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Trento

Riflessioni sulla società post Coronavirus, Federico Samaden: «Sbagliato promuovere tutti, a settembre classi invivibili»

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Il Coronavirus, nelle ultime settimane, sembra stia perdendo la sua virulenza, almeno in Italia, ed anche se non dobbiamo ancora abbassare la guardia, timidamente stiamo ritornando a vivere, uscendo da casa e riprendendo le nostre relazioni sociali.

Ma come sarà la nostra vita post Covid-19? Dopo circa tre mesi di auto-isolamento come sarà il nostro rapporto con gli altri? Al nostro ritorno nella società civile, riprenderemo le vecchie abitudini, oppure il virus avrà segnato una frattura epocale tra il nostro vecchio modo di vivere e quello che verrà?

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In tanti auspicano un cambio di paradigma, molti sognano una società più a misura umana e meno schiava dell’economia, ma il mondo sarà veramente in grado di aprirsi ad un nuovo umanesimo, o è soltanto l’emozione del momento a venire sapientemente cavalcata negli spot pubblicitari in TV e nei titoli dei quotidiani? Se, come ci auguriamo, il virus non farà più paura, butteremo alle ortiche tutti i nostri buoni propositi e faremo ritorno alle iniquità della società capitalista, neoliberista e globalizzata?

Saremo finalmente in grado di perseguire più alti obiettivi e nuovi orizzonti più umanizzanti, rifiutando la dittatura del mercato e la falsa etica del profitto a tutti i costi, che ci negano come esseri umani?

Superata la pandemia, che ha tirato fuori il lato migliore dell’umanità, sarebbe il momento giusto per trasformare l’emergenza in opportunità e riscrivere il contratto sociale. Creare una nuova società, più equa, che sostituisce ai “valori” del mercato e del profitto economico, i valori etici della solidarietà umana. Bisognerebbe riportare la società al servizio dell’umanità intera e non lasciarla più alla mercé delle minoranze che dominano i mercati e decidono i destini di milioni di esseri umani.

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La lezione del virus, però, sembra non sia servita a nulla. Nelle ultime settimane, non appena i dati relativi alle infezioni sono migliorati, al centro delle agende internazionali sono ritornati prepotentemente i temi dell’economia e della finanza. Con buona pace dei trapassati, non si parla più delle vittime del Covid-19, ma di “Stati Generali dell’Economia”, di iniezioni di liquidità delle banche centrali, di strategie economiche dei governi che, anche a scapito della salute pubblica, si sono affrettati ad interrompere il lock-down pur di non danneggiare definitivamente le economie nazionali.

Tutti segni che nessuno vuole, o può, cambiare le regole e che l’unica cosa che conta è la corsa sconsiderata alla ricchezza fine a se stessa.

Effettivamente, a fronte delle migliaia di vittime che il virus ha fatto in giro per il mondo, e che continua a fare, sono tanti di più i cassintegrati o chi ha perso il lavoro (operai, impiegati, artigiani, commercianti e professionisti) e le aziende che hanno chiuso a causa del lock-down dettato dall’emergenza sanitaria. Le reali conseguenze del virus sull’economia, e sulle nostre vite, le conosceremo solo più avanti, ma già si capisce che per i governi la vittima più illustre del Coronavirus è l’economia mondiale più che la stessa umanità.

Dopo i proclami trionfalistici sul rilancio dell’economia mondiale, vedremo se l’uomo rimarrà ancora schiavo dell’economia o se finalmente sarà l’economia ad essere posta al servizio dell’umanità.

Tuttavia, il virus ci ha segnati profondamente anche nella sfera più strettamente privata e personale.

La convivenza forzata in famiglia, nei 100 giorni del Covid, solo talvolta ha rafforzato i rapporti tra congiunti, solo i “più fortunati” hanno riscoperto il gusto di vivere assieme ed avere più tempo e tranquillità per condividere le proprie emozioni; mentre, per tanti altri, questa sorta di “arresti domiciliari” hanno finito per esasperare situazioni familiari già fortemente provate e mettere a nudo aspetti problematici nelle relazioni interpersonali in famiglia, tra genitori e figli.

E i nostri ragazzi? Come hanno vissuto l’isolamento i nostri giovani? Quali sono i segni che il virus ha lasciato su di loro? Anche per loro improvvisamente il mondo si è fermato, hanno perso riferimenti ed abitudini: la scuola, gli sport, gli amici, il cinema, i primi amori.

