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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Occidente cristiano schiavista? Giuliana: “Pratica appartenuta a Medioriente e Africa”

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Tra le tante menzogne storiografiche c’è la convinzione che la tratta degli schiavi rappresenti una pagina nera della storia umana da addebitare all’Occidente cristiano, mentre altre “comunità umane” ne sarebbero state immuni.

La storia degli schiavi d’America inizia con Cristoforo Colombo. Il suo viaggio verso le Americhe non fu finanziato dalla Regina Isabella, ma da Luis de Santangelo, che gli anticipò la somma di 17.000 Ducati (circa 5.000 sterline dell’epoca e circa 50.000 sterline di oggi) per finanziare il viaggio, che iniziò il 3 Agosto 1492. Colombo era accompagnato da Luis de Torres (interprete), Marco (il chirurgo), Bernal (il medico), Alonzo de la Calle e Gabriel Sanchez (l’ebreo internazionale di Henry Ford).

Gabriel Sanchez, spalleggiato dagli altri quattro, paventò a Colombo l’idea di catturare 500 indigeni e venderli come schiavi a Siviglia (Spagna), cosa che avvenne. Colombo non ricevette niente del denaro derivante dalla vendita degli schiavi ma divenne vittima di un complotto orchestrato da Bernal, il medico della nave.

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Il premio di Colombo fu patire ingiustizia e galera, tradito dai cinque non cristiani ai quali aveva dato fiducia e aiuto. Questo fu ironicamente l’inizio della schiavitù nelle Americhe (Adventures of an African Slaver  di Malcolm Cowley, 1928, pag.11).

Newport, divenne il principale centro di traffico di schiavi. Era da questo porto che le navi salpavano e attraversavano l’oceano per andare a raccogliere il loro carico umano nero e guadagnarne parecchio denaro dalla loro vendita. Un autentico ed autorevole rapporto contemporaneo afferma che di 128 navi negriere, 120 erano di commercianti non cristiani di Newport e Charleston.

Per quanto riguarda le restanti navi, sebbene entrarono nei porti di Boston, Norfolk e Baltimora, si può presumere che i veri proprietari fossero gli stessi trafficanti di schiavi di Newport e Charleston. Si può essere in grado di determinare l’entità dell’intero traffico di Newport se si considera il coinvolgimento dell’apolide “portoghese” Aaron Lopez che riveste un ruolo importante in tutta la storia del commercio della schiavitù.

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Per quanto riguarda l’intero commercio nelle Colonie e nel successivo stato del Rhode Island (che includeva Newport), polizze di carico, concessioni, ricevute e sdoganamenti portuali portavano la firma di Aaron Lopez. Tutto ciò avvenne fra il 1726 ed il 1774.

Egli aveva pertanto sotto il suo personale controllo più del 50% di tutti i commerci per oltre 50 anni. A parte questo, egli era proprietario anche di altre navi ma che salpavano sotto altri nomi. Aaron Lopez e la sua famiglia arrivarono a Newport da New York e da Lisbona (Portogallo).

Con la cattura ed il trasporto annuale di un milione di schiavi neri non è difficile immaginare che tra il 1661 ed il 1774 (centotredici anni) circa 110 milioni di schiavi sono stati sradicati dalla loro terra natia, ma solo il 10%, cioè circa 11 milioni di schiavi neri, raggiunsero vivi le colonie.

Il Carnegie Institute di Washington D.C., mostra e rende pubblici documenti originali dal titolo «Documenti Illustrativi della Storia del Commercio degli Schiavi in America».

Alcuni nomi commercianti di Newport e Charleston coinvolti nella distillazione o nel commercio di schiavi, o entrambi, erano: Isaac Gomez, Hayman Levy, Jacob Malhado, Naphtaly Myers, David Hart, Joseph Jacobs, Moses Ben Franks, Moses Gomez, Isaac Dias, Benjamin Levy, David Jeshuvum, Jacob Pinto, Jacob Turk, Daniel Gomez, James Lucana, Jan de Sweevst, Felix (cha-cha) de Souza (conosciuto come il «Principe degli Schiavisti» e secondo solo ad Aaron Lopez), Simeón Potter, Isaac Elizer, Jacob Rod, Jacob Rodrigues Rivera, Haym Isaac Carregal, Abraham Touro, Moses Hays, Moses Lopez, Judah Touro, Abraham Mendes e Abraham Ali.

Di circa 600 navi che salpavano dal porto di Newport, più di 300 erano impegnate nel commercio degli schiavi. Un carico tipico della nave «La Fortuna» era di 217 schiavi che costavano circa 4.300 dollari ma venivano rivenduti per 41.438 Dollari. 

Ovviamente, i commercianti di schiavi neri, hanno trovato in altri africani degni compari in affari. Un esempio su tutti quello di Hamed bin Mohammed bin Juma bin Rajab bin Mohammed bin Said el Murgebi alias Tippu Tip:  era un mercante tanzaniano, di lingua swahili, nato a Zanzibar nel 1837 e morto nel 1905.

