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Trento

Fenomeno della droga a Trento fuori controllo, Samaden: «Droghe leggere cavallo di Troia per entrare nei cervelli dei ragazzi che devono ricominciare a credere i se stessi»

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La morte di Federico Russo (articolo) riporta sotto i riflettori un problema sociale, col quale conviviamo da anni, nel ricco ed apparentemente bucolico Trentino: la droga.

I dati diffusi dal Ser.D (Servizio per le Dipendenze) dell’APSS certificano, a livello locale, un costante aumento delle tossicodipendenze nella Provincia Autonoma di Trento.

Ciò che ci stupisce, tuttavia, è che gira sempre più droga in città (lo certificano i dati relativi ai sequestri effettuati dalle forze dell’ordine) e che l’accesso alle sostanze stupefacenti avviene in età sempre più precoce: ragazzi dai 14 ai 16 anni riescono con estrema facilità a procurarsi eroina e cocaina, mentre, bambini ancora più piccoli già usano la marijuana.

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Per comprendere meglio il fenomeno e provare a reagire, abbiamo posto qualche domanda a Federico Samaden, dirigente scolastico dell’istituto alberghiero di Rovereto e Levico, già fondatore e responsabile della comunità di San Patrignano a Pergine, autore di “Fotogrammi stupefacenti. Storia di una rivincita” (link) ed incaricato dalla Giunta Fugatti di promuovere iniziative a carattere formativo per prevenire il consumo di stupefacenti tra i giovani.

La droga oggi è più a buon mercato di un tempo, ma non può essere solo una questione di prezzo. Quali sono, secondo lei, i motivi per cui i giovani sono ancora così attratti dalla droga?

«I giovani, e non solo loro, oggi usano le sostanze come delle “tane” in cui rifugiarsi, perché di fatto la droga è questo. La droga è una comoda tana in cui un individuo decide di nascondersi, per evitare di affrontare le difficoltà che la vita in quel momento gli mette davanti. Questo è un problema che ha a che fare con le paure e le insicurezze delle persone, che determinano un senso di inadeguatezza e malessere che porta poi a trovare delle scorciatoie, che sono le tane.

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L’adolescenza è l’epoca in cui queste paure sono presenti strutturalmente, è un momento di transizione in cui un ragazzo non è più un bambino ma non è ancora un uomo e ci sono domande a cui non si trova una risposta, momenti di confronto con gli altri e di grande sensazione di inadeguatezza. Questi sono momenti di difficoltà che possono essere affrontati o fuggiti. Le droghe diventano un comodo strumento per tutti quelli che non vogliono affrontare la situazione contingente.

Ma non sono solo gli adolescenti, a non voler affrontare certe situazioni, spesso anche gli adulti fuggono dalla vita. È pieno di adulti che si drogano, bevono alcolici, usano psicofarmaci e fuggono dalla lucidità della vita su strade diverse. Da bambino c’è qualcuno che pensa a te e ti accompagna nella tua formazione, non si è protagonisti, quando da uomo adulto hai davanti una vita fatta di impegni e responsabilità, quando inizi a capire che non puoi più delegare agli altri le cose che ti riguardano, ma te ne devi assumere la responsabilità, a quel punto diventa faticoso e ciò porta alle vie di fuga.

È in questo momento che si vede se un ragazzo ha avuto nel suo percorso di formazione, i giusti insegnamenti, oppure no. Meno ne ha ricevuti, più saranno grandi le sue paure. Da qui nasce l’uso delle sostanze da parte di persone sempre più giovani, perché la società in cui cresciamo genera sempre più vuoti sostanziali nelle persone.

Io dico che la società fornisce “cibo falso” e non vero, quindi le persone alimentano una parte fittizia di sé e non quella più sostanziale, quindi è vera l’affermazione: ogni società ha tanti tossici, quanti se ne merita».

Quindi, la droga è più un problema dovuto ad una società meno attenta alle esigenze umane ed alle paure di affrontare la vita, che un fenomeno dovuto a moda, noia e spirito d’emulazione?

