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Arte e Cultura

La cultura come amore e coraggio, potere, follia

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Ho sempre pensato che la cultura sia un qualcosa legato all’amore. L’amore per la propria terra e le cose straordinarie del mondo, l’amore tra gli esseri, l’amore per sé stessi e il proprio intelletto. Infine, l’amore per il bello e il sublime. In un certo senso la cultura è evangelica, chi ama già esprime cultura.

Sono nato in un contesto dove l’unica cultura era quella religiosa e del sacrificio, il resto era per pochi eletti. La mentalità, bigotta, era infarcita di tabù.

Il verbo dei preti e dei notabili esigeva deferenza. Era un contesto abbastanza povero di mezzi che spesso si traduceva in “non ci sono soldi per farti studiare”. Questa assenza di prese di posizione, militanze o di struttura culturale di sorta è stata tuttavia un luogo di osservazione privilegiato, perché mi ha permesso di leggere le cose senza condizionamenti.

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Il misto di cultura di strada e scuola gesuita non mi hanno inibito le “porte della percezione”, preparando anzi un terreno adatto a costruirmi le mie personali idee.

Non farò qui alcun distinguo su cultura mitteleuropea, Trentina o generale, non ne sarei all’altezza, tenterei solo una riflessione sul significato della cultura per chiunque. Su prospettive e difficoltà di fare cultura in Trentino è stato scritto di tutto e di più ma alla fine ogni argomento è ricondotto ad unico nodo: i soldi, quanti e come spenderli.

I finanziamenti infatti sono strettamente legati alla politica, ed ogni fazione dirige i propri obiettivi culturali a seconda del differente orientamento, perché da un pezzo la politica ha capito che la cultura può condizionare le masse. E qui sta la resistenza al pensiero omologato, in virtù delle idee.

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Pensiamo alla cultura della razza, laddove fior fiore di pseudo-intellettuali asserivano circa la superiorità della razza ariana su quella ebraica, argomentandola accademicamente, o la cultura comunista massimalista, quando la proprietà privata e il capitale erano visti come un crimine.

Era cultura che in nome di quelle idee perpetrava eccidi di massa, e in tempi recenti omicidi che l’avanguardia extraparlamentare nostrana ben si guardava dal condannare, anzi, ha favorito la nascita delle Brigate Rosse, e, di riflesso e per reazione, quelle Nere.

Oggi, almeno qui, non è così, la tanto vituperata Costituzione è comunque baluardo insormontabile ad ogni eccesso ideologico, anche se gli appetiti per cambiarla crescono esponenzialmente.

Tornando ai localismi debbo dire che per mia esperienza personale la città offre un buon (o meglio: medio) grado di offerta culturale, ma purtroppo non un vero e proprio fermento come ci si potrebbe aspettare da una città universitaria. I giovani, proprio perché sono giovani, sono un laboratorio di idee, ma un laboratorio privo di esperienze e di soldi.

Per questo l’errore più comune da parte delle istituzioni è quello di voler attribuire questi fondi sulla base delle esperienze maturate. O con altrettanta scarsità di visione, del potere economico che sottende al pensiero che vuole concretizzarsi.

Ne consegue che a monte vengono tarpate le ali ad un sacco di iniziative che potrebbero rappresentare il futuro della città, della provincia.

Con il COVID-19 sono inoltre cambiate le regole d’ingaggio con la società e le iniziative. Arriverà il vaccino e si tornerà alla normalità ma il percorso è ancora lungo e pieno di incognite, e sono proprio i giovani, che per primi soffrono moralmente i risultati della pandemia, che dovranno veicolare le idee per un rilancio culturale che confidiamo non tarderà a venire.

Questo non è un discorso rivolto solo alle iniziative dei giovani. L’abitudine di tagliare i ponti ad ogni proposta coraggiosa e di avanguardia è un po’ il costume di buona parte della classe dirigente. Per paura del nuovo, e non come certe ideologie pensano per i dettami della Curia, la Curia per certi aspetti è più illuminata di quel che si può pensare, e lo affermo da laico.

