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Italia ed estero

Referendum: voto sì oppure voto no?

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Dalle osservazioni degli intervistati dello Speciale Referendum di “In Primo Piano”, trasmissione televisiva trasmessa da Voce24News, si possono trarre delle considerazioni utili a dare un voto consapevole: questo articolo ne riporta alcune.

Il dibattito sul sì e sul no al referendum costituzionale cui l’Italia sarà chiamata a votare domani 20 e lunedì 21 settembre 2020 infervora gli animi di taluni, ma spesso è accompagnato dalla mancanza di consapevolezza su argomentazioni ed effetti che vanno considerati per poter dare un voto consapevole.

Il numero di parlamentari in Italia, fissato oggi in 945, 630 alla Camera e 325 al Senato, ha un’origine legata alla rappresentanza, ossia avere un deputato ogni 80.000 abitanti e un senatore ogni 200.000.

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In un secondo momento, sulla base dell’esperienza, si fissò il numero in quello attuale, ossia un deputato ogni 96.000 abitanti e un senatore ogni 192.000 circa. Il numero non era considerato elevato, nell’idea iniziale, e solo in età fascista ci fu una riduzione.

In quanto alle due camere, erano state inizialmente istituite per consentire la ponderazione e finirono poi per avere pari poteri.

Spesso in passato ci furono commissioni di studio parlamentari che proposero la riduzione del numero dei parlamentari, ma queste proposte erano inserite in un quadro più complesso di rapporto tra le due camere e delle loro funzioni, mentre quella di oggi si riferisce solo al taglio del numero dei parlamentari, per questo il referendum per molti ha un retrogusto di demagogia.

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Con ogni probabilità una riforma sarebbe utile, ma bisognerebbe inquadrarla in un ambito più ampio, distinguendo il ruolo delle due camere e rivedendo la legge elettorale.

C’è chi ritiene che, seppur monca, la modifica della Costituzione oggetto del referendum sia comunque un passo avanti, un modo per scardinare l’immobilismo che sembra impedire qualsiasi tipo di cambiamento, ma è anche vero che i cambiamenti sono utili se portano a un’evoluzione, a dei miglioramenti, non se sono fini a se stessi.

Quando si tratta di Costituzione, è conveniente apportare delle modifiche senza avere un quadro organico e chiaro di dove queste si inseriscono? È opportuno fare dei cambiamenti e vedere come vanno le cose, riservandosi di apportare dei correttivi?

Quando le questioni sono così importanti bisognerebbe considerare i rischi, tra i quali c’è quello di mutilare il Parlamento senza nessun effetto, o peggio, di renderlo meno efficiente.

Se volessimo fare un paragone con il mondo produttivo, un datore di lavoro che vuole efficientare l’azienda, licenzierebbe la metà dei dipendenti? Il risparmio che ne deriverebbe – visto che è argomentazione ricorrente a favore del sì al referendum – andrebbe di pari passo con l’efficienza?

Senza esprimere giudizi e prendere posizioni, osserviamo i numeri e i fatti.

LA TESI DI COTTARELLI – Cottarelli ha stimato il risparmio in 57 milioni, che in rapporto ai 900.000 milioni di spesa pubblica è insignificante e si riduce a un caffè l’anno per elettore. È pur vero che qualsiasi risparmio è positivo, ma qual è la contropartita?

Lo stipendio dei parlamentari ci farà risparmiare un caffè, l’ulteriore e maggiore risparmio potrebbe invece venire da altro: meno parlamentari significa avere un numero minore di istanze che potrebbero essere portate in Parlamento; se ognuna di tali istanze comporta una richiesta di denaro, allora ci saranno meno richieste e meno uscite di cassa.

Ma in linea di principio se fosse proprio la nostra istanza a non poter essere rappresentata, forse non ne saremmo poi tanto felici; in quel caso probabilmente cominceremmo a pensare ai parlamentari che ci rappresentano come ad un investimento, anziché ad una spesa.

IL LAVORO DEI PARLAMENTARI –  poi c’è la questione del lavoro che i parlamentari sono chiamati a svolgere. Il pubblico televisivo resta indignato nel vedere le aule vuote al momento delle interrogazioni parlamentari, urlano all’assenteismo, immaginando gli stra pagati politici a sollazzarsi per Roma anziché lavorare come chiunque altro. Ma quelle persone tanto indignate, si sono mai chieste il perché di quelle aule vuote?

Conoscono il lavoro che viene svolto in simultanea nelle commissioni parlamentari che hanno il compito di definire i disegni di legge prima di discuterli in Parlamento? Se il numero di parlamentari diminuirà, non varrà lo stesso per le commissioni e per la mole di lavoro che devono svolgere. Quindi cosa potrà succedere?  Cosa accade in azienda se il lavoro da portare avanti rimane uguale, ma vengono dimezzati i dipendenti? Come fanno le persone rimaste a svolgere tutto il lavoro che prima facevano i loro colleghi?
Pensiamoci.