Abbiamo posto queste, e altre, domande a Federico Samaden, dirigente scolastico dell’istituto alberghiero di Rovereto e Levico, già fondatore e responsabile della comunità di San Patrignano a Pergine, autore di “Fotogrammi stupefacenti. Storia di una rivincita” (link) ed incaricato dalla Giunta Fugatti di promuovere iniziative di carattere formativo per prevenire il consumo di stupefacenti tra i giovani (link all’articolo).

Dottor Samaden, in qualità di educatore, può dirci come hanno reagito i suoi studenti al lock-down ed alla convivenza forzata con i genitori?

«Questa situazione emergenziale ha fatto venire a galla quello che già sapevamo anche se non in maniera così approfondita. Ci sono ragazzi che hanno la fortuna di avere una condizione familiare non solo possibile, ma anche positiva. Hanno ambienti nei quali crescono positivamente, mentre altri sono assolutamente non seguiti e quindi c’è una condizione di abbandono. Ce ne sono poi altri, che non solo sono abbandonati, ma sono addirittura violentati, sono cioè oggetto di situazioni pesanti a cui devono in qualche maniera assistere.

Queste sono le tre fasce che ho visto. Ogni fascia ha dato riscontri diversi. La prima, quella che sta meglio, sono ragazzi che si impegnavano già a scuola, si sono impegnati anche a distanza, hanno saputo interpretare in maniera positiva anche queste limitazioni di orari, una diversa organizzazione, l’hanno fatto. Hanno avuto la fortuna di aver dietro una famiglia che gli ha dato serenità, degli strumenti e quindi hanno affrontato in maniera possibile questa fatica, da cui hanno indubbiamente ricavato spunti interessanti per la propria crescita.

Quindi per questi ragazzi credo che più degli apprendimenti scolastici, il valore di quest’esperienza sia stato quello di dover affrontare una cosa forte ed inaspettata, questo li ha fatti crescere.

Poi, la seconda tipologia sono ragazzi abbandonici, ragazzi che non hanno nessuno che li segue. Questi in qualche maniera si sono arrangiati. Alcuni si sono arrangiati collegandosi, altri dormendo, altri stando sul divano. La scuola ha cercato di incrociare quando c’erano queste assenze, però l’atteggiamento che la scuola deve avere in quest’epoca non può essere un atteggiamento di controllo. Il controllo che c’è in classe è mancato, sono cambiate le regole del gioco.

La terza fascia, invece, ha subito più danni. Sono ragazzi abbandonati dal punto di vista educativo ed hanno situazioni ambientali pesantissime. Per loro abbiamo cercato di fare qualcosa. La cosa straordinaria è che la scuola è entrata nelle famiglie, la situazione si è ribaltata, la scuola è entrata nelle case. La scuola entrando in casa degli studenti ha visto, ha intuito certe situazioni, ma poi bisogna capire il limite fino al quale ci si può spingere, in questa nuova situazione, per aiutare i ragazzi.»

Durante il “coprifuoco sanitario” cosa hanno imparato i giovani dagli adulti e cosa gli adulti dai giovani? È migliorata l’affettività o sono stati esasperati i conflitti?

«I ragazzi, stando con gli adulti, imparano ciò che è l’adulto. I ragazzi ricevono ciò che siamo, ciò avviene in qualsiasi processo educativo. Tanto più questo rapporto è curato, tanto più quella trasmissione è ragionata, vissuta e fatta propria. Viceversa, quanto più l’adulto pensa a se stesso e meno accudisce la vita che ha da accudire, tanto più i ragazzi crescono ricevendo molto poco fino a ricevere, in alcuni casi, dei danni.

Tutto dipende dall’indole dei genitori: consapevoli, disattenti, menefreghisti, prevaricatori, violenti».

La tecnologia a distanza (zoom, classroom, ecc.) quanto è stata utile per non perdere il contatto tra educatori e ragazzi? E sotto il profilo educativo è stata un valido sostituto dell’attività in presenza?

«La tecnologia apre uno scenario nuovo alla scuola, entrare in una casa è un fronte molto più estremo che ricevere un ragazzo a scuola. Dal punto di vista della digitalizzazione della scuola sono circa dieci anni che i docenti fanno corsi, ma solo trovandoci a fronteggiare l’emergenza si è visto chi era effettivamente preparato ad usare le nuove tecnologie e chi no, e chi non era ancora pronto ha dovuto darsi una mossa, questo è stato un fatto positivo.

Tra i professori si sono creati due fronti: i pro-digitale e i contro-digitale. Secondo me questa spaccatura non è corretta, nella scuola del futuro dovranno essere presenti entrambi gli aspetti, l’attività in classe, in presenza e quella digitale da remoto, anche in una logica di razionalizzazione della didattica.

In una lezione a distanza non c’è il rapporto umano che si determina in classe, ma puoi trasmettere contenuti anche migliori di quelli che offri in classe.

