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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Le donne che hanno fatto la storia: il 2020 è l’anno internazionale dell’ostetrica

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L’anno che stiamo vivendo, il 2020, è stato dichiarato anno internazionale dell’infermiere e dell’ostetrica. Servirebbe più di un intero volume per conoscere l’arte delle ostetriche (dette anche levatrici, o mammane, o comari, in Italia, midwife in Inghilterra, sage-femmes in Francia, levadores in Spagna..) nella storia.

Un dato sembra però chiaro: per secoli, fino al Settecento circa, quando l’ostetricia comincia a diventare una disciplina autonoma, l’arte di far nascere i bambini è riservata alle donne.
I motivi sono molteplici: volontà delle donne di tener riservato il parto come “cosa loro”; maggior predisposizione femminile alle opere di cura; senso del pudore; pregiudizi maschili…

Fatto sta che, fino a pochi decenni or sono, i mariti per lo più non entrano neppure in sala parto, e per millenni sono dunque spesso “estranei”, purtroppo, a questa esperienza così umana e significativa, mentre i medici vi accedono di rado, solo nei casi più difficili.

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Chi sono le levatrici? Si tratta di donne senza studi, portatrici di una conoscenza empirica, talora rozza, talora notevole, mescolata sovente non solo con tanta umanità e solidarietà femminile, ma anche con le pericolose credenze magiche di cui vi ampia traccia nella letteratura antica.

Il sangue mestruale (ritenuto il nutrimento del feto), il cordone ombelicale, la placenta, sono, per millenni, oggetti “misteriosi” che vengono spesso trattati con una mentalità non razionale, non scientifica, caricandosi di valenze magiche, come le erbe usate per guarire, per far abortire, per far innamorare, per rendere fertili le sterili…

Si può comprendere qualcosa del molteplice ruolo delle levatrici leggendo la Naturalis Historia dell’autore latino Plinio il Vecchio, opera del I sec. d. C. destinata a fortuna, che contiene “la descrizione dei sortilegi che le levatrici preparavano con le membra dei neonati abortivi e col sangue mestruale, liquido potente e misterioso lungamente indagato dalla medicina popolare, al centro di fantasie e di timori sui prodigi e le mostruosità della generazione umana” (Adriano Prosperi, Dare l’anima.

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Storia di un infanticidio, Einaudi, Torino, 2005, p. 30). Come è facile intuire, la nascita si carica di profondi significati religiosi, di gratitudine e di paura, essendo l’incontro con il misterioso venire alla luce di una nuova vita, intrecciata, già al suo primo apparire, con la gioia e il dolore. Generalizzando, si può dire che le levatrici hanno di solito una certa esperienza, essendo state a loro volta madri e avendo assistito altre donne nel parto; ma sono anche, di norma, analfabete, a digiuno delle conoscenze di anatomia.

Se ad esse viene chiesto, spesso, molto più di quanto possono dare, è anche vero che non di rado sono loro stesse ad offrirsi per opere “prodigiose” – come guarire i malati di lebbra con preparati di neonati morti-, che credono di poter raggiungere dominando forze occulte. Si finisce così, non di rado, per alimentare speranze esagerate, ma anche vendette ed odi profondi, quando i risultati non sono all’altezza delle aspettative e delle promesse legate ad un unguento, una formula magica ecc… (Thomas R. Forbes, Midwifery and Witchcraft, Journal of the History of Medicine and Allied Sciences, Vol. 17, No. 2 (April, 1962), pp. 264-283).

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È, prima, nel basso medioevo, con la nascita dell’anatomia (Bologna, 1316), poi nel Cinquecento, che appare sempre più opportuno che le levatrici, accusate talora di stregoneria, talora di ignoranza, vengano pian piano affiancate dalla medicina ufficiale ed istruite in scuole sempre più specializzate.

Nel trattato del 1513 Il giardino delle rose delle donne, dedicato alla duchessa Caterina di Senaria, Eucarius Roesslin, medico a Worms, comincia così: “Io voglio parlare alle ostetriche, in generale, che non hanno assolutamente alcuna cultura e per la loro negligenza fanno da tutte le parti morire i neonati… questo libro è destinato a quelle donne che hanno zelo e che hanno a cuore di diminuire i dolori che le donne soffrono nel travaglio, e diminuire paure e angosce”.

