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Trento

Una triste verità: aumentano le donne uccise in famiglia

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E’ incredibile! Siamo alla fine di agosto e solo lo scorso mese ci sono state cinque tragedie. L’amore malato si espande creando dolore in chi lascia in modo violento questo mondo, ma anche in chi resta a piangere una figlia, una sorella, la propria mamma o una cara amica.

Proprio un anno fa si facevano a Molveno due convegni sulla violenza in famiglia e non si contano le tantissime iniziative, gli innumerevoli articoli e libri scritti sull’argomento che certamente hanno contribuito a pensare, a trovare soluzioni, ma questo purtroppo non basta ancora.

Occorre fare qualcosa di diverso, forse a conoscere meglio cosa sia l’amore, oltre che approfondire in modo tecnico la violenza così da riconoscere il prima possibile le prime avvisaglie ed evitare il peggio. Anche gli uomini devono imparare a conoscere la differenza tra possesso e amore, tra amore nero, quello che uccide e l’amore vero che include affetto, rispetto e comprensione.

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Ma ora andiamo a vedere che cosa è successo alle cinque vittime del mese scorso.

La prima vittima Nunzia Compierchio di Cerignola, in provincia di Foggia aveva 41 anni quando è stata uccisa da una pistola in casa presumibilmente dall’ex compagno Angelo Di Meo con il quale ancora conviveva. Di Meo sembra avesse problemi di tossicodipendenza e di salute mentale. Nel 2012 vi era stata una denuncia per mancato versamento degli alimenti per i figli e nel 2017 era stato arrestato per estorsione nei confronti del padre.

Dopo 11 giorni a Borgo di Taro in provincia di Parma muoiono i coniugi Anastasia Rossi e Franco Dellalpina. Dalle indagini sembra che il Dellalpina abbia ucciso la moglie mentre il figlio era fuori casa e poi si è tolto la vita. Il 24 Luglio il paese intero si  è bloccato, tutto chiuso per lutto. Anche in questo caso vi era una crisi coniugale che stava portando alla separazione. 

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Il giorno dopo ecco un altro femminicidio. Eufrosina Martini di 68 anni della provincia di Torino è stata uccisa dal proprio compagno Pasquale Mattana di 71 anni che poi si è ucciso dopo aver avvertito il figlio.

Lo stesso giorno muore ancora Grazia Sicilia di 45 anni uccisa dal marito poi suicida  davanti alla sua stessa madre. Entrambi originari di Caltanissetta si erano trasferiti nella provincia di Latina e conducevano un negozio di alimentari. Nessuna passata denuncia di maltrattamento faceva presagire la tragedia.

La quinta vittima del mese è del 20 Luglio, si chiamava Manuela Alves Rabacchi di 48 anni una transgender che lavorava come escort ed è stata uccisa con 50 coltellate presumibilmente per un debito da parte del suo cliente.

A questo punto sembra evidente che occorre una riflessione sociale e psicologica su queste tragedie, ma soprattutto bisogna diffondere la mentalità dell’amore inteso anche come piacere di fare le cose per gli altri e non per conquistare una persona e poi pretendere di entrare in un cerchio chiuso che comprime l’uno con l’altro fino alla distruzione.

La vittima, di solito all’inizio della relazione, è quella che ha bisogno di attenzioni e di affetto o viene attirata da una falsa personalità che manifesta sicurezza e protezione o semplicemente diventa quello di cui l’altra ha bisogno. Una volta innescato il meccanismo relazionale, quello che sembrava amore diventa lentamente chiusura.

Allo stesso tempo tuttavia la futura vittima sente il bisogno di libertà e quello che aveva percepito come amore e protezione diventa soffocamento. Inoltre, più il futuro aggressore si spaventa per la libertà dell’altro, più la futura vittima avverte il bisogno di fuggire.

A questo punto iniziano le azioni di svalutazione, di isolamento e di violenza intercalati da periodi di richiesta di perdono e di apparente tranquillità. Con il tempo questo meccanismo si accelera e si intensifica fino all’esplosione finale.

Il femminicida spesso poi non concepisce più la vita senza l’altro e l’unico modo per venire fuori da tutto ciò è il suicidio. Altro motivo può essere senz’altro anche quello di una crisi economico-familiare: in questo caso non si vede più una via di uscita per la situazione lavorativa, nascono liti che aumentano gradualmente di frequenza e intensità fino alla morte.

Purtroppo è sempre più frequente un’identificazione con la propria efficacia lavorativa ed economica e se non si raggiungono gli obiettivi prefissati vi è un crollo totale emotivo che porta a disperazione, violenza e morte.È andata forse perduta l’identità della persona al di là di quello che produce. È più importante l’avere che l’essere, dimenticando che per avere dobbiamo prima di tutto essere. 

Infine, di fronte ai problemi, le persone invece di unirsi si allontanano o si eliminano: abbiamo perso il senso della collaborazione del sostegno reciproco, ci si ama se tutto va be, ma nel momento delle difficoltà ci si lascia o ci si distrugge.

Si deve cambiare rotta. Dobbiamo lavorare per diffondere il rispetto, l’amore l’amicizia e il sostegno reciproco, solo così vinciamo la morte.

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