LA QUALITÀ DEI PARLAMENTARI – Un’altra questione che viene spesso richiamata all’attenzione dei cittadini, e che inevitabilmente suscita il loro interesse, è la qualità dei parlamentari. Oggi ci sono troppi parlamentari, non valgono quel che dovrebbero e quindi con il taglio si avranno meno parlamentari e di maggiore qualità. Dirlo è facile, ma nella pratica come si fa ad avere parlamentari migliori?

Non sarà di certo la riduzione del numero in sé; potrebbe esserlo la modifica della legge elettorale? Più facilmente dipende da chi si candida, prima ancora di chi arriva in Parlamento. La disaffezione alla politica, probabilmente, è il vero problema.

I cittadini devono avere la possibilità di eleggere persone capaci, competenti, che conoscono la macchina pubblica, che hanno esperienza.  Un operaio qualificato produce meglio di uno alle prime armi o con minori skills. Lo stesso vale per i politici. Questo consente di avere migliore qualità delle persone e del loro lavoro, non il loro numero.

IL CONFRONTO CON GLI ALTRI PAESI EUROPEI – Ulteriore questione che viene richiamata per indurre a votare sì, è il confronto con altri Paesi europei e con gli Stati Uniti. Ebbene, per valutare è necessario contestualizzare e questi paragoni rischiano di farci confrontare le mele con le pere, detto in gergo molto pragmatico.

Il confronto con la Germania è all’ordine del giorno, ma osserviamo le cose con oggettività.

Il Bundestag, la camera bassa tedesca, ha 709 componenti e la camera alta Bundesrat, ne ha 69, ma hanno competenze differenti – diversamente dalla situazione italiana.
Il Bundestag, ossia il corrispettivo della nostra Camera dei Deputati, è la camera politica e il Bundesrat, il nostro Senato, rappresenta gli Stati con dinamiche diverse dalle nostre.

I Lander impongono ai loro rappresentanti di votare tutti nello stesso modo, quindi che siano 69, 300 o qualsiasi altro numero, non fa differenza. Ancora una volta non è il numero che conta, ma le funzioni e le dinamiche.

In quanto agli Stati Uniti, innanzitutto bisogna ricordare che si tratta di un governo presidenziale e non rappresentativo. Il senato americano ha 100 senatori che rappresentano i loro stati di provenienza – sappiamo che gli Stati Uniti sono formati da 50 stati confederati – ma non è la camera elettiva.

Il congresso è formato quindi dal Senato che è espressione degli Stati in numero uguale e dalla camera che ha 435 deputati che rappresentano il popolo, ma anche in questo caso non è il numero ad essere significativo, lo è piuttosto la capacità di saper espletare adeguatamente le sue funzioni.

Negli Stati Uniti le funzioni rappresentative non si misurano solo sui rappresentati politici, ma anche su altri meccanismi di governance esterni al Parlamento che, insieme a quest’ultimo, consentono la rappresentanza degli interessi del Paese.

Pensiamo alle lobby; in USA hanno un ruolo molto importante e sono regolamentate, qui no e a volte arrivano a bypassare il Parlamento. La sostanza di questo discorso è che il numero dei parlamentari non può essere confrontato in modo assoluto, ma va contestualizzato. Da noi questo famigerato numero è un fattore di equilibrio e se si fa un cambiamento repentino non è detto che porti a un risultato apprezzabile.

LE PERSONE VOGLIONO VOTARE SÌ E OTTENERE UN CAMBIAMENTO? Bene, l’importante è che sia una scelta consapevole, dettata dalla conoscenza dei fatti e da valutazioni che esulano dalle motivazioni anti politica.

Se il motivo per cui si vuole mandare a casa la metà dei parlamentari è dettato dall’insoddisfazione, dalla frustrazione, dal pensiero che vengono pagati molto per fare poco, è bene essere consapevoli che siamo noi a votarli e a mandarli in Parlamento; dovremmo quindi avere maggiore accortezza nella scelta di chi vogliamo che ci rappresenti.

È utile e importante fare una riflessione su cosa davvero conosciamo delle istituzioni, del loro funzionamento, dei loro meccanismi e chiederci cosa comporta la modifica della Costituzione e quali ne saranno gli effetti.

Una volta presa la decisione, non è così facile tornare indietro, stiamo decidendo della Costituzione, non di un decreto legge; ricordiamolo. Vista la complessità dell’argomento – e potrebbe essere ulteriormente approfondito – sorge spontaneo pensare che sarebbe forse opportuno che fossero i rappresentanti politici conoscitori della macchina pubblica a decidere di una tanto articolata e delicata questione.

Per ascoltare la voce diretta degli autorevoli intervistati, si può guardare l’intero reportage su Voce24News

a cura di Iris Devigili

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