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Trento

La Trento dopo il Lockdown: il Nettuno atterrato e come rialzarlo

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La testa della Statua della Libertà sul pavimento urbano di una città deserta è l’iconico manifesto del film “1999 Fuga da New York”, cult di molti anni fa.

Siamo arrivati anche noi a questo scenario. Città vuote, macchine della Polizia Municipale e Vigili del fuoco che passavano con megafoni e voce da annuncio bellico a parlarci di rischi, di restare a casa, quasi che a uscire era la morte certa.

Andavi a fare la spesa vestito da palombaro, nel deserto d’una città già non troppo viva di suo, ed era paura ovunque, occhiate ansiose di persone che stavano a tre metri di distanza e se starnutivi fuggivano come avessi lanciato un ordigno. E ogni barattolo o confezione veniva disinfettata come una piaga.

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Non ne siamo ancora usciti, la libertà è ancora condizionata, ma prima o poi avverrà anche quel momento. Cosa succederà? Dipende da noi, ma non noi come istituzioni, noi come cittadini.

I modelli economici proiettano previsioni da incubo, povertà, ritorno ad un passato postbellico di faticosa ripresa, sommosse popolari. Dicono anche che un default porterà ad una inevitabile ripresa con nuove regole, forse più rigide.

Alcuni economisti sono meno pessimisti, ma è il classico gioco al rilancio, come avviene tra gli esperti di Coronavirus. Chi indovina se non vince il Nobel assurge comunque a fama internazionale. Spesso è una corsa ad interpretazioni mascherate da competenza.

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Non crediamo avverrà nulla di drastico, almeno qui. Il Trentino ha grosse potenzialità, è un tempio del risparmio, ha un tessuto tecnologico innovativo (FBK, Meccatronica, Hit.) un tipo di operosità ancestrale che ci invidiano persino i lombardo veneti. L’eredità tecnologica trentina viene da lontano, pensate a Gianni Caproni: già nei primi anni del secolo scorso in Trentino c’erano fabbriche di aerei e scuole di meccanica ad altissima formazione, il resto d’Italia pressoché zappava.

I tedeschi sono efficienti, ma la loro arma è l’organizzazione: ognuno sa cosa fare e fin dove deve arrivare poi si ferma, la componente italica del trentino fa si che si vada oltre, ed è quell’oltre che porta ai risultati, spesso all’eccellenza.

Il problema è che non ci crediamo abbastanza. Non crediamo a noi stessi. Qui il post COVID può fare la differenza, perché il rilancio è una motivazione potente.

Pensate al terremoto del Friuli, case rase al suolo e un numero indicibile di morti. La ricostruzione è stata rapida ed efficiente, ciascuno si è rimboccato le maniche e ha fatto il suo, tacendo, lavorando con tenacia, e con un mediocre intervento statale. Al sud si sa come è andata, non occorre commentare.

Il Trentino farà la stessa cosa, ne siamo sicuri, gli indicatori ci sono tutti. Di più c’è la solidarietà, tra le prime in Europa. Ma non ci si deve fermare solo all’aspetto produttivo, importantissimo ma non unico nel perimetro qualitativo della vita.

Guardiamoci in faccia, se ci sarà più pauperismo avverrà in un momento storco in cui abbiamo già fatto il carico materiale di cose non sempre essenziali.

Pressoché ogni casa ha nei cassetti cellulari funzionanti ma superati dalla moda o da un cenno di tecnologia superiore, quindi con rate appetibili vengono cambiati per ritrovarsi un modello quasi identico nelle funzioni ma a prova di giudizio al bar con le amiche o gli amici.

Stessa cosa per le smart tv, spesso più grandi delle pareti di casa, e disseminate ovunque, salotto, cucina, camera dei bambini, ne abbiamo viste anche in bagno.

Le automobili cambiate come la biancheria, i vestiti comperati online o nelle grandi catene a cui non si può dire di no perché il Black Friday è praticamente costante e gli affari sono affari, anche se generano un surplus non necessario. E la lista è infinita.

Ecco, abbiamo fatto il pieno, per un po’ di tempo sopravviveremo anche senza consumare forsennatamente, in attesa di tempi migliori anche se dubitiamo che le aziende produttrici si arrendano all’attesa, quindi sarà una corsa al ribasso aleatorio, alla generazione di nuove nicchie di mercato, e i consumi perderanno una percentuale accettabile per il mercato.

Per ora i ristoranti sono pieni e di turismo ce n’è, anche se in questo gioca la componente psicologica di un possibile nuovo Lockdown, che porta ad una sorta di psicosi di massa da “Ultimi giorni di Pompei”.

Quel che deve preoccupare, più dei tamponi positivi, più delle terapie intensive, è il ritorno a scuola partito in questi giorni e fin qui sotto controllo, per ora almeno.

Tenere a casa gli studenti mette in ginocchio le famiglie, mandarli a scuola senza seri criteri di sicurezza mette in ginocchio l’intera società. Auspichiamo che in caso di ritorno al Lockdown le istituzioni si siano attrezzate con maggior efficienza nella gestione della didattica a distanza, che nella precedente esperienza ha spesso generato confusione e offerta formativa scadente.

Ci rendiamo conto che la gestione di una pandemia di portata biblica come questa non è facile da affrontare per nessuna amministrazione, e tutto sommato rispetto ad altri paesi l’Italia si è comportata con apprezzabile determinazione.

Ce lo ha riconosciuto il mondo intero, mentre agli inizi ci prendevano tutti in giro e qualcuno aveva persino avanzato con disprezzo che la nostra corsa alla chiusura totale era data dalla cronica pigrizia italica. Per questo che i primi a dare una mano alle istituzioni dobbiamo essere noi stessi.

Ora, dopo aver letto quanto sopra, se volete pensatelo pure come ad un lungo slogan, non vi è nulla di non già detto, sono riflessioni già esposte da più persone e in più consessi. Questo perché non vi è nulla di nuovo da dire: nessuno ancora conosce il reale stato delle cose, dal punto di vista sanitario come economico. Occorre solo tentare di essere ottimisti, è già un buon modo di affrontare l’emergenza e l’ordine delle cose post-Covid.

Il nostro territorio è disseminato di capitelli votivi, li troviamo ovunque, anche in piena città. Chi ha fede, e quindi meno paura, rammenti una preghiera per tutti passando davanti a quei Gesù e quelle Madonne a braccia aperte ad accogliere noi figli spaventati. Fosse per noi li dipingeremmo in modo marcato e visibile, come fossero dei salvavita.

Male non fa anche per i laici, che scommettiamo qualche muta richiesta al Creatore sarà sfuggita alla loro razionalità. Per tutti vale un solo consiglio: fare il proprio dovere accettando le regole e senza fare i furbi, e sulla furbizia il modello di riferimento è dato dai politici recentemente colti sul fatto nel chiedere sussidi fuori luogo.

Per il resto vogliamoci più bene di prima, siamo tutti sulla stessa barca, che non affonderà, però la tempesta non è ancora finita. Ricette certe non ce ne sono ma possiamo chiudere con una riflessione citando le parole immortali e profetiche che concludonoL’Anno che Verrà” di Dalla: …L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità.

Andrà tutto bene.

A cura di Roberto Conci

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