Per quanto riguarda lo schiavismo, fu uno dei maggiori mercanti. Si diceva che fosse in grado di procurare qualunque quantità di schiavi, di consegnarli in qualunque luogo del continente e di procurarli garantiti per età e salute. Aveva accordi con tutti i capi tribù dell’Africa orientale.

Tippu Tip, naturalmente era un soprannome. Un soprannome onomatopeico perché riproduce, semplificandolo, il rumore delle scariche dei fucili con cui si era conquistato un vero e proprio impero commerciale in Africa. Sempre africani e mediorientali furono i più grandi commercianti di schiavi. Gli islamici, dal VII° secolo (quando è nato l’Islam) fino al XXI° secolo sono stati autori della schiavitù di circa 20 milioni di neri. 

In realtà, come riconosce lo storico francese Pétré-Grenouilleau, «ci sono tanti esempi, sparsi nel tempo e nello spazio, che ci indicano come la presenza di schiavi non fosse di minore importanza nel mondo musulmano».

Anzi, ribadisce l’economista belga Paul Bairoch, «rispetto al commercio di schiavi neri organizzato dagli Europei, il commercio di schiavi del mondo musulmano è iniziato prima, è durato più a lungo e, cosa più importante, ha colpito un numero maggiore di schiavi».

D’altra parte il Corano legittima la schiavitù dei non musulmani. In tutti questi casi, il trattamento riservato agli schiavi di colore da parte degli arabo-islamici era durissimo: conferma di ciò è l’assenza nei paesi arabo-musulmani di comunità di colore numerose e originali, a differenza delle Americhe, dove vivono oggi 70 milioni di discendenti di schiavi o meticci africani.

Tra le cause principali dell’esiguità e insignificanza delle comunità nere nei paesi arabi, sono da menzionare: l’altissima mortalità, dovuta alle disumane condizioni di lavoro e alla crudeltà dei padroni, la forzata assenza di prole degli eunuchi, il mancato sostegno alla loro riproduzione da parte dei proprietari. 

Da questo sommario quadro emerge che la tratta fu uno degli elementi fondamentali della dinamica espansionistica musulmana, sia politica che economica, dando origine, come ha affermato lo storico Claude Cahen, ad una vera e propria «società di schiavi».

Questo sistema schiavile ebbe anche dei risvolti negativi, perché rallentò lo sviluppo tecnico-scientifico e contribuì alla stagnazione sociale dei paesi islamici.

Volendo trarre un bilancio numerico, gli esperti hanno valutato che più di 20 milioni di Africani sono stati venduti come schiavi dai musulmani fra il VII e il XX secolo (perlopiù donne e bambini). Ma la tratta continua ancora oggi.

Un vuoto di memoria non certo casuale, si evidenzia quando ad argomentare di schiavi, mai si evidenzia la gravissima piaga della schiavitù operata dagli islamici nei confronti di bianchi occidentali cristiani.

Quando gli schiavi erano bianchi.

La tratta degli schiavi bianchi fiorì negli stati barbareschi dell’Africa settentrionale, gli attuali Marocco, Algeria, Tunisia e Libia occidentale, tra il XVI e il XIX secolo. Questi mercati prosperarono mentre gli stati erano nominalmente sotto il dominio ottomano, ma in realtà vantavano ampi spazi di autonomia.

I cristiani venivano catturati dai corsari barbareschi con incursioni navali lungo le coste italiane, spagnole, portoghesi, francesi, inglesi, dei Paesi Bassi (secondo alcune testimonianze fino anche in Islanda). In seguito a queste razzie molte città costiere vennero abbandonate.

Il professor Robert Davis, insegnante di storia alla Ohio State University,  nel suo libro “Christian Slaves, Muslim Masters: White Slavery in the Mediterranean, the Barbary Coast and Italy, 1500-1800”, stima che, solamente da parte di schiavisti di Tunisi, Algeri e Tripoli, 1–1,25 milioni di bianchi europei vennero schiavizzati in nord africa dall’inizio del XVI secolo alla metà del XVIII (questo numero non contiene gli europei schiavizzati dal Marocco ed altri assalitori delle coste del Mediterraneo).

Le statistiche doganali del XVI-XVII secolo suggeriscono che un ulteriore apporto di schiavi importati da Istanbul attraverso il Mar Nero può arrivare ad un totale di 2.5 milioni dal 1450 al 1700. Il mercato declinò dopo la sconfitta nelle guerre barbaresche e finì negli anni 1830, quando la Francia colonizzò l’Algeria istituendo l’Algeria francese.

Agli afro-euro-americani, principalmente di fede islamica, sfugge un passaggio fondamentale, che in secundis sono stati vittime della loro stessa religione, in primis dello sradicamento cosmopolita, pianificato e gestito dai discendenti dei negrieri di Newport! Afro-euro-americani aprite gli occhi, se ne siete capaci!

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, Progetto Nazionale.

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