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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Amy Barrett: ritorno al femminismo originario? Quando la famiglia non impedisce la carriera

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Si consuma in questi giorni, negli Usa, un grande scontro che molti, forse, non comprendono appieno: quello tra Kamala Harris, potenziale vicepresidente del paese, e il giudice Amy Vivian Coney Barrett, candidata alla Corte suprema.

La prima viene definita, sui media di tutto il mondo, “femminista”, mentre la seconda è dipinta come una donna davvero bizzarra, che con la sua idea di fede, la sua devozione alla famiglia (è sposata ed ha sette figli) e la sua contrarietà all’aborto, rinnega, incredibilmente, tutte le “conquiste” del femminismo.

In verità la questione è più complicata, come dimostrano per esempio queste dichiarazioni di Erika Baciochi, nota esponente di quello che potremmo definire “femminismo cristiano”: “La Barrett racconta che per entrambi i genitori, i bisogni dei figli vengono per primi, le carriere per seconde, eppure prosperano sia i figli che le carriere. Invece di accettare l’assunto che prendersi cura della famiglia è una “scelta” della donna da abbracciare o rifiutare in solitudine, come fa la Roe vs Wade, i Barrett riconoscono che sia le madri sia i padri sono investiti dalle responsabilità verso i figli che dipendono da loro. Questo è il nuovo femminismo”.

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Per comprendere perché la Baciochi affermi anche che la Barrett “incarna un nuovo tipo di femminismo”, bisogna momentaneamente dimenticare cosa è stato il femminismo che ha trionfato a partire dagli anni Settanta del Novecento e riandare a quello originario.

Nell’Inghilterra di fine Ottocento, prima delle suffragette, i movimenti femministi hanno come modelli personaggi devoti e caritatevoli come le infermiere Elizabeth Fry (1780-1845) e Florence Nightingale (1820-1910); come Louise Twining (1820-1912), Angela Georgina Burdett-Coutts (1814-1906) “la più ricca erede d’Inghilterra”, dedita alla costruzione di chiese e case per prostitute, ex detenute ed operaie-, Ellen Raynard (1810-1879), fondatrice delle Bible women (il movimento di donne operaie che a fine Ottocento si recano tra i più poveri con la Bibbia sotto braccio) e Josephine Butler (1828-1906), anglicana devotissima, ammiratrice di santa Caterina da Siena, madre di 4 figli, impegnata nella lotta per il suffragio femminile e accanita avversaria della prostituzione, soprattutto minorile (così attiva e influente da meritare la definizione di “più illustre donna inglese del diciannovesimo secolo”).

Il femminismo materno – Oltre ad una notevole partecipazione alla vita sociale e al desiderio  di partecipare anche alla vita politica, nelle prime rivendicazioni “femministe” si afferma l’idea che «il lavoro e la maternità non potevano e non dovevano cumularsi, almeno nelle prime fasi della maternità».

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In questo femminismo, definito anche «femminismo materno» o «maternalismo femminista», la maternità, esaltata, viene per lo più vista non come «una questione isolata, bensì come la condizione unificante del sesso femminile».

Tra il 1890 e il 1920 circa, la maggior parte delle femministe, di qualsiasi colore politico, ritiene il lavoro domestico e la cura dei figli un compito primariamente femminile, rivendicando però il riconoscimento di maggior dignità al lavoro di madre e di casalinga: le madri che allevano i figli svolgono una funzione sociale importantissima, che deve essere riconosciuta anche economicamente. Il lavoro domestico non è una questione privata, ma pubblica; non è degradante, ma essenziale per la famiglia e la società.

Per la femminista tedesca Kate Schirmacher (1865-1930), «le donne non hanno bisogno, per l’emancipazione, di aggiungere un’altra forma di sfruttamento, cioè quella del lavoro malretribuito», ma che la società conceda il «riconoscimento sociale, politico ed economico del lavoro domestico». Secondo la francese Nelly Roussel (1878-1922), le madri hanno diritto al «giusto salario per il nobile lavoro materno», mentre un’importante femminista norvegese, nel 1918, chiede di rendere «il lavoro femminile più pagato» proprio quello delle madri. Per l’inglese Alys Russell (1867-1951), moglie di Bertrand Russell, i socialisti sbagliano a «considerare le donne più come lavoratrici industriali che come madri» e a «vedere la questione femminile semplicemente come un’appendice della questione del lavoro salariato».