«Questi sono fattori aggiuntivi. Lo spirito d’emulazione esiste, il fatto che quando uno è in compagnia fa fatica a dir di no, pure. Spesso accade di essere in compagnia e, ad esempio, non si riesce a rifiutare il passaggio di una canna e ciò avviene tanto più facilmente, quanto più un ragazzo non ci ha pensato prima e non ci ha pensato prima perché non ha avuto nessun adulto, intorno, che l’ha aiutato a pensarci.

Essere accompagnati alla solidità della propria vita è fondamentale. La cosa assurda è che siamo in un mondo dove la vita viene vissuta con superficialità. Spesso le persone vivono una contraddizione quando si dedicano con passione alla cura di un animale o di una pianta, ma non hanno poi riguardo per la vita umana. Bisogna essere consapevoli che la cura e l’accudimento della vita devono essere centrali come concetti, se non vogliamo cadere nella selezione naturale, dove a sopravvivere sono solo i più forti.

Purtroppo, si tende sempre più a curare solo i propri interessi. L’uomo è stato spinto sempre più verso l’avere a scapito dell’essere. La comunicazione delle TV commerciali, il neuromarketing, hanno aiutato questo passaggio per ottenere sempre più controllo sugli individui».

Abbiamo speso decenni in campagne d’informazione rivolte agli adolescenti sugli effetti negativi delle droghe; ne abbiamo parlato: a scuola, in famiglia e sui media. Se i numeri delle tossicodipendenze oggi sono ancora allarmanti, in cosa abbiamo sbagliato? Perché il messaggio non arriva ai giovani? Che ruolo gioca oggi l’informazione sulle dipendenze da sostanze stupefacenti? C’è qualcosa che andrebbe cambiato nella comunicazione sul tema?

«L’informazione è stata fatta, è stato detto molto. Negli anni ’60 se ne parlava poco, perché a drogarsi erano per lo più gli artisti e non faceva notizia. Con i ’70 la droga è diventata oggetto di racconto, ma in quel periodo la droga è stata usata anche per andare contro lo Stato che in qualche modo si voleva cambiare. I primi morti per droga hanno alimentato le notizie sui giornali, poi sono nate le prime comunità di recupero di Don Picchi, Don Gelmini e Muccioli che sono stati degli eroi, perché hanno cominciato a far qualcosa dove lo Stato era assente.

Le famiglie erano molto agguerrite nel difendere l’opera di queste persone che si erano rimboccate le maniche in assenza dello Stato. Poi, si è fatto un gran parlare di droga, c’è stato un grande dibattito pubblico, che ha creato più consapevolezza sul problema.

Coerentemente col decadimento, ancora in atto, dell’uomo, successivamente si è iniziato a parlare di droga in maniera strumentale. Non si è più parlato di droga in maniera onesta.

Mentre Picchi, Gelmini e Muccioli avevano capito che affrontare la droga aveva una radice affettiva, perché bisognava aiutare i ragazzi a ricostruire il proprio “credere alla vita”, lo Stato affrontava il problema sotto un profilo sanitario, attraverso la distribuzione di sostanze alternative.

Questo è stato il motivo principale di una strumentalizzazione della droga. Nei primi anni ’90 lo Stato si è reso conto che il fenomeno della droga, dilagato negli ’80 che hanno visto migliaia di vittime e la nascita delle comunità, aveva creato attorno ai giovani tossici l’interesse di tante persone e queste persone erano un bacino di voti enorme che tornava a bomba. Bisognava trovare un sistema per “riappropriarsi” dei tossici.

Fino a quel momento la società civile era schierata contro la droga ed i suoi effetti negativi e voleva salvare i suoi figli a tutti i costi. A quel punto ci si inventò una parola magica: “riduzione del danno”.

La locuzione “riduzione del danno” fu usata per la prima volta dal Ministro per gli affari sociali, Fernanda Contri, alla conferenza di Palermo. Il concetto era semplice, siccome i ragazzi drogati costituivano un problema sociale a causa dei furtarelli che facevano per comprarsi le dosi, lo Stato avrebbe distribuito “fiumi di metadone” per ovviare ai problemi arrecati dai drogati al resto della società, come insegnava il modello svizzero.

