unito e chi deteneva sterline era diventato prudente. Non dimentichiamo che dal marzo 2017 la sterlina ha perso un 10% sull’euro. Mistero».

Circa la provenienza del denaro sul conto riservato del papa, quali ipotesi si possono fare senza voler cadere per forza nel sensazionalismo?

«Nessuna, se continuiamo a essere seri. Volendo scherzare, e chiedendo venia per il rispettoso umorismo, possiamo immaginare che il governatore supremo della Chiesa anglicana, la regina Elisabetta, abbia deciso di sostenere il papa argentino a titolo di risarcimento, diciamo così, per la vicenda delle isole Falkland (Malvinas per gli argentini). Come si ricorderà, nel 1982 la dittatura militare al governo a Buenos Aires inviò una spedizione militare per rivendicare il possesso dell’arcipelago, ma il primo ministro britannico, la signora Margaret Thatcher, mandò a sua volta navi da guerra, sottomarini, aerei e truppe, e gli inglesi in breve tempo riconquistarono le piccole isole. Una sconfitta che contribuì alla fine della dittatura militare in Argentina. Non voglio essere malizioso. Sto solo usando un po’ di humour, appunto, inglese…»

A suo giudizio con il ritorno in Vaticano del cardinale Pell, già prefetto della Segreteria per l’economia, e la contemporanea uscita di scena di Becciu, potranno esserci novità sul fronte della gestione economica?

«Se quello che ho letto sui giornali è vero, e io l’ho inteso bene, direi di sì. Mi risulta che il cardinale Pell, proprio in concomitanza con il forzato ritorno in Australia per difendersi nel processo a suo carico, chiese un’inchiesta a proposito di operazioni sospette. Se ciò risponde al vero, e se Pell non dà seguito a questa iniziativa, significa che è tornato solo perché aveva nostalgia di Roma…»

Lei è economista e banchiere, con una lunga esperienza. A suo giudizio, perché in campo economico e finanziario la Santa Sede e lo Stato della Città del Vaticano, nonostante tutti i tentativi fatti, anche con l’introduzione di nuove normative e nuovi organismi di controllo, non hanno pace? 

«Vede, per avere “pace”, come dice lei, è necessario accettare norme condivise in materia di contrasto al terrorismo internazionale, e pertanto rinunciare a criteri di sovranità in materia finanziaria. Sovranità che implica sottilmente il sovranismo, tanto avversato, peraltro, da papa Francesco in materia politica. Per la Chiesa perdere autonomia e sovranità significa, pur continuando a pretendere riservatezza, cedere in segretezza. Ma la segretezza nel campo finanziario internazionale può scontrarsi con i criteri di trasparenza e diventare insostenibile in materia di antiriciclaggio. In ogni caso mi chiedo: la nostra santa Chiesa che bisogno ha della segretezza? Non avendo certamente nulla da nascondere, e non volendo certo nascondere nulla, la Chiesa attui in toto la legge antiriciclaggio firmata con motu proprio di papa Benedetto XVI il 30 dicembre del 2010 (e poi cambiata a sorpresa nel gennaio 2012).»

Apprezzo l’ironia.  Diciamo che la Chiesa, sotto il pontificato di Francesco, avversa il sovranismo ma continua a pretenderlo per le sue casse. Una sintesi troppo brutale?

«In papa Bergoglio c’è un anti-sovranismo politico, manifestamente riferito a uomini o partiti (come la Lega in Italia) euroscettici e contrari alle scelte immigrazioniste o ambientaliste fatte da questo pontificato. Ricordo un’intervista nella quale il papa bollava il sovranismo come “un atteggiamento di isolamento” e spiegava: “Sono preoccupato perché si sentono discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel 1934. Prima noi. Noi… noi…: sono pensieri che fanno paura. Il sovranismo è chiusura. Un Paese deve essere sovrano, ma non chiuso. La sovranità va difesa, ma vanno protetti e promossi anche i rapporti con gli altri paesi, con la Comunità europea. Il sovranismo è un’esagerazione che finisce male sempre: porta alle guerre”».

In questo modo Bergoglio ha implicitamente indicato i suoi avversari: oltre a Salvini, sono Trump, Putin, Bolsonaro, Orban. Ma sembra dimenticare che i veri, grandi, potenti sovranisti al mondo sono oggi i suoi amici cinesi. Poi in lui c’è un anti-sovranismo morale e sociale (si veda il migrazionismo, l’ambientalismo, l’adesione ai valori illuministici di fraternità ed eguaglianza) che lo porta fino a far proprie le posizioni di organizzazioni sovranazionali certamente non in linea con la dottrina sociale della Chiesa.  E tuttavia resta tenacemente sovranista in materia finanziaria. La coerenza, decisamente, non sta di casa a Santa Marta.

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