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Io la penso così…

Lettera al Signor Maurizio Fugatti dal figlio di un padre

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Gentile Maurizio,

trovo doveroso premettere che in questa lettera mi rivolgerò a lei chiamandola per nome. Il motivo? Non per essere irrispettoso o per “captatio benevolentiae” ma semplicemente perché è mia intenzione rivolgermi a Maurizio, Essere Umano e Padre, e non al Presidente Fugatti, il politico.

Sono Michele, ho 30 anni, vivo in Provincia di Padova e sono un frequentatore solitario delle montagne trentine e, in particolare, del Lagorai e di Cima d’Asta.  Da appassionato, studioso e fruitore della montagna quale sono, da un po’ sto seguendo le vicende dei selvatici veneti e trentini e, in particolare di M49 e di JJ4. La prego, continui a leggere…

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A differenza di quanto vedo con una certa ricorrenza su social, giornali ecc, la presente non vuole essere una lettera di protesta o l’ennesimo grido di disperazione di qualche malghese (il suffisso “-aro” ha uno connotazione negativa, carattere che in alcun modo voglio trasferire a queste persone che invidio, ammiro e rispetto). Non voglio nemmeno darle suggerimenti o risposte a buon mercato a domande che non mi sono state poste (anche questo, atteggiamento, ahimè, molto diffuso…).

Il mio è un appello al senso di giustizia e alla coscienza di un essere umano, di un Uomo, di un marito e di un padre. Un marito e un padre che, per la sua carica istituzionale e per il suo lavoro, si troverà probabilmente costretto a fare delle scelte scomode, a dover dire di si ad una riunione in Provincia e no a una giornata al lago con i figli o a una cena con moglie e amici.

Bocconi amari che non tutti hanno la capacità e la forza di ingoiare. Non c’è alcun giudizio qui, sia chiaro: non sono padre, non sono politico, non ho la più pallida idea di come si faccia ad essere un buon padre né, tanto meno, un buon politico. Sto solo immaginando… e spero per lei di sbagliarmi.

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Dicevo: non sono un politico e non sono un padre però, sono stato, sono e sarò un figlio, il figlio di un padre che non mi ha mai fatto mancare nulla e che, solo crescendo, ho scoperto essere assente, immobile, arido, sterile, incosciente (non nel senso di spericolato) e apatico.

Finché sono stato un bimbo e poi un adolescente, finché non mi ponevo troppe domande e finché ero distratto dal mio essere giustamente un bambino, mio padre è stato “mio padre”, nel senso più classico del termine: un punto di riferimento a cui guardare con ammirazione, rispetto e, giustamente, un po’ di soggezione. Via via che diventavo più grande e che i miei occhi si aprivano, le prospettive e il modo in cui guardavo lui e le sue passate condotte sono cambiati radicalmente e, soprattutto, inevitabilmente, il distacco è aumentato e le barriere tra noi sono diventate sempre più alte.

Perché le racconto queste vicende familiari si starà chiedendo? Io, Maurizio, la voglio mettere in guardia perché non voglio che lei faccia gli stessi errori che ha fatto il mio di padre. I suoi figli, magari non oggi, non domani, ma tra dieci anni, acquisiranno consapevolezza, cresceranno, inizieranno a porsi delle domande e a trovarsi delle risposte, non saranno più distratti dal loro essere bambini.

Io, Maurizio, quello che le voglio chiedere è di non essere un padre che rinchiude gli orsi in un bunker così piccolo, inadeguato e irrispettoso della loro etologia che questi preferiscono autoinfliggersi atroci dolori, sentire la corrente scorrere all’interno del proprio corpo, flagellarsi le zampe e gli artigli nel vano tentativo di scavare il cemento per provare a scappare e, il tutto, senza la certezza di poter riavere la loro libertà, i loro boschi e le loro montagne.

Se oggi lei riuscirà a farsi scivolare addosso gli insulti e le opposizioni degli ambientalisti e degli animalisti, i “No” del Ministero, le grida di aiuto dei malghesi e, perché no, le lettere di noi “montanari”, è veramente sicuro di riuscire ad ignorare lo sguardo dei suoi figli? Riuscirebbe a rispondere “in politichese” anche a loro? Un giorno, come lo è stato per me, anche i suoi figli inizieranno a porsi delle domande e ad analizzare eventi passati con una consapevolezza e degli occhi diversi, è del tutto naturale. Inevitabilmente cambierà il modo in cui la guarderanno. Come cambierà la loro prospettiva, dipende solo ed esclusivamente da lei e dalla sua condotta.

Se davvero a lei non interessa studiare e sviluppare una strategia e una politica tesa a favorire una pacifica convivenza uomo-orso, se davvero lei ritiene non ci sia altra soluzione, abbatta con un colpo alla testa quei poveri orsi, incolpevoli, anzi, costretti a trovarsi in Trentino.

Lei come Presidente ha la facoltà e il potere di farlo, ma glielo dica subito ai suoi figli. Dica loro che ha ordinato di uccidere uno, tre, dieci, trenta orsi per evitargli di trascorrere la loro lunga vita all’interno di un bunker, soli, senza speranza, senza più istinti, ad auto infliggersi le pene dell’inferno, più morti di quegli orsi morti per davvero. Dica questo ai suoi figli, così, forse, potrebbe ancora avere la speranza di essere visto almeno come un mezzo Padre e un mezzo Uomo… forse.

Gentile Maurizio, io la ringrazio per l’attenzione dedicatami e, se sono apparso eccessivamente “duro”, le porgo anticipatamente le mie scuse.

Sarei molto felice e allo stesso tempo curioso di vedere una risposta, concreta, per vie più o meno istituzionali, ma da parte di un Uomo e da parte di un Padre, non da parte del Presidente Fugatti.

La saluto cordialmente.

Michele Menin

Potete inviare le email al direttore da inserire nella rubrica «io la penso così» scrivendo a: redazione@lavocedeltrentino.it

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