Analogo il giudizio espresso da un’ ostetrica inglese, Jane Sharp, nel suo trattato pubblicato a Londra, nel 1671: “Sorelle, sono stata spesso triste nel considerare che tante misere donne finiscono nelle mani di incapaci ostetriche; inoltre professano l’arte senza nozioni di anatomia, che è la materia principalmente utile all’ostetricia, essenzialmente preoccupate di ricavare profitto dalla loro professione”.

In quest’opera di professionalizzazione delle levatrici (costrette ad imparare a leggere e ad unire pratica e studio), che migliorerà la sicurezza del parto, si distinguono due istituzioni: la Chiesa e l’università, entrambe alleate in una lotta contro la “superstizione” e l’imperizia di molte levatrici ignoranti e praticone (lotta che peraltro viene condotta anche nei riguardi di guaritori improvvisati, ciarlatani, venditori itineranti di pozioni, barbieri chirurghi che eseguono i salassi “senza perizia”…, per lo più, in questo caso, maschi).

Si può istituire un paragone: come i teologi e gli astronomi del Quattrocento, Cinquecento e Seicento inferiscono un colpo mortale alle dottrine astrologiche che sopravvivono, sebbene depotenziate, dai tempi pagani (soprattutto per opera di maghi, di sesso maschile), così, nello stesso periodo, i medici, alleati con teologi e confessori, e, nel Settecento, con i governanti, iniziano a sottrarre il parto alla pericolosa mentalità magica che permane, magari sotto traccia, da millenni (soprattutto nelle levatrici, di sesso femminile).

In questa lunga storia – in cui lo scontro tra medicina e superstizione, tra professionalizzazione ed empirismo, diventa, qualche volta, conflittualità tra ostetriche femmine e medici maschi -, si possono citare, a titolo di esempio, alcuni personaggi esemplari: due donne e due uomini.

La prima donna è una figura divenuta leggendaria e celeberrima durante l’età di mezzo.

Il suo nome è Trotula de Ruggiero, originaria di Salerno, la città in cui è nata la prima scuola medica, e attiva nella seconda metà dell’xi secolo (che si tratti di una donna sola o di un gruppo di donne con un nome collettivo, non è forse possibile affermarlo con certezza). I suoi trattati, il Trotula minor e il Trotula maior, godono di ampia diffusione e la consacrano come sapiens mulier, quasi magistra: è medico della scuola salernitana e scrittrice colta e di successo.

I due testi citati trattano rispettivamente di «consigli utili per conservare la bellezza e per mantenere sana la pelle e priva di malattie il corpo», di ostetricia e puericultura. Trotula vuole regalare alle donne conoscenze il più possibile avanzate per i tempi, sul parto e tutto ciò che vi è connesso; non manca di invitare le levatrici a ricorrere, in caso di complicazioni, ai medici, rifuggendo dall’uso di talismani, filtri magici – ad esempio quelli realizzati con una misteriosa materia bianca presente negli escrementi dello sparviero – e altre superstizioni, capaci solo di provocare la morte della puerpera, del bambino o di entrambi.

Al di là della saggezza e delle sorprendenti conoscenze anatomiche – e non solo – della scrittrice, Trotula è la dimostrazione che anche nell’età di mezzo vi sono donne medico che, sebbene raramente, riescono però ad affermarsi grazie alla capacità di coniugare teoria e pratica, nonostante le università siano loro precluse, non per legge, ma di fatto (L. Gatto, Le grandi donne del medioevo, cit., pp. 276-295).

La seconda donna da raccontare è Bettina, una levatrice bergamasca attiva nella seconda metà del Trecento, all’epoca della peste nera che semina morte in tutta Europa. Si tratta di uno dei periodi più duri della storia europea, durante il quale si diffondono paure inaudite e, di conseguenza, riprendono vigore antiche pratiche superstiziose mai del tutto sopite.
Bettina conosce, grazie alla tradizione orale tramandata di donna in donna, alcuni segreti dell’erboristeria, ma attribuisce alle erbe e alle sue formule poteri un poco esagerati: crede di poter parlare con i morti, di conoscere rimedi per le sterili, di poter guarire il mutismo…

In un’occasione invita il suo paziente, tale Giovanni di Brescia, che ha perso improvvisamente la parola, «a mettersi in testa un pollo ben cotto e ancora caldo. Attenzione però: il pollo deve essere di colombo di nido e accompagnato da altri rimedi. Si dovranno infatti bollire issopo, grano secco, ancora croco e una presa di margherita, facendone una pozione che il muto dovrà bere».

