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Psicologia dei Diritti

“L’ultimo saluto dal finestrino”: ennesima storia di mala giustizia in ambito minorile – seconda parte

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Questo articolo segue quanto già pubblicato precedentemente dall’autrice, la psicologa e psicoterapeuta Marica Malagutti (è possibile leggere la prima parte della storia qui).

Dopo aver ascoltato questa storia per la prima volta, ho cominciato a documentarmi e ho parlato con la nonna, protagonista insieme a sua figlia e suo nipote di questa incredibile e tragica vicenda. A questo punto non posso che pubblicare le mie osservazioni in modo da contribuire, anche se in piccola parte, al cambiamento di un sistema che non solo non funziona, ma che crea danno alle persone e cosa ancora più grave in giovani vite che poi diventeranno adulti.

In questa storia vi è una giovane mamma che ha difficoltà effettive nel gestire il bambino, per cui la nonna, che, invece è sempre stata disponibile con il sostegno del marito, si è presa cura del piccolo sin dai suoi primi anni, creando un buon attaccamento, senza ostacolare il rapporto tra madre e figlio e neppure imponendosi come madre sostituita, tanto è vero che il bimbo la chiamava nonnina.

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Uno degli aspetti da evidenziare in questa vicenda è che la nonna materna e la madre del bambino all’inizio andavano d’accordo ed erano in sintonia, poi l’assistente sociale viene sostituita e tutto si sgretola: le due donne – madre e figlia – non comunicano più tra loro.

Accade il primo allontanamento del minore con affido etero-familiare proprio in virtù dell’ottimo rapporto fra nonna e nipote, per il quale è stata fornita una motivazione di collusione di interessi fra nonna e madre del bambino. Quest’ultimo, in seguito a due telefonate, avrebbe manifestato crisi di pianto ed enuresi.

Questa scelta del servizio sociale non è stata per nulla giustificabile, infatti l’Avvocato Casale con grande impegno e bravura ha ottenuto prima le video-chiamate e poi le visite protette. Sembrava che andasse tutto bene, ma poi, un colpo di scena: l’ultimo incontro protetto si è colorito di grande affetto e la nonna ha osato semplicemente salutarlo mentre il piccolo si allontanava seduto nel seggiolino posteriore dell’auto e a sua volta ricambiava il saluto con la manina.

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L’emozione era grande, ma poi il vuoto. Dopo qualche giorno alla signora arriva una mail di poche righe in cui si legge che le visite sono state sospese giustificando la scelta, ancora una volta, con il fatto che il bimbo avesse sofferto molto il distaccamento dalla nonna, con crisi di pianto ed enuresi notturna.

Ci si chiede, tuttavia, se la soluzione ad una simile, intensa sofferenza verso il distacco da un proprio affetto, possa essere risolta con la costrizione imposta al minore, di rompere quei legami per lui così fondamentali. Il trauma dell’abbandono senza alcuna spiegazione valida non potrà essere elaborato innescando sentimenti di rabbia, paura e di insicurezza che inevitabilmente si protrarranno nel tempo.

E’ noto, infatti, che per non creare danni emotivi che potranno condizionare lo sviluppo della personalità del bambino, l’allontanamento del minore dal proprio nucleo familiare è giustificato solo in caso di conclamata e provata violenza fisica e/o psicologica.

In ogni modo l’allontanamento non dovrebbe esserci qualora nella famiglia allargata vi siano parenti che possano occuparsi del bambino specialmente se sussiste già un legame affettivo preesistente, come ad esempio in questo caso in cui, in attesa e nella speranza che la mamma possa in futuro occuparsi del figlio, è disponibile la nonna con la quale il piccolo ha un ottimo rapporto affettivo.

Inoltre, da alcune ricerche emerge che i bambini collocati in affidamento hanno dei tassi di arresto, condanne e incarcerazione da due a tre volte superiori rispetto ai bambini che vengono lasciati a casa. Le stime percentuali sono ampie e relativamente imprecise, il che suggerisce una certa cautela interpretativa. Tuttavia, sembra proprio che i bambini abbiano dei risultati migliori se rimangono a casa.

Per questo il mio lavoro è centrato sul sostegno ai genitori e al miglioramento della loro condizione di vita e di conseguenza al potenziamento delle loro capacità genitoriali. La valutazione fine a se stessa non serve a nulla, anzi può provocare danni enormi.

Sicuramente nelle persone che vengono sottoposte a questo tipo di valutazione insorge la difficoltà ad interfacciarsi con la realtà relazione normativa pretesa dalle istituzioni; deumanizzazione della relazione per mezzo di regole e istruzioni e non di percorsi veri e propri; valutazione della genitorialità costruita attorno a profili teorici ideali, i quali non rispecchiano mai la realtà della relazione; difficoltà nel porre estrema attenzione ad ogni singolo gesto e parola che si pronunci, poiché perennemente in oggetto di giudizio e critica.

I genitori o i parenti hanno paura di fare una cosa e allo stesso tempo di non farla perché una critica viene fatta sempre e comunque e non si sa mai a cosa possa accadere. È la morte della spontaneità, dell’amore familiare e anche di un possibile miglioramento personale e relazionale di supporto alla propria discendenza.

Il compito di un’istituzione che tuteli minori dovrebbe essere quello di rinsaldare i legami famigliari, piuttosto che quello di spezzarli. L’enuresi notturna nei bambini, difatti, è spesso ricollegata alla sofferenza dovuta a diversi fattori, ma soprattutto al distacco dalle figure affettive di riferimento. Quindi la cessazione delle visite al fine del benessere del minore, non appare per nulla la soluzione più opportuna, anzi, molto probabilmente è l’allontanamento stesso a causare il problema.

Il prossimo articolo sarà centrato sull’intervista alla nonna, protagonista di questa storia.

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