Utilizzando le risorse presenti in rete, puoi indicare agli studenti un sito internet sul quale nel nostro caso (istituto alberghiero, n.d.r.) trovano la ricetta della carbonara, in un filmato che gli indica gli ingredienti, le modalità di esecuzione e possono guardarlo diverse volte. Il giorno successivo gli studenti tornano in classe, ora il docente assume un ruolo diverso, non deve più dare il contenuto, ma assume il ruolo di far riflettere gli studenti, di farli ragionare, di provocare la loro curiosità e di sviluppare tutta la parte in più, oltre il contenuto, che serve ad approfondire ed infine fa provare la ricetta in pratica.

È uno scenario molto più interessante e stimolante che nei modelli pedagogici si chiama classe capovolta. Però bisogna osservare che la scuola resiste al cambiamento, ho scoperto che la scuola è un luogo meraviglioso, affascinante e pieno di risorse, con dentro tante brave persone, però nel proprio DNA ha la resistenza al cambiamento, altrimenti non si spiegherebbe come fa ad essere uguale a se stessa da cinquant’anni a questa parte.

Innovare i processi della scuola è un lavoro lento e faticoso, mentre i bisogni dei ragazzi sono molto rapidi, attuali e bisognerebbe dargli delle risposte. C’è un problema strutturale nella scuola che il mix tra tecnologia e didattica potrebbe finalmente superare».

L’accesso a queste tecnologie è stato garantito dalla PAT a tutti gli studenti? Anche a quelli meno abbienti?

«La PAT ha utilizzato i fondi FSE (Fondo Sociale Europeo) per far acquistare alle scuole tablet e computer per la formazione a distanza, inoltre, la Fondazione CARITRO ha messo a disposizione delle scuole ulteriori tablet.

L’emergenza è stata superata, ma per avere una scuola veramente digitale sarebbe necessario, indipendentemente da tutto, assegnare ad ogni studente delle scuole trentine un tablet ed una connessione internet a banda ultra-larga, ovviamente i docenti dovrebbero essere tutti in grado di fare didattica digitale, ciò costituirebbe una spinta alla digitalizzazione della scuola, non senza il relativo impegno economico da parte della PAT.

Anche con gli smartphone si possono fare diversi tipi di lezione, ma abbiamo riscontrato in questo periodo che il problema sono le connessioni, su questo la PAT potrebbe fare accordi con le maggiori compagnie telefoniche per ottenere delle connessioni flat a prezzi calmierati da fornire agli studenti.

Per la digitalizzazione della scuola l’assessorato competente sta lavorando per ottenere fondi dal bilancio PAT da impiegare già dalla prossima riapertura di settembre».

La lontananza fisica dalla scuola ha favorito fenomeni di “dispersione scolastica” o altri fenomeni di alienazione/emarginazione?

«Fenomeni di dispersione potrebbero essere alimentati dalla decisione ministeriale, di quest’anno, di promuovere tutti. A settembre le classi saranno piene di quella parte di studenti che normalmente veniva fermata, i ripetenti. Quindi è stato sbagliato promuovere tutti.

Trovandosi nella classe successiva, dove i saperi devono essere più alti, i ripetenti che già avevano difficoltà prima, si sentiranno ancora più inadeguati e non riusciranno a seguire le lezioni, disinteressandosene o peggio creando disturbo.

Occorreranno dei luoghi, nella scuola, dove poter gestire i ragazzi che non riescono a stare in classe e che hanno bisogno di recuperare la consapevolezza del proprio sapere e delle lacune presenti in esso, altrimenti a settembre le classi saranno invivibili».

Come hanno vissuto la pandemia ed il rapporto con la scuola gli studenti con disabilità e le loro famiglie?

«I ragazzi con disabilità, a seconda del livello di disabilità, hanno vissuto il momento in maniera più traumatica. La segregazione in casa è stata molto problematica per alcuni. I ragazzi autistici ad un certo punto del lock-down sono stati fatti uscire perché erano diventati ingestibili in casa.

In casa hai pochi strumenti per gestire queste difficoltà. I sostegni sono risorse e progetti didattici diversi per gestire problematiche che vanno oltre la normalità. Stando in casa, davanti allo schermo di un PC, tutto si impoverisce.

Noi li abbiamo seguiti a distanza, abbiamo fornito tutto ciò che era nelle nostre possibilità, ma sono convinto che loro sono i ragazzi che hanno sentito, più che altri, la mancanza della scuola.

Per loro la scuola è un luogo bello dove si sentono amati e bisognerà farli rientrare al più presto».

A cura di Mario Amendola

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