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Telescopio Universitario

La generazione Erasmus non si ferma

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Dalla Francia con allegria - Foto di Juan Carlos Zermeῆo Arce

Destinazione Europa ma anche tutto il mondo. L’Erasmus, il programma di mobilità studentesca che esiste da oltre trent’anni, fiore all’occhiello per molte università tra cui l’Università di Trento, nonostante il Covid-19 è sempre un’attrattiva per i giovani.

I programmi di mobilità internazionale tra Università ci sono, non sono stati cancellati e continuano. Sia per l’outcoming, sia per l’incoming.

 Le Università italiane ed estere si sono comunque organizzate per dare corsi anche in modalità virtuale, così da far fronte alla situazione sanitaria ma permettendo agli studenti di non perdere questa opportunità di crescita.

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“Noi cerchiamo di aiutare i ragazzi e di invogliarli… i programmi sono aperti, dobbiamo trovare il modo di superare questi problemi (dovuti al Covid-19 ndr) ed insegnare anche a loro come superarli. Abbiamo cercato di trovare la modalità giusta per tutti gli studenti per poter fruire di questa esperienza” spiega Alessandra Montresor, dirigente della Direzione comunicazione e relazioni esterne Università di Trento.

Occorre la consapevolezza che il Paese straniero prescelto potrebbe richiedere un periodo di quarantena e bisogna non sottovalutare il rischio sanitario e premunirsi in ogni modo. Anche con una assicurazione sanitaria che copra dal rischio coronavirus suggerisce l’Università di Trento.

 Inoltre è necessario ricordarsi che la situazione è in costante evoluzione e quindi la mobilità va valutata situazione per situazione ed a seconda del momento.

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 Ma nell’ambito di questa scelta se partire in mobilità o restare in Italia e seguire le lezioni a distanza, a Trento è prevalsa la prima opzione.

Quattrocento gli studenti dell’ateneo trentino che hanno chiesto nel primo semestre dell’anno accademico di partire per fare quest’esperienza di studio all’estero. E dall’ateneo di Trento fanno sapere che dei circa cinquecento studenti in mobilità all’estero durante la pandemia nei mesi scorsi, solo centosettanta sono rientrati in Italia.

Per l’esattezza sono quattrocentotrenta i ragazzi che hanno chiesto di partecipare al programma Erasmus. Di questi solo trenta hanno deciso di non partire e, piuttosto, compiere il percorso formativo a distanza.

Percorso di studio che, comunque, viene pienamente riconosciuto anche se si resta in Italia. Quello che cambia è l’erogazione della borsa di studio che, in questo caso mancando fisicamente lo spostamento in altra sede universitaria, ovviamente non viene data.

Gli studenti delle Università di Trento hanno voglia di aprirsi all’estero” afferma Alessandra Montresor, e continua: “Gli accordi internazionali con tutti gli atenei sono stati tutti confermati, anche se ci sono alcuni atenei che hanno deciso di dare solo lezioni virtuali, per cui è inutile che ci sia il trasferimento dello studente.

Molti dei nostri studenti fanno esperienza nei paesi EU ma abbiamo anche chi va in Russia, in Israele, negli Stati Uniti, in Canada e in Cina”.

All’Università di Trento ci si è organizzati anche per l’incoming con servizi dedicati “agli studenti che chiedono di fare un’esperienza in Italia ma non avranno la possibilità di venire qui. Quindi abbiamo offerto loro un pacchetto di servizi per cui possono partecipare ad un’esperienza internazionale dal loro paese, come la Finlandia, facendo in modo di farli sentire in Italia.

Ad esempio organizziamo degli aperitivi virtuali a tema, piuttosto che insegniamo a loro l’italiano e anche come cucinare piatti italiani, in primis i classici spaghetti. Inoltre creiamo momenti di condivisione con studenti italiani per farli sentire più vicini. Insomma non potranno fare una vera esperienza in presenza ma in qualche modo impareranno a conoscerci aggiunge Alessandra Montresor.

Partire in Erasmus è un’esperienza totalizzante. Che la si affronti nel modo serio e rigoroso, o in modalità scanzonata e goliardica, o più saggiamente in una via di mezzo tra le due, è un cambiamento nel modo di rapportarsi agli altri, di vivere spesso sotto lo stesso tetto con ragazzi e ragazze che hanno abitudini culinarie ed orari differenti dai propri, di comprendere mentalità e lingue diverse, ma anche di condividere il concetto del tutto personalistico e nazionale di ordine e pulizia.

Anche questa è scuola di vita per i giovani italiani che non sempre hanno propensione all’adattamento.

Soprattutto insegna ad affrontare lo studio ed i laboratori da una prospettiva che non è quella cui si è abituati nel proprio paese di origine e cha amplia la mente e competenze a vario livello, oltre che la mentalità.

In ogni modo la si voglia affrontare, è un’esperienza che lascia il segno e ti dà una “spinta” a cambiare. Per molti ragazzi il ricordo del “periodo Erasmus” è indelebile, comunque lo si voglia interpretare.

Per alcuni partire in Erasmus è stato l’ultimo anno, quasi un momento di passaggio e trasformazione, prima entrare nel mondo delle responsabilità da adulti e del lavoro.

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