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Io la penso così…

Tamponi scuole: ridurre i tempi di attesa della chiamata da parte dell’ASL e quelli per processare i risultati

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Spett.Le direttore,

sono una mamma che si fa portavoce del disagio di molti genitori in questo periodo di ripresa dell’attività scolastica e con il Covid19 in agguato e voglio condividere la mia recente esperienza per trovare, ove fosse possibile, risposte a dubbi e incertezze su quello che sarà l’immediato futuro di convivenza con il coronavirus.

Ho dovuto sottoporre a tampone mia figlia di 4 anni, dopo solo pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico, e per come si è svolto il tutto, la cosa ha destato in me molta perplessità.
La ferma consapevolezza di aver firmato il patto di corresponsabilità ed il mio forte senso civico mi hanno portato nelle giornate di giovedì 17 e venerdì 18 a tenere a casa mia figlia per un leggera rinorrea e soli tre starnuti.

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A questi due giorni di assenza essendosi aggiunti il sabato e la domenica, la mia piccola per essere ammessa in classe il lunedì avrebbe avuto bisogno di un certificato medico. La mia pediatra si è rifiutata di farlo senza l’esito di un tampone.

Da qui è iniziata una lunga trafila con la segnalazione all’ufficio preposto, avvenuta lunedì 21; l’attesa della chiamata per effettuare finalmente il tampone giovedì 24; l’attesa del risultato che ad oggi, domenica 27, ancora non è arrivato.

Qualora arrivasse lunedì e fosse negativo la bimba potrebbe rientrare a scuola martedì, dopo 12 giorni. Tempi troppo lunghi per un genitore che lavora e non può permettersi di stare a casa tutti questi giorni, sia esso un libero professionista, un dipendente pubblico, o privato come me. Per farlo dovrebbe attingere alle ferie o ai permessi, o prendere un congedo non retribuito per malattia bambino (5 giorni all’anno per bimbi con più di 3 anni). Ipotizzando che con queste premesse non sarà né il primo né l’ultimo tampone da qui a giugno, il percorso sarà molto lungo e accidentato.

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Vale la pena aggiungere che nella stessa scuola di mia figlia un’altra bimba è stata riammessa a scuola con gli stessi sintomi e con un giorno in più di assenza senza effettuare alcun tampone. Ora mi chiedo: perché i pediatri non prendono decisioni uniformi in merito ai sintomi covid e conseguente segnalazione per tampone nonostante il nuovo protocollo?

E se un bimbo riammesso senza tampone fosse effetto da covid? Il rischio di contagio avrebbe il sapore della beffa per quelli riammessi magari lo stesso giorno con esito negativo del tampone.  Cosa accade alla comparsa del primo sintomo nel breve periodo successivo al tampone con esito negativo? Deve essere effettuato un ulteriore tampone?

Visto che i pediatri pare abbiano timore nel visitare questi bimbi, nel caso in cui i sintomi non fossero legati al Covid19 e durante la lunga attesa si verificasse un peggioramento di altre patologie, noi genitori chi dovremmo ringraziare? I pediatri che hanno paura? L’APSS o chi ha realizzato i protocolli equiparando un bimbo del nido, o della scuola dell’infanzia, con uno studente delle superiori?

Protocolli fatti senza tener conto di quello che realmente accade in queste scuole e senza aver mai interpellato il personale che tutti i giorni sta a contatto con i bimbi e sa perfettamente che ai piccoli il naso gocciola praticamente tutto l’anno.

Rivolgo il mio appello a chi abbia titoli e competenza per fornirci delle risposte esaustive e trovare una soluzione urgente a questi problemi: l’esigenza prioritaria di noi genitori è quella di conciliare la salute dei nostri figli con la nostra vita professionale (che è quella che ci consente di farli crescere ed istruirli), per salvaguardare entrambe sarebbe utile ridurre i tempi di attesa della chiamata da parte dell’ASL e quelli per processare i risultati, perché andare avanti tutto l’anno in queste condizioni è impossibile.

Isabella Notarachille

Potete inviare le email al direttore da inserire nella rubrica «io la penso così» scrivendo a: redazione@lavocedeltrentino.it

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