Quindi, una volta definiti cronici, da parte dei medici, i tossicodipendenti venivano tenuti buoni con la somministrazione del metadone senza che si pensasse più al recupero, ed alla salute, della persona. Anche le comunità, che erano luoghi di libertà dove i ragazzi crescevano come uomini, andavano ingabbiate e questo è stato possibile trasferendo ai SerD la decisione se affidare o meno i propri pazienti alle comunità, con la conseguente retta. Tutto ciò ha finito col creare centri di potere che non sempre sono stati gestiti per il meglio ed ha portato ad una logica di mantenimento e non di salvezza dalle droghe.

Successivamente, il mondo adulto si è spaccato in due ed una parte di esso è andato in giro con le piantine di marijuana dicendo che quella era una bandiera di libertà. È stato questo il momento in cui si è affermata la seconda “truffa verbale”, dopo “riduzione del danno” è stato introdotto il termine “droghe leggere”.

Improvvisamente, si è cominciato a parlare di “leggerezza della droga”, perché bisognava sdoganare il concetto presso i più giovani. È stato creato così un nuovo bene di consumo facile e ludico-ricreativo. Si continuano a truffare i ragazzi mandando falsi messaggi, ma io, da educatore, vedo ogni giorno cosa succede ai loro cervelli, agli apprendimenti e come gli si appiattisce la vita.

Questa è una società di radical chic che promuove la marijuana light e a tutti i costi vuole arrivare a liberalizzare e legalizzare le droghe, perché in questo modo può controllare meglio le persone».

A chi parla di liberalizzazione delle droghe leggere, cosa risponde?

«Le “droghe leggere” sono il cavallo di Troia per entrare nei cervelli dei ragazzi. L’uso della parola leggerezza vuole solo nascondere gli effetti negativi della droga. Anche la marijuana determina l’emersione di psicosi latenti, quindi di fenomeni che coinvolgono l’aspetto psichiatrico.

L’uso di droghe modifica il comportamento dei ragazzi, diventano instabili, nervosi, non stanno più a scuola, non riescono più a controllarsi, a volte hanno paura, spesso tutto ciò li fa comportare in maniera asociale e la società reagisce trattandoli con psicofarmaci, li cura con la chimica, anziché con l’affetto e con azioni educative appropriate, facendogli imboccare una strada senza ritorno.

Un ragazzo che ha problemi di dipendenza va recuperato facendogli ritornare l’amore per la propria vita, che intanto ha perso, ma sembra più facile mettergli qualche pillola in mano e mandarlo dall’assistente sociale.

La riduzione del danno è in realtà una riduzione dell’impegno da parte della società.

È in atto un processo degenerativo dei processi educativi, le famiglie ed il mondo adulto delegano le responsabilità che hanno nella crescita dei figli. Il capitale umano adolescenziale è in difficoltà e si perde.

Il mondo degli adulti deve ricompattarsi sul concetto che le droghe fanno male tutte, deve lanciare un segnale chiaro e inequivocabile e deve ritornare a prendersi cura dei suoi giovani, della loro formazione e crescita, principalmente, come persone. Solo in questo modo le prossime generazioni riusciranno ad affrontare la vita senza cercare la comodità della tana».

L’attività di spaccio di stupefacenti a Trento (già massiccia prima del Coronavirus) durante il lock-down non ha subito interruzioni, anzi la criminalità ha risposto organizzandosi con le consegne a domicilio. Quali sono i suoi suggerimenti per contrastare questo fenomeno sul nostro territorio?

«Oggi va di moda invocare la liberalizzazione delle droghe leggere come strumento di lotta alle mafie. I “benpensanti” credono che ciò possa sottrarre capitali alle organizzazioni criminali, ma non è così. Non è con la liberalizzazione delle sostanze stupefacenti “light” che si sconfiggeranno le mafie, il mercato nero sarà sempre attivo sulle rimanenti sostanze.

Solo con il recupero dell’amore per la vita ed una crescita sana dei giovani si potrà combattere lo spaccio. Bisogna fare in modo che aumenti la consapevolezza tra i ragazzi che la droga fa solo danni. Lo spaccio e le mafie si combattono riducendo il numero di persone che si drogano. Con la scomparsa della domanda viene meno anche l’offerta».

