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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Morto il padre della fecondazione assistita. Carlo Flamigni faro delle donne? «Esaltazione esagerata ed acritica»

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Il 5 luglio è morto nella sua città, Bologna, Carlo Flamigni. Un media provinciale il giorno successivo, lo ha ricordato così: “medico, ginecologo, luminare della fecondazione assistita, strenuo sostenitore di un insegnamento laico, mente brillante, aperta e curiosa agli scambi… faro sulla salute delle donne e appassionato di bioetica e di filosofia. …”. A caratteri più grandi, un’ulteriore e reiterata celebrazione: “Un faro per le donne”. Nulla di meno.

Sui morti, si diceva un tempo, nihil nisi bonum, ed era ciò che mi ero riproposto di fare. Ma nello statuto del partito che ho contribuito a fondare, “Si può fare!”, c’è anche l’impegno a proporre un pensiero critico, in un’epoca di pensiero unico dominante.

Per questo l’esaltazione esagerata ed acritica – non solo nostrana – di Flamigni, che è stato anche un uomo del Partito Comunista Italiano, un collaboratore del quotidiano l’’Unità, e uno dei più ricchi e potenti cittadini della città felsinea (il 29 dicembre del 2000 Repubblica lo metteva in cima alla lista dei “paperoni” di Bologna, indicando il suo guadagno dell’anno precedente: 824 milioni), mi spinge ad intervenire.

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Flamigni, padre della fecondazione assistita, lo ho conosciuto: gli ho dedicato vari articoli sui quotidiani nazionali Avvenire e il Foglio, dal 2005 in poi.

Lui mi ha sempre risposto dalle colonne di altri quotidiani, mi ha dedicato pagine dei suoi libri (vedi ad esempio il suo “Diario di un laico”) ed ha anche cercato di portarmi in tribunale (ma è stato poi il suo avvocato a convincerlo a ritirare una querela che sarebbe stata, per lui, un boomerang).

Quale le ragioni del contendere? Una visione del tutto contrapposta di ciò che la tecnica può fare e di ciò che non può fare.

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Flamigni, per intenderci, era aperto a qualsiasi sperimentazione, proprio sul corpo delle donne (oltre che dei bambini), di cui si dichiarava paladino. E’ stato, infatti, il massimo alfiere del cosiddetto far west della procreazione.

Voglio fare un solo esempio, per brevità.

Nel suo romanzo, “Giallo uovo. Un mistery romagnolo” (Mondadori, 2002), Flamigni si divertiva a raccontare la storia di un medico di Bologna (un alter ego?) specializzato in fecondazione artificiale, cioè – sono parole sue – in un “settore che, in fondo, non aveva uno statuto scientifico particolarmente avanzato“, in cui però in molti “avevano fatto soldi, carriera e comparivano nei talk-show”.

Tale medico era chiamato a procurarsi un utero in affitto,certamente non gratis et amore dei“, bensì in cambio di “cento meloni”, da una donna extra-comunitaria, per poi produrre in laboratorio un bambino maschio, scartando e buttando via tutti gli embrioni mal riusciti, e le femmine (alla faccia del femminismo!).

Questo era il presunto “faro per le donne”, l’ “alfiere dei diritti”! Un uomo che conosceva bene e difendeva alcune pratiche clandestine economicamente molto redditizie, connesse alla fecondazione artificiale (dall’utero in affitto alla selezione occisiva degli embrioni umani, passando per pratiche assai pericolose per la salute delle donne e dei bambini come le iperstimolazioni ovariche a donne in età avanzata) e che si è battuto in ogni modo perché all’interno delle cliniche fosse possibile ai tecnici agire senza alcuna limitazione etica, sperimentando sull’uomo come fosse un oggetto.

Un uomo che venne anche a Trento, nel 2017, per difendere da una cattedra dell’Università la pratica dell’utero in affitto, dopo che essa era stata definita dal Comitato Nazionale di Bioetica “mercificazione del corpo umano” (vedi qui).

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