Quando ero consigliere della Fondazione Galleria Civica le grosse battaglie le ho combattute con l’“intellighenzia progressista” che allora deteneva il potere culturale. Così è successo che avevamo un polo di eccellenza e rilevanza mondiale frequentato dal Gotha dell’arte contemporanea, basti pensare a Manifesta 7, e ora abbiamo due poli contemporanei che si dibattono nell’agonia dell’offerta culturale, e si è stati costretti a chiamare un’eccellenza dell’arte rinascimentale per provare a risorgere.

Un segno della fine del contemporaneo trentino che un tempo dettava legge a livello internazionale. Gente seria avrebbe chiesto scusa ai cittadini in ginocchio e con la cenere sulla testa, ma ai cittadini spesso si chiedono solo voti e si regalano promesse marinaresche. Perché certa cultura, se non si è capita a livello individuale ma ha rilevanza mondiale, dev’essere accettata. Sennò si torna sugli alberi e il territorio non decolla mai. Qui sta il coraggio.

Pensate a Roberto Benigni, nell’ultimo Sanremo ha recitato il Cantico dei Cantici, una delle pagine più alte della Bibbia e tra le più belle cose scritte da un essere umano, per riconoscimento universale. È stato applaudito timidamente per non dire freddamente.

Forse la platea si aspettava qualcosa di crasso e volgare, anche se va detto che la platea di Sanremo non è nota per la sua curiosità intellettuale. Del resto se un testo immortale non lo conosce o comprende l’assessore alla cultura di turno, piuttosto che l’amico o il vicino di casa non significa che non sia un patrimonio culturale universalmente riconosciuto.

Insomma, che piaccia o meno ai non ferrati in materia, senza la voglia di approfondire si perdono preziose occasioni per elevarsi, emanciparsi.

Cultura è anche osare per il piacere della conoscenza. Lasciando stare tuttologi ed eruditi, non occorre poi molto per allargare i propri orizzonti e fruire di piaceri estranei alle masse o alle mode. Avere coraggio significa, pur estranei al genere e da profani, investire in una pubblicazione di musica classica o jazz, o guardare le recensioni dei dischi per poi ascoltarli in streaming sulle piattaforme dedicate.

Si potrà storcere il naso all’inizio, poi l’orecchio inizierà ad abituarsi a suoni “altri”, e presto si comprenderà la differenza tra musiche immortali e musiche commerciali per trarne piacere puro da entrambe.

Stessa cosa per l’arte, i libri. Visitare più mostre d’arte può fare la differenza nell’allenare l’occhio ad essere critico a ragion veduta, e vedere in un’opera d’arte contemporanea e non, quello che gli altri non vedono, traendone anche in questo caso emozioni e piacere. La lettura è già un argomento più complesso, ma leggere crea una tale messe di informazioni che una buona curiosità intellettuale potrà collegare tra loro come in un grande ipertesto, allargando la coscienza.

Anche in questo caso, non arrendersi alle prime pagine davanti ad un libro, perché è una risorsa vitale. Certo, la cultura costa, ma rende molto di più a lungo termine, bisogna osare, forse essere un po’ pazzi, e qui sta la follia.

La conoscenza, accresciuta anche attraverso il viaggio, diventa così aumento della percezione, perché si allenano di fatto dei superpoteri percettivi che si traducono nella facoltà di trarre piacere dalla cultura, che è bellezza in tutte le sue espressioni.

Cambia di conseguenza il rapportarsi con gli altri, tessere relazioni, che prosperano nella vivacità intellettuale. Sono questi consigli che mi sentirei di dare ai più giovani, mentre ai genitori consiglierei di riempire la casa il più possibile di libri, dischi, piattaforme digitali e streaming o buoni apparecchi riproduttivi, per vedere pellicole immortali, anche insolite, come quelle a me care di Ken Russel, o il primo Verhoeven.

I figli sono delle spugne curiose, se stimolati da subito, accresceranno il proprio senso critico senza omologarlo, con vantaggi nella vita e nello studio. Pensate e sarete, che infine suona come volere e..potere.

La Voce del Trentino sarà sempre pronta a supportare idee e proposte anche d’avanguardia, purché non vi sia traccia di odio o violenza, ché, come diceva Pasolini, “dove vi è violenza vi è stupidità”, e con la stupidità non solo non si mangia, ma si muore di fame, e non solo intellettualmente.

A cura di Mario Garavelli

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