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economia e finanza

Lockdown discoteche: in ginocchio 3.500 aziende con 4 miliardi di euro di fatturato

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Tenuto in scarsa considerazione, anzi bistrattato. Dimenticato dalle voci degli aiuti pubblici e adesso messo in ginocchio da una serrata fino al 7 settembre che sa molto di punitivo.

Stiamo parlando del popolo della notte visto come forma di divertimento e quindi giudicato non essenziale.

Col lockdown, le discoteche sono state le prime a chiudere e le ultime a riaprire, o meglio a farlo è stato solo il 10% delle 3500 attività presenti in Italia. Il giro d’affari in gioco a causa della chiusura è di 4 miliardi.

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Ma non c’è solo il danno economico dei gestori, c’è anche quello dell’indotto: camerieri, p.r., baristi, dj, vocalist, musicisti, molti dei quali a partita Iva che si trovano a cercare lavoro in un settore bloccato da restrizioni e obblighi.

Artè a Trento non ha più riaperto dopo l’ultima serata del primo febbraio, mentre si sono riproposte al pubblico le discoteche etniche. Bloccati anche i fornitori esterni, insomma chiudendo le discoteche si sono fermate le attività stagionali dando uno stop quasi definitivo a quelle di città.

Sul provvedimento governativo pende un ricorso al Tar del Lazio che comunque difficilmente si pronuncerà prima della scadenza del 7 settembre.

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Si fa strada l’ipotesi che il ricorso possa essere ritirato in cambio di aiuti governativi, troppo spesso solo promessi. Un settore allargato anche alla clientela, di fatto criminalizzato dal governo che lo accusa di avere un ruolo importante nella ripresa del contagio.

A parte la facile domanda del perché si siano chiuse solo le discoteche e non anche i porti per bloccare il business dell’immigrazione che fa sbarcare in Italia centinaia di contagiati, “gira” anche un’altra voce.

La serrata punirebbe un settore che secondo il governo, è propenso al cosiddetto nero e quindi potrebbe essere intesa come una sorta di avvertimento in stile mafioso.

Insomma tra messaggi trasversali, danni diretti ed indiretti si è accentuata la crisi di un altro settore economico che produceva reddito e dava lavoro, sacrificato sull’altare della lotta al Covid 19 che alla fine rischia di fare più vittime economiche che la pandemia.

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