In Trentino si continua a morire per droga, da inizio anno siamo già alla terza vittima. Come procede il suo lavoro in Provincia sul fronte “antidroga”? Ha già avviato qualche progetto? Può anticiparcene i contenuti e se presenti i primi progressi?

«L’obiettivo è quello di far diventare il Trentino una terra più “educante”, questo significa che dovrà essere maggiormente diffusa la responsabilità in tutto il mondo adulto, affinché i giovani in Trentino crescano sotto la responsabilità di tutti gli adulti e non solamente dei loro genitori. Ci deve essere un patto nel mondo adulto di consapevolezza ed aiuto reciproco. Le famiglie non possono essere lasciate da sole e non si può chiedere alle scuole di fare ciò che gli altri non fanno.

Bisogna creare una rete tra i vari attori e i vari Enti, per questo mi sono interfacciato, nel primo anno, col dipartimento istruzione, l’assessorato alla salute, il dipartimento politiche sociali, il Ser.D. L’idea che sto portando avanti è quella delle scuole territoriali, cioè di una scuola che svolge il proprio compito non più da sola ma assieme agli altri attori del territorio.

Abbiamo lanciato il progetto “Scuole no drugs” che raccoglie le scuole che si impegnano a diventare competenti ed attive nel contrasto alle droghe (#liberalascuola4.0), 14.000 studenti trentini sono già tutelati dalle scuole che hanno già aderito al progetto, inoltre, i progetti di ogni scuola saranno messi in rete in modo che tutte le scuole aderenti sul territorio conosceranno le azioni e i progetti introdotti da ciascun istituto e potranno scambiarsi metodi, formazione e buone prassi. Le famiglie trentine, all’atto d’iscrivere i propri figli a scuola, hanno il diritto di sapere se la scuola che hanno scelto si impegna in politiche attive nella lotta alla droga.

Sono, inoltre, già attivi progetti di utilità sociale. Abbiamo incontrato l’associazione svedese ECAD (European Citizens Against Drugs) che fa sottoscrivere dei protocolli d’intesa contro la droga alle municipalità europee. Chiederemo a tutti di prendere una posizione in questa lotta. Nella ripartenza post Covid-19 sarà necessario far crescere anche la social responsibility nel sociale.

Bisogna pensare anche a nuove risposte per i minorenni che hanno bisogno di strutture residenziali progettate ad hoc per il loro recupero (tipo comunità) e creare nuovi luoghi per quelli che non riescono più a stare in classe».

Quali ulteriori strategie potrebbe introdurre la PAT, nel contrasto alle tossicodipendenze, considerando le peculiarità territoriali del Trentino e le prerogative dell’autonomia speciale?

«In Trentino c’è il mondo del privato sociale, che in gran parte fa capo alla “Federazione Trentina della Cooperazione” che è sempre stata una grandissima risorsa territoriale, anche se in questo momento sta attraversando un periodo di fragilità. Poi il Trentino è ricco di risorse culturali e umane su tutto il territorio. Attori “educanti” anche se non riconosciuti tali, ad esempio, sono: i vigili del fuoco volontari, le pro-loco, la SAT, le bande musicali, le associazioni sportive, ecc. che sono di sostegno ai giovani che crescono.

Sta a noi fare in modo che tutte queste risorse vengano messe in rete per generare molta più energia da mettere a disposizione dei ragazzi. Costruire la rete e razionalizzarla è il mio obiettivo in modo che gli interventi siano più efficaci e non vadano sprecati. Bisogna rafforzare le sinergie tra tutti, e vanno messe le basi per una maggiore consapevolezza, aumentando il livello di partecipazione anche con più coinvolgimento dei privati».

Per concludere, quali consigli pratici darebbe ad un giovane per fare a meno delle droghe?

«Ho aiutato i ragazzi per 20 anni a non drogarsi più, ma non gli ho mai dato dei consigli. Ho fatto tante cose assieme a loro, mettendoci amore e passione, e facendogli capire che loro erano importanti e che quel che facevamo aveva un valore enorme. Attraverso la falegnameria, il laboratorio di biciclette, l’agricoltura, il caseificio, le stalle e altre attività loro riuscivano ad esprimere il bello che avevano dentro, imparavano delle cose, vedevano i risultati e ricominciavano a credere in se stessi».

A cura di Mario Amendola

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