Questa difesa della maternità, che comprende quasi sempre la condanna dell’aborto, appartiene anche alle femministe più laiche e progressiste, come la milanese Ersilia Majno (1859-1933), vicina al partito socialista, fondatrice dell’ Unione Femminile, impegnata nella lotta contro la prostituzione, per la tutela giuridica del lavoro femminile e minorile, e per l’istituzione della guardia ostetrica per le donne incinte: per lei «la maternità è la prima e più forte connotazione dell’identità femminile, per questo va protetta e tutelata; in nome suo, ogni donna, madre reale o potenziale, deve lottare contro lo sfruttamento, l’ingiustizia e la discriminazione. Allo stesso tempo, come quasi tutte le sue compagne di fede, era schierata contro l’aborto… sosteneva che l’aborto facesse parte dello sfruttamento sessuale e del degrado delle donne».

Proprio riguardo all’aborto, che per Kamala Harris è il primo dei diritti e per la Barrett un’evidente sconfitta per ogni donna, pochi ricordano che le pioniere del femminismo in America non lo consideravano affatto come una conquista necessaria all’emancipazione. Elizabeth Cady Stanton si riferiva all’“assassinio di bambini, prima o dopo la nascita” come un “male, sempre”; Elizabeth Blackwell (1821-1910), la prima donna medico degli Stati Uniti, si è sempre schierata contro l’aborto, una “grossolana perversione”; Susan B. Anthony (1820-1906) scriveva che l’aborto era un sistema per deresponsabilizzare gli uomini e la società rispetto a un problema–la gravidanza indesiderata–che veniva quindi a gravare tutto sulle spalle delle donne: “Sarà un peso sulla loro coscienza per tutta la vita: quando invece è tre volte più colpevole lui, che l’ha spinta alla disperazione, che l’ha spinta al crimine!”.

Ma torniamo alla Barrett. Spopola, in rete, una sua foto con tutta la sua famiglia: una foto in cui ci sono un uomo e una donna, alleati e non avversari, non in competizione tra loro, ma in reciproco sostegno.

Per i pro life di tutto il mondo quella foto è più di un manifesto: in essa c’è una vera donna di diritto (il diritto è quello del più debole, mentre oggi si parla sempre di “diritti civili”, ma sono i diritti del più forte); c’è una donna di fede: è evidente la fiducia nella vita, apertura al Mistero che opera, e che si lascia scoprire, a chi lo cerca, anche dietro il velo della malattia (un figlio è down, e non è stato scartato); c’è una donna di carità: l’amore è anzitutto verso il prossimo, colui che ci è vicino. Chi respinge il vicino, il figlio, amerà davvero i lontani? Chi dice di amare i lontani e disprezza il prossimo non è credibile.

Chi si riempie la bocca dei poveri, e poi elogia l’aborto, misconosce il più piccolo e il più povero tra gli uomini, il cucciolo d’uomo. Invece chi ama il prossimo (cosa non sempre facile), si apre anche agli altri (la Barrett ha due figli neri adottati).

Quella foto dice, più di mille parole, che aprirsi agli altri non ci toglie nulla, perché è donando che si riceve; che aprirsi alla nascita, anche quando può generare paura, è rinnovare se stessi, i propri rapporti, è rinascere a vita nuova, tornare bambini, scoprire nuovamente il mondo; che sacrificarsi, donarsi ai figli, non impedisce neppure la carriera, perché quando si ha un senso, quando si vive non solo per se stessi, ma anche per gli altri, solo allora si vive pienamente.

L’articolo è stato pubblicato sul quotidiano la Verità del 16 ottobre 2020 a firma dello stesso autore 

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