Le ricette di Bettina – scrive Maria Teresa Brolis – ricordano un po’ quelle mogli che, nella Bergamo del xvi secolo, «per sanare contrasti coniugali, mettevano nella minestra del marito un poco di polvere grattata dalle statue di Adamo ed Eva», un rito iconofagico attestato un po’ ovunque in Europa e altrove.

Cosa accade alla Bettina? A un certo punto, l’Inquisizione si interessa a lei. La superstizione, come l’astrologia, è infatti considerata un peccato contro il primo comandamento. Interrogata più volte, le viene raccomandato di interrompere le pratiche magiche e di smettere di proporre, alle donne sterili, galline grasse ripiene di chiodi di garofano, zenzero, testicoli essiccati di lepre maschio e altro ancora, da mangiarsi con un bicchiere di vino prima di entrare nel letto. Non funziona ed è peccato.

Il primo dei maschi di cui vogliamo parlare è Scipione Mercurio, un frate domenicano, medico grazie a una dispensa papale, che ha studiato a Bologna e Padova, seguendo le lezioni di anatomia di Giulio Cesare Aranzio, discepolo di Andrea Vesalio, e che, anche dopo aver assistito alla morte di «una sfortunata donna gravida», è autore, nel 1596, del trattato La comare o ricoglitrice, «destinato a rimanere, sino agli anni venti del Settecento, l’unico manuale di ostetricia in volgare, con numerose edizioni [forse 23, n.d.a.] anche in lingua non italiana».

Mercurio vuole mettere, per la prima volta, le cognizioni scientifiche del tempo e la dottrina teologica a disposizione delle levatrici, le quali, «per il poco sapere», rischiano spesso di mettere in pericolo «ne’ parti vitiosi le madri, e i figli» (Prefatione, in La comare, 1596).

Mercurio, pur stimandole, invita le levatrici a istruirsi maggiormente, a evitare erbe, riti occulti, credenze intorno alle virtù magiche della veste amniotica, la famosa “camiscia”, rivolgendosi anche al medico e al parroco, e «a lasciar perdere le formule strane e misteriose che pronunciavano a bassa voce e di sostituirle con la semplice e chiara e non modificabile formula del battesimo, nei casi di nascite a rischio».

Il secondo personaggio è il cardinale bolognese Prospero Lambertini, papa con il nome di Benedetto xiv, che nel 1757 promuove la prima cattedra pubblica di Ostetricia in Italia, cattedra occupata prima da Giovanni Antonio Galli e poi da Luigi Galvani, medico, anatomista, padre dell’elettricità animale e, da terziario francescano qual era, collaboratore del pontefice bolognese nel suo progetto di contaminazione tra scienza e pietas cristiana.

Galli si è dedicato, fin da giovane, a un settore «poco considerato ma più di altri utile e necessario», arrivando a insegnare gratuitamente alle levatrici e ad assistere le partorienti povere.
Soprattutto, per «ricucire il divario esistente nel campo dell’ostetricia fra sapere scientifico e sapere pratico», ha commissionato a sue spese ad Anna Morandi e a suo marito, Giovanni Manzolini, modelli in cera e creta dell’apparato genitale femminile e tavole disegnate, per insegnare alle ostetriche, spesso incolte e analfabete, «più con gli occhi che con le orecchie».
Galli inaugura così un metodo didattico che sarà permesso, tramite i finanziamenti, e promosso, tramite la Cattedra di Ostetricia, dal pontefice bolognese, prima di essere imitato in altre sedi universitarie come Padova, Firenze, Roma, Londra.

A succedere a Galli viene chiamato il celeberrimo Galvani, straordinario esemplare di medico teorico e sperimentatore – con l’aiuto della amatissima moglie, Lucia Galeazzi –, capace di concepire uno strettissimo legame tra anatomia, fisiologia e chirurgia, tra teoria e prassi, dimostrando una notevole conoscenza dell’apparato genitale femminile, per spiegare il quale si serve anch’egli delle straordinarie ceroplastiche anatomiche della già citata Anna Morandi: non solo una grande artista, ma anche, insieme alla fisica Laura Bassi, al medico e ostetrica Maria Dalle Donne, alla «matematica di Dio» Maria Gaetana Agnesi, alla matematica Faustina Pignatelli e alcune altre, una delle prime donne della storia chiamata a insegnare in un’università, su richiesta del pontefice bolognese Benedetto xiv, deciso a superare “le resistenze delle istituzioni locali e i mormorii cittadini”

(questo testo è estratto da Francesco Agnoli e Maria Cristina del Poggetto, Donne che hanno fatto la storia, Gondolin, Verona, 2019, cap. L